IL NAUFRAGIO DELL’ ALBA SERVICE / IL CAPITANO ABBANDONA LA NAVE CHE AFFONDA, DA TERRA L’ UFFICIALE SUPERIORE LO ‘INVITA’ A RITORNARE SUBITO A BORDO. RICOSTRUIAMO QUEST’ ALTRA STORIA DI ORDINARIO SQUALLORE NEL SOTTOBOSCO DELLA POLITICA

| 3 Luglio 2015 | 0 Comments

di Giuseppe Puppo______

L’ Alba service è sull’ orlo del fallimento. Si tratta di una società prima partecipata, alla costituzione, nel 1999, poi, nel 2005, divenuta totalmente pubblica, attraverso cui la Provincia di Lecce eroga servizi di manutenzione a scuole, strade, edifici e verde pubblico, insomma, dà occasioni concrete a quei lavoratori “socialmente utili”, come erano e sono ancora definiti.

Invece che farlo direttamente, ha creato uno di quelle società di cui si nutre quello che abbiamo imparato a chiamare il sottobosco della politica. Così si fa, da un paio di decenni, da parte di quelli della casta.

Poi però, almeno qui, è arrivata la crisi, nel senso che le Province dovevano essere abolite, poi non lo sono state più, con la riforma Del Rio del governo Renzi, pasticciatissima, una delle sue trovate che paiono risolvere e invece di risolvere peggiorano, sono state trasformate a loro volte in ente più o meno inutile, a totale gestione dei partiti politici del sistema, elezione dei consiglieri compresa, a fronte di un ridimensionamento delle somme versate dallo Stato.

Mentre i politici hanno continuato a prendere i loro stipendi, i loro gettoni di presenza, i loro incarichi, e mentre hanno continuato a gestire come prima, più di prima le loro clientele, i servizi sociali della Provincia, cioè quelli per la comunità, nelle poche competenze rimaste, sono diminuiti, e i lavorati più deboli, cioè i lavoratori socialmente utili, sono stati i primi a pagare.

Alba service è rimasta senza soldi, perché la Provincia – che la ha a carico totalmente – ne ha dati sempre di meno, e perché sono progressivamente aumentati i costi di produzione e di gestione.

L’ ultimo bilancio si è chiuso in rosso per quasi 450.000 euro, più o meno i due terzi del patrimonio netto: non c’è bisogno di essere esperti, per capire che è una situazione disastrosa. Inoltre, la società non paga gli stipendi da mesi, non solo, oramai è sull’ orlo del fallimento, con buona pace dei suoi centotrenta dipendenti, e delle loro famiglie, i quali sempre da mesi protestano, e a volte l’ hanno fatto on maniera anche eclatante e plateale, e chiedono una soluzione. Invano.

Di promesse i politici di riferimento, il presidente della Provincia, Antonio Gabellone, e l’ amministratore di Alba service, Damiano D’ Autilia, ne han fatte tante. Di fatti concreti, nessuno.

Già, perché l’ Alba Service ha tanto di amministratore, Damiano D’ Autilia (nella foto) appunto.

Quaranta anni, commercialista, esperto di amministrazione e di gestione di capitali, Damiano D’ Autilia diventa consigliere comunale nel 2007, l’ anno dell’ inizio dell’ era Paolo Perrone. Ci entra eletto nelle fila dell’ Udc, il partito di Pierferdinando Casini. Ma poco dopo rimane folgorato dal neo sindaco e dal blocco di potere di cui è espressione, e passa con lui e con loro.

La ricompensa, la nomina all’ Alba service, nel 2010, con cui sistema la sua personale posizione di potere. Grazie ad essa, viene infatti riconfermato al consiglio comunale nel 2012, nella lista di Forza Italia, quadruplicando le preferenze che aveva preso cinque anni prima: diventa uno di quegli “uomini” da mille preferenze, di apparati e di clientele, che, passando dai salotti buoni e dalle logge massoniche. detengono il potere a Lecce.

Come detto, come visto e spiegato, dunque Damiano D’ Autilia è al timone dell’ azienda dal 2010, lo nominò Antonio Gabellone, nel rinchiudersi di uno dei tanti cerchi di spartizione in cui si articola il cerchio magico fittiano.

Un buon viatico, con cui il suo nuovo partito lo ricompensò per l’ adesione e l’ ha poi riconfermato nel 2013. Anzi, che dico buono? Ottimo, direi.

Damiano D’ Autilia ha guadagnato nel 2014  57405, 48 euro, solamente da questo suo incarico partitocratico, senza cioè contare gli altri introiti. Sono poco meno di cinquemila euro al mese.

Poi, ci sono tre revisori dei conti, costati 15.000 euro il capo, 10.000 gli altri due all’ anno, poca roba insomma, ma, c’è da sottolineare, per non fare praticamente nulla, e comunque meno di mille euro al mese sono lo stipendi di un operaio che si fa il culo otto ore al giorno sotto al sole, d’ estate, e alla tramontana d’ inverno.

Fra parentesi, giacché ci siamo, capo del collegio sindacale è Filippo Calò, scelto da Antonio Gabellone perché è di Tuglie come lui, questo tanto per individuare come vengano gestite le scelte partitocratiche finanche nelle posizioni inferiori, il sotto bosco, del sotto bosco della politica.

Insomma, solamente a rinunciare ai loro compensi “politici”, e anzi partitocratici, in tutti questi anni, si sarebbero potuti pagare ora una decina di persone per lavori a beneficio della comunità.

Ma c’è di peggio. Quale capacità manageriale e anche solamente contabile ha manifestato Massimo D’ Autilia in tutti questi anni? Come ha affrontato la crisi che si è preannunciata lunga e patendo da lontano?

Lui dice di aver fatto di tutto, e di essere stato lasciato solo. Ha proposto la riduzione degli stipendi: degli altri, ovvio. Di non aver avuto nessuna assicurazione sui soldi che dovevano arrivare dalla Provincia, che, anzi, gli sarebbero stati negati. Di essersi trovato contro un “contesto ostile condizionato dalla salvaguardia di dinamiche personali interne all’ente”.

Così, l’ altro giorno, presa carta e penna, ha scritto la lettera di dimissioni.

Bisogna licenziare gli operai, non si possono garantire servizi essenziali, come quelli nelle scuole, su cui potrebbe intervenire la magistratura, il fallimento non è più uno spettro, è una realtà concreta: insomma la nave affonda e il capitano al timone di questa nave, che fa? Abbndona la nave e si para il culo. Neanche Francesco Schettino… E cinquemila euro al mese addio, tanto la cuccagna sarebbe finita comunque.

Ultimissimo atto, siccome al peggio non c’è mai fine, Antonio Gabellone oggi ha risposto a  Damiano D’ Autilia: “..Pur comprendendo lo stato d’ animo, e il tormento interiore che sicuramente avranno accompagnato le tue dimissioni, mi sento di doverti invitare ad effettuare una nuova ed attenta valutazione che hanno determinato la decisione…Proprio la delicatezza del periodo richiederebbe un tuo ripensamento, perché, è evidente, che solo chi ha amministrato la Società nell’ ultimo periodo e ben conosce le realtà interne è in grado di fornire il necessario contributo per un’ ottimale gestione della vicenda. Nell’ esprimere la mia personale stima e fiducia incondizionata…ti invito a rivedere la decisione. Abbandonare la Società al suo destino in questo momento non sarebbe giusto soprattutto nei confronti dei lavoratori e delle rispettive famiglie”

... Suaviter in modo, fortiter in re, sembra insomma di risentire l’ ufficiale della Guardia Costiera di Livorno, che al telefono intimò a Schettino, “Salga subito a bordo! Prenda una scialuppa e torni subito sulla nave, cazzo!“.

Anche perché ora ci sono guai, e ne devi rispondere tu. E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare.

Siamo alle tragi-comiche finali. La casta regola i suoi conti interni dei privilegi di potere. A pagare sono come sempre i lavoratori più umili, e i cittadini tutti.

 

Category: Cronaca

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