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A SENTENZA IN PRIMO GRADO IL PROCESSO IN ASSISE A LECCE A CARICO DEGLI SFRUTTATORI DI MIGRANTI NELLE CAMPAGNE DI NARDO’. DODICI PESANTI CONDANNE: “associazione a delinquere e riduzione in schiavitù”

| 13 luglio 2017 | 1 Comment

(g.m.)______Si è concluso in mattinata con dodici condanne da tre undici anni di reclusione, e tre assoluzioni, il processo in primo grado davanti ai giudici della Corte d’Assise di Lecce, presieduta da Roberto Tanisi, pubblico ministero Elsa Valeria Mignone.

Dodici dei quindici imputati, infatti, sono stati ritenuti responsabili di associazione a delinquere e riduzione in schiavitù di migranti impegnati nella raccolta di angurie nelle campagne di Nardò.

I fatti contestati si riferiscono a cinque anni fa, con indagini e arresti eseguiti dai Carabinieri fra imprenditori salentini e ‘caporali’ stranieri.

Fra i condannati, a undici anni,  Pantaleo Latino, Giovanni Petrelli e Livio Mandolfo.

Assolti  invece altri tre proprietari di aziende agricole: Giuseppe Mariano, Salvatore Pano e Corrado Manfredi.

Fra i commenti alla sentenza, quello del sindaco di Nardò Pippi Mellone: “Questa pronuncia, sebbene di primo grado, materializza l’offensiva al caporalato ed è senza dubbio uno dei primi importantissimi passi verso la riabilitazione morale di questa città, offesa e umiliata da quei capi di imputazione“; e dei segretari di categoria e generale provinciale della Cgil Monica Accogli e Valentina Fragassi: “Un precedente importante nella storia. Una lotta pacifica, determinata, che dedichiamo a tutte le vittime che dai campi non sono mai più tornate. La lotta per la legalità ha pagato. L’emozione è tanta, indescrivibile! Di certo ora siamo più determinati che mai, in prima linea ogni giorno al fianco dei lavoratori e di tutte le forze sane che si impegnano in questa importante lotta per la legalità”.

 

 

Category: Cronaca

Comments (1)

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  1. Daniela Donno, M5S - tramite redazione ha detto:

    Questa sentenza rappresenta uno dei tanti segnali volti alla concreta lotta contro il caporalato.

    “Purtroppo, però, nonostante l’esistenza di un apparato normativo a cui seguono queste condanne, gli episodi di sfruttamento e prevaricazione continuano a verificarsi. Il caporalato, proprio perché si è annidato in maniera insidiosa nell’economia agricola, ha bisogno di un costante contrasto a tutto campo, a partire dalle componenti strutturali.
    In tutto questo, non possiamo dimenticare che la qualità del lavoro e la qualità dei prodotti sono delle componenti che non possono essere scisse quando si parla di manodopera agricola.
    Per qualità del lavoro intendiamo, prima di tutto, il rispetto dei diritti delle persone, dei contratti collettivi nazionali di riferimento e delle norme che riguardano la filiera produttiva.
    Per questo, confidiamo sempre di più nel lavoro della magistratura e continueremo a batterci affinché siano assicurati rispetto e tutela per tutti coloro che, ogni giorno, pur di lavorare, mettono a repentaglio la propria vita sui campi.

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