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RICORDO DEL POETA DIALETTALE ARTURO LEVA

| 20 marzo 2018 | 0 Comments

di Raffale Polo______

Nasceva, esattamente cento anni fa, il poeta leccese Arturo Leva, ingiustamente caduto nel dimenticatoio ma apprezzato e considerato una vera e propria ‘icona’ dagli amanti del dialetto salentino.

E, proprio in materia di anniversari, usciva nel 1948 (settanta anni fa…) uno striminzito libretto, edito dalla Tipografia Gallucci, via Manfredi 5, Lecce, al costo di Lire 150 ma con la indicazione ‘Il ricavato della vendita a totale beneficio dell’Ospedale Civile Vito Fazzi’, dal titolo ‘Comu le mpugghe’, Poesie dialettali di Arturo Leva.

Con prefazione di Gino Della Tommasa e Vincenzo Moncada, la quartina esplicativa del titolo recita: ‘Comu le mpugghe catenu spezzate,/ e suntu curte, longhe, storte e ritte,/ cussine ste piesie, cussì su’ nate/ e comu su’ bessute l’aggiu scritte.’

Una singolare ma consolidata tradizione vuole i postelegrafonici salentini da sempre impegnati nella cultura: artisti, giornalisti, poeti sembrano trovare una comune e piacevole simbiosi con l’ambiente lavorativo delle Poste… Sarà un caso, ma la realtà, così a memoria, ci riporta il nome di Oberdank Leone e Arturo Leva, postelegrafonici ‘doc’, rimasti fra i nomi più famosi della nostra letteratura dialettale del Novecento.

Arturo Leva, in particolare, è figura ricca di fascino e di accattivante simpatia: come spesso accade nelle storie letterarie più importanti (ma anche nella musica e nell’arte) non si può prescindere da due fatti che caratterizzarono la sua vita: la morte di un figlio all’età di appena sei anni e una lunga malattia che condusse il poeta a spegnersi a soli 39 anni.

La coscienza di una vita segnata dal dolore per le perdite e le sventure legate alla guerra (…cu mie cuntraria, sempre, fuei la sorte…), permea tutto l’afflato poetico di Leva che, con una vena malinconica intrisa sovente di irridente ironia, trova nel dialetto l’arma più immediata e spontanea per esorcizzare una Morte che, in una delle più toccanti poesie, viene invitata a tornare più tardi, quando i tre piccoli figli del poeta saranno più grandi…

Leva ha lasciato solo due pubblicazioni: La già citata ‘Comu le mpugghe’ è oggi introvabile; la seconda è ‘Fiuri… senza ndore’, pubblicata nel 1956 a cura del Dopolavoro Postelegrafonici di Lecce e arricchita da una premessa di Renzo D’Andrea con disegni originali di G. Giurgola. Una preziosa raccolta delle più importanti e sentite composizioni di Leva, dedicata a Claudio Oronzino, figlio scomparso nel 1951.

Di Arturo Leva, oltre ad un atto unico in dialetto (‘Papà, perduname ca nu la fazzu cchiui’) vi è un numero imprecisato di versi , oltre ai testi di tante canzoni in lingua e in dialetto leccese che sono nella memoria di tutti gli appassionati del settore: da ‘Trieste mia’ (1949) a ‘Finestra bianca’ (1952).

Arturo Leva ha scritto fino all’ultimo barlume di vita. Il suo ricordo è più efficace con questi quattro endecasillabi che possono considerarsi il suo testamento: ‘Prima cu nu’ capiscu propiu nienti/ cercu perdunu a tutti cu’ lu core,/ moi ca stau quasi a l’urtimi mumenti,/ prima cu me presentu a lu Signore’.

 

Category: Cultura

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