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LECCECRONACHE / QUANDO SI GIOCAVA A PALLONE

| 21 aprile 2018 | 0 Comments

di Raffaele Polo______

Passa, passa…!!!

 

Io non so se, al giorno d’oggi, i ragazzi giocano ancora a pallone.

Intendo, si badi bene, il ritrovarsi casualmente in un campo, predisponendo due pietre a mo’ di porta da una parte e dall’altra e mettendo in atto una serie di buone costumanze che ricordo ancora. Anzitutto, bisognava stabilire se esisteva una squadra già formata. Allora, si chiedeva: ‘Facimu ‘na sfida?’

Se la cosa era accettata, si riunivano tutti i presenti per affrontare la squadra già formata, magari sorteggiando qualche elemento, per pareggiare i componenti delle squadre che, col passare del tempo e col progredire della gara, aumentavano sensibilmente. Così, dopo circa un’ora, partiti in sei per parte, si trovavano una trentina di agguerriti giocatori a contendersi il rovinato pallone, sotto il sole cocente…

Per chi arrivava a giochi iniziati, il ‘permesso’ per partecipare alla tenzone era scandito da una semplice trafila, da eseguirsi pedissequamente.

Dopo aver osservato per un po’ lo svolgersi del gioco, ad una pausa, si chiedeva al giocatore che ci sembrava di aver già conosciuto in precedenti partite, con malcelata indifferenza: ‘De ci ete lu pallone?’

La formula era eticamente e politicamente corretta: ci si rivolgeva, infatti, all’unica autorità riconosciuta, ovvero il proprietario del pallone. Che si avvicinava e ci squadrava. Un po’ come i ‘buttafuori’ delle attuali discoteche, in un lasso di tempo brevissimo, ti giudicava e sanciva subito quale sarebbe stato il suo giudizio.

‘Quanti siti?’ chiedeva. Allora, era fatta.

‘Doi, unu de ccquai e unu de ddhai. Ieu egnu cu ttie….’ dicevo, con sottile captatio benevolentiae…

E subito si entrava in gioco.

‘Ci simu?’ chiedevo al portiere della mia squadra, che mi indicava stancamente ‘Quiddhu cu lli causi lenghi, lu biondu, quiddhi ddoi cu la maglietta russa, ieu e stu vagnone ccquai’ sintetizzava l’estremo difensore

’Passa, passa…!!’ si sentiva da ogni parte. Intervallato dal grido ‘Sangu, stia sulu, ma tie nù passi mai….!’

Oppure, c’era il diniego.

Il proprietario del pallone diceva: ‘None, siti troppu randi, sta’ facimu na sfida tra de nui…’

A costo di una umiliazione scottante, ci ascoltavamo ad interpretare le lusinghe di Ulisse a Polifemo: ‘Ma ce stà dici, ca ieu nu me fidu cu scappu, anzi me mintu in porta…’

Di solito, all’idea di aver trovato un portiere, acconsentivano . ‘Portiere giocatore!’ esclamavamo, con sagacia e predisponendo di fatto il nostro passaggio all’attacco…

Se, però, non ci facevano giocare, ci regolavamo: se si trattava di un gruppo di ragazzi di età giovanissima e poco combattivi, ci sedevamo minacciosi ai bordi del campo e, appena arrivava il pallone, lo lanciavamo lontano, con rabbia…

Sennò, aspettavamo con pazienza che qualcuno si stancasse e se ne andasse, sudato. ‘Trasu ieu’ dicevamo, allora.

Un modo per giocare, insomma, lo trovavamo sempre….

Category: Costume e società, Cronaca, Cultura

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