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LA POLEMICA / COMI, CHI ERA COSTUI?

| 3 dicembre 2018 | 0 Comments

di Roberto Molle______

In un post su Facebook di qualche tempo fa scrivevo: “Vorrei entrare un po’ a gamba tesa sul fatto che, quando si devono fare nomi a propositi di “illustri” poeti del Salento, inevitabilmente spunta tra tutti quello di Girolamo Comi; più di tutto mi meraviglio di alcuni poeti contemporanei (bravi e meno bravi) che al solo sentire quel nome scattano in un moto di orgoglio e vanno in brodo di giuggiole. Ma chi era Girolamo Comi?

Comi era un barone, cioè un privilegiato; uno che ha avuto solo sporadici contatti con i simbolisti francesi e nulla più; uno che ha evitato il servizio militare grazie a uno zio potentissimo; che ha frequentato una serie di intellettuali italiani esoterici (alcuni anche un po’ oscuri) e ha fatto parte di un “sodalizio magico- esoterico”(?); uno che sviluppò un “concetto di cattolicesimo aristocratico” e abbracciò l’ortodossia fascista; uno che come poeta non era molto originale (diciamocelo) e in qualche modo limitato dal suo stesso provincialismo. Credo sia ora di fare altri nomi (in ambito nazionale), più rappresentativi, magari poco blasonati, ma che hanno scritto delle cose che hanno aperto un varco a nuove generazioni di scrittori e di poeti e che, veramente, hanno rivoluzionato la poetica di questa terra. Due nomi a caso? Salvatore Toma e Antonio Verri.”

 

Ci sono state “contestazioni” a quel post, del tipo: “Si! Era barone, ma finì la vita da povero in canne per aver investito tutti i suoi averi per realizzare un frantoio con cui dare sviluppo e futuro alla sua comunità. Anche io preferisco altri, ma comunque Comi merita il massimo rispetto: non dimentichiamo che a lui, e a pochi altri illuminati, dobbiamo l’esperienza dell’accademia salentina, da cui nacque L’albero. Cerchiamo di non essere classisti al contrario”.

 

Questa è stata la risposta: “Lungi da me l’idea di fare classismo al contrario; vero! A lui si deve l’esperienza dell’accademia salentina, a lui e ad altri pochi eletti, più o meno accademici, perlopiù cattolici e arroccati. Dell’accademia salentina, Vittorio Bodini (uno che non ha certo bisogno di presentazioni) ha detto (sintetizzo) che: trattasi semplicemente di uno svago personale di Comi che ripartisce le sue attività tra sonetti, saggi cattolici e le cure di un oleificio; e ancora Bodini: “L’Albero” rappresenta uno “disparato zibaldone” che lungo il solco di un post-ermetismo cattolico rincorreva “vaghi miti di universalità”.

Più recentemente Franco Martina, da una diversa prospettiva, individuava ne “L’Albero” l’espressione, “più che dell’Accademia salentina, del clima politico e culturale di quegli anni, tutto segnato dallo sforzo di imporre un’integrale egemonia cattolica…”; sempre Martina, in altra circostanza ne rimarcava il concetto: “l’Accademia salentina appare più un modo di celebrare la cultura, in specie quella letteraria, che di farla: un modo più di chiudersi (per chi la proponeva) nella tradizione (“terra di accademie e di monaci sapientissimi”) che di aprirsi alla realtà circostante”.

Insomma, “cose” per pochi illuminati, ricchi e possibilmente cattolici. Resto dell’idea che Girolamo Comi, come tanti altri suoi contemporanei (che se lo potevano permettere) era uno che aveva il vezzo di “trattare” cultura e fare salotto buono. Poi, sul fatto che abbia investito tutti i suoi averi in un frantoio per dare sviluppo e futuro alla sua comunità e per conseguenza di ciò sia finito povero in canne, poco convinto dico: bah!”.

 

Category: Cultura

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