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MUSICA / IL MIO PROGETTO PER NICK DRAKE

| 20 gennaio 2019 | 0 Comments

di Roberto Molle______

Quanto può essere grande l’amore nei confronti di un musicista? E fino a che punto ci si può spingere per fargli arrivare un segnale di stima, anche se quel musicista è scomparso quarantaquattro anni prima?

Provo a rispondere a queste domande facendolo attraverso il racconto di un’esperienza che mi vede coinvolto in prima persona: un’esperienza bella, impegnativa e di forte impegno artistico e umano.

Dunque, andiamo per gradi, tutto inizia con la storia di un ragazzo inglese che si chiama Nick Drake, nato in Birmania nel 1948. Il padre Rodney era un ingegnere che lavorava per una compagnia britannica che commercializzava legnami. Si era trasferito a Rangoon (l’attuale Yangon) dove aveva sposato Molly Lloyd figlia di un funzionario della corona. Quattro anni prima di Nick era nata Gabrielle, che diventerà attrice di teatro e televisione (era Gay Ellis, la ragazza dai capelli viola nella serie televisiva degli anni settanta “UFO” n.d.r.).

Quando Nick ha pochi anni, la famiglia si trasferisce a Tanworth-in Arden, un piccolo villaggio nel Warwickshire a due passi da Birmingham, dove passerà gran parte del resto della sua breve vita. Studente modello, bravo sportivo e con una predisposizione particolare per la musica, e scegliere quest’ultima come scopo di vita sarà un attimo.

Così, intorno ai vent’anni Nick Drake abbandona l’università e si concentra sul suo primo disco: “Five leaves left” (1969), un concentrato di folk, jazz, blues e architetture sinfoniche che lo rendono poco catalogabile e non linea con quello che verso la fine dei ’60 era il mainstream dominante (Led Zeppelin, Incredible String Band, Fairport Convention, tanto per intenderci).

Quel primo disco squarcia la tela dei canoni estetici della musica e della canzone d’autore anglosassone con canzoni ebbre del pathos della voce calda e delicatamente roca di Nick (“River man”, “Three hours”, “Time has told me”), con testi evocativi ad alto tasso poetico e suoni di violino che si intrufolano tra i chiaroscuri di chitarre lanciate in splendidi giri di fingerpicking. Un secondo album arriva nel 1970, si chiama “Bryter Layter” e la magia si ripete: canzoni che si muovono sullo stesso tracciato, di una bellezza adamantina (“Northern sky”, “Poor boy”, “Hazey Jane I”, solo per citarne alcune) che non temono lo scorrere del tempo.

Nick Drake è un ragazzo sensibile concentrato sulla sua musica (che ormai è anche la sua vita), ma il mondo esterno non riesce ad entrare nella malia delle sue canzoni, così le vendite dei due dischi sono scarse, tra l’altro penalizzate dalla sua propensione a non volersi esibire dal vivo.

La critica lo apprezza ma il pubblico preferisce seguire altre sirene (Pink Floyd, Rolling Stones, The Animals).

Da qui comincia un periodo difficile per Nick Drake. La frustrazione per il mancato successo si mescola a una sottile depressione che attacca la sua instabilità emotiva e, lentamente, comincia a stritolarlo. “Pink moon” è il terzo e ultimo album che Nick incide, solo chitarra, piano e voce. La bellezza, seppur intrisa di sofferenza e declino, continua ancora ad albergare tra i solchi di testi scarni e crepuscolari. La voce trasfigurata di Nick arriva diretta al cuore gelida e sussurrante, non riesce più a sprigionare quel calore che ha scaldato i cuori dei drakers che gli si erano stretti intorno a celebrarne quasi un culto in vita. Intendiamoci, ci sono canzoni in “Pink moon” di una bellezza sfinente, da “Place to be” a “Things behind the sun”, da “Pink moon” a “Parasite”, a “From the morning”, ma è tutto quello che ruota intorno che si fa dannatamente triste e romantico allo stesso tempo.

Si chiude a quel punto, esplicato in soli tre album il percorso artistico e umano di un ragazzo che morirà due anni dopo, nel 1974, a 26 anni per overdose di psicofarmaci. Non sapremo mai se si trattò di suicido o di un errore di dosaggio, quello che è certo, è che Nick manca ai molti che ancora oggi apprezzano la sua musica. C’è una folta schiera di musicisti che lo cita come fonte di ispirazione, da Paul Weller a Robyn Hitchcock a Peter Buck e Robert Smith non mancano di tributargli il loro apprezzamento, e tantissimi fans sparsi nel mondo si accodano a loro.

 

Fin qui la vicenda di Nick Drake, ora il resoconto dell’iniziativa nata per rendergli omaggio.

Anch’io sono un suo grande estimatore, per cui non ho problemi ad ammettere che ciclicamente a ogni autunno, per tutto il mese di ottobre, dedico molto tempo all’ascolto dei tre dischi pubblicati in vita e a varie raccolte postume (alcune contengono brani che al momento della sua morte erano inediti); che avrò riletto mille volte “Le provenienze dell’amore” la biografia di Stefano Pistolini; che trovo quella di Patrick Humphries si più completa, ma anche meno coinvolgente; che a un certo punto ho pensato di imbastire un progetto per rendere omaggio a quel ragazzo bellissimo e sfortunato che dopo la morte ha avuto un successo planetario perché, la sua musica era troppo avanti per i tempi in cui ha vissuto, e oggi gliene viene riconosciuto il giusto merito venendo considerata per quello che è: una musica che non teme il tempo, una musica per sempre.

L’idea di partenza era quella di invitare un gruppo di amici (poeti, musicisti e scrittori) a confrontarsi con la musica di Nick Drake, lasciarsi ispirare e creare canzoni, racconti e poesie originali da inserire in un libro e in un disco che prenderanno il nome di “Il delicato mondo di Nick Drake”. L’idea di partenza è rimasta, ma il progetto è cresciuto molto, via via attraverso un tam tam emozionale hanno risposto all’appello autori e musicisti da diverse parti d’Italia, tutti disponibili a dare il loro contributo per l’omaggio a Nick.

Da una ventina iniziale gli autori che parteciperanno al progetto sono diventati quaranta, contribuendo a dare anche un certo prestigio a “Il delicato mondo di Nick Drake”.

Sono riuscito a coinvolgere anche qualcuno che con Nick Drake ci ha avuto a che fare: Joe Boyd, produttore dei primi due album e amico di Nick, produttore anche di Pink Floyd e Rem tra i tanti; Robin Frederick, la folksinger californiana che verso la fine degli anni sessanta incrocio Nick ad Aix-in-Provence (Francia), autrice di due canzoni importanti (“Sandy gray” e “Been smoking too long”) che si rincorreranno nel tempo; Peter Rice, un anziano tecnico del suono responsabile delle prime registrazioni casalinghe di Nick, i cui nastri finirono alla Island records e di conseguenza nel primo disco: “Five leaves left”.

“Il delicato mondo di Nick Drake” sarà finanziato attraverso una campagna di crowdfunding (raccolta fondi) iniziata a metà dicembre che terminerà a metà febbraio 2019. Chi volesse aderire sostenendo il progetto e ricevere la ricompensa (libro+cd) può farlo andando a questo link sulla pagina della piattaforma “Produzioni dal basso” dedicata al progetto e aderendo:

https://www.produzionidalbasso.com/project/il-delicato-mondo-di-nick-drake/

 

Ai link sottostanti, i tre brani rilasciati che anticipano e fanno parte del cd “Il delicato mondo di Nick Drake”:

 

 

 

 

 

 

Category: Cultura

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