I COBAS PER I RICERCATORI UNIVERSITARI

| 6 Marzo 2019 | 0 Comments

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. L’organizzazione sindacale Cobas dell’ Università del Salento ci manda il seguente comunicato, in merito alla conferenza stampa tenuta questa mattina sul tema: ricercatori precari nelle università, situazione locale e nazionale______

 

L’Università e la Ricerca pubbliche italiane sono state negli ultimi decenni massacrate da scellerate politiche di sottofinanziamento, in controtendenza rispetto agli altri Paesi più sviluppati.

In questo scenario si è inserita la riforma Gelmini, che nel 2010 ha sostituito il Ricercatore a Tempo Indeterminato con la nuova figura del Ricercatore a Tempo Determinato, di tipo A e di tipo B.

Mentre è già nota anche fuori dal contesto universitario la difficile condizione dei Ricercatori pre Gelmini, stabili ma con ridotte possibilità di carriera, e degli Assegnisti di ricerca, poco si sa delle cifre e delle difficoltà dei Ricercatori post Gelmini.

Per questa ragione COBAS Unisalento ha voluto realizzare il primo rilevamento dei Ricercatori a tempo determinato di tipo A (RTDA) e di tipo B (RTDB) assunti dalle Università italiane tra il 2010 e il 2018. Il rilevamento che presentiamo è stato curato dalle dott.sse Elisa Rubino e Francesca Lionetto, ricercatrici presso l’Università del Salento.

I numeri sono in continuo aggiornamento nei siti ministeriali, ma già mostrano le conseguenze della riforma Gelmini sul reclutamento delle nuove generazioni. In un incontro tenutosi presso l’Università del Salento l’11 febbraio abbiamo messo a disposizione del Senatore Mario Turco e del Magnifico Rettore i dati raccolti, proponendo la costituzione di un gruppo di lavoro ministeriale sul precariato che coinvolga l’Ateneo salentino.

Questi i dati in estrema sintesi.

1. In otto anni (2010-2018) in Italia sono stati assunti circa 7400 RTDA, della durata di 3 anni prorogabili di 2, che – per obbligo contrattuale – hanno garantito la didattica dei Corsi di Laurea e l’attività di ricerca.

2. Nel 2018 risultano in servizio 3907 RTDA. Oltre il 40% ha già conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale a professore Associato, che la legge richiede soltanto ai colleghi di tipo B.

3. In otto anni (2010-2018) sono stati banditi 4402 posti di RTDB (2251 con piani ministeriali: 631 al SUD, 598 al Centro e 1022 al NORD), gli unici che, dopo tre anni e il conseguimento dell’Abilitazione, consentono di essere assunti a tempo indeterminato come professori Associati. Di fatto sono la sola vera possibilità per le nuove generazioni di entrare a far parte a tempo indeterminato del mondo accademico, ma hanno portato all’assunzione di meno del 17% dei potenziali candidati, circa 27000 se consideriamo RTDA, Ric. Moratti e Assegnisti.

4. 741 RTDA hanno superato la prima scadenza dei tre anni, hanno ottenuto due anni di proroga e tra 2018 e 2019 hanno concluso o concluderanno il quinto ed ultimo anno (3+2 anni). Non potranno più garantire gli insegnamenti, e – vicini alla soglia dei 12 anni di precariato concessi dalla legge – rischiano di essere esclusi dal sistema universitario. Di questi, il 72% circa ha già conseguito l’Abilitazione a professore Associato.

5. Il numero degli assegnisti di ricerca nel 2018 risulta essere di 13.133.

6. tra il 2008 ed il 2018 risultano essere cessati circa 10.00 docenti universitari

7. Nell’Università del Salento ci risulta siano stati assunti in otto anni 86 RTDA e 32 RTDB (oltre ad un Ricercatore Rita Levi Montalcini – MIUR), di cui soltanto 14 con il finanziamento dell’Ateneo (7 RTDA e 7 RTDB). Dal 2018 al 2019 gli RTDA sono passati da 66 a 21, oltre la metà dei 66 ha conseguito l’Abilitazione a professore Associato.

45 RTDA dunque hanno perso il posto, ma solo 8 di questi – ci risulta – sono diventati RTDB nel 2018. Dei 45, in 7 avevano completato sia il triennio sia la proroga biennale (5 anni complessivi), tutti con Abilitazione scientifica e vicini al limite massimo di 12 anni di precariato, previsto dalla legge Gelmini. Solo uno di loro è diventato RTDB.

Nel 2019 altri 5 RTDA quinquennali vedranno scadere i loro contratti.

 

 

L’impianto del reclutamento Gelmini non ha funzionato. Con la creazione della figura del Ricercatore A e B si è ottenuto piuttosto l’ampliamento del numero di precari, l’ingresso delle nuove generazioni nel mondo accademico avviene di fatto solo con l’assunzione nel ruolo di professore Associato, e la selezione non si basa sulla valutazione del merito e della maturità scientifica, ma sul numero esiguo di posti finanziati e su meccanismi variabili di distribuzione dei posti tra i settori scientifico disciplinari.

Nel 2019 altri RTDA, su cui Atenei e MIUR hanno investito, stanno per interrompere il lavoro di didattica nei Corsi di Laurea e quello di ricerca, e saranno esclusi dal sistema con grave danno economico per gli stessi Atenei e per i territori su cui sorgono.

 

Sul piano nazionale riteniamo siano necessarie alcune misure: 1) aumento dei fondi di finanziamento delle Università con riequilibrio delle risorse a favore di quelle più svantaggiate; 2) riforma del reclutamento e della legge Gelmini con cancellazione del precariato dei ricercatori; 3) investimenti per avanzamenti di carriera e assunzioni di personale docente e tecnico amministrativo, per il diritto allo studio e per i Dottorati di ricerca; 4) per il personale tecnico amministrativo un rinnovo contrattuale che sani le perdite subìte nei 9 anni precedenti, cui si aggiungono i tagli al salario accessorio.

 

 

Riteniamo che il Governo con il nuovo piano di reclutamento straordinario di Ricercatori B (1500 posti in tutta Italia), che è in cantiere e che recentemente è stato sollecitato anche da Cobas Unisalento, possa realizzare un primo obiettivo: porre parziale rimedio al precariato della ricerca.

In che modo?

Fissando già in sede di decretazione, tra i criteri di distribuzione dei posti di tipo B cui gli Atenei dovranno attenersi, una priorità: che almeno una parte dei posti venga spesa per settori scientifico-disciplinari con elevata qualità della ricerca, dove si registrano precari di lungo corso con Abilitazione Scientifica Nazionale. Ciò tenendo anche in conto gli RTDA che hanno terminato o termineranno l’iter Gelmini (3 anni + 2 di proroga) tra 2018 e 2019.

Riteniamo che tale priorità sia fondamentale, per un verso, per contrastare scelte antieconomiche, che hanno portato molte Università a disfarsi di risorse preziose, dopo l’investimento di ingenti finanziamenti. Un comportamento inaccettabile anche nella più piccola delle aziende.

Per altro verso, si ovvierebbe così alla disparità di trattamento, determinata dalla legge Madia, tra ricercatori a tempo determinato che hanno lavorato per almeno tre anni presso gli Enti di Ricerca e quelli assunti presso le Università. E si attuerebbe anche il «principio di non discriminazione» tra lavoratori a tempo determinato e indeterminato «comparabili», sancito dalla Direttiva Europea del 1999.

Lo stesso può fare l’Ateneo salentino, in ogni caso, dando priorità al precariato di lungo corso abilitato, considerato oltretutto che l’elevata qualità della ricerca del reclutamento B incide anche sulla quota premiale dell’FFO1 e sul calcolo dei punti organico: danari spendibili a beneficio dell’intera comunità accademica.

 

 

Category: Politica, Riceviamo e volentieri pubblichiamo

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