UN LIBRO E UN CD PER IAN CURTIS, IN MEMORIAM

| 18 Maggio 2020 | 1 Comment

di Roberto Molle______

Come oggi, quarant’anni fa se ne andava Ian Curtis. Aveva poco più di ventitré anni e prima di lasciare questo mondo è riuscito a marchiarlo con la sua voce e le sue parole. Detto così potrebbe sembrare l’epilogo dell’esistenza di un ragazzo depresso e disperato fino al punto di suicidarsi, ma le storie non sono mai così semplici come appaiono e a ben guardarle contengono al loro interno altre storie che si intrecciano e si confondono come in un gioco di specchi.

Nato a Manchester il 15 luglio de 1956 e cresciuto a Macclesfield, Ian aveva il fascino per le opere romantiche dei poeti ottocenteschi e la passione per musicisti che rispondevano al nome di David Bowie, Jim Morrison e Velvet Underground. Questi i dati di partenza che lo accompagneranno in un transfert esistenziale e lo condurranno a una spietata consapevolezza del fatto che sarebbe morto giovane.

Nel 1976 l’Electric Circus era un club considerato il tempio del punk, da lì erano passati i Sex Pistols ed era anche il posto dove Ian incontrò i futuri compagni della sua band: i Joy Division. Un tiepido esordio sulla scena punk con un pre-nome (Warsaw) ispirato da una canzone di David Bowie, poi l’irruzione a scompigliare le carte del rock tirandone via la patina in superfice fino a far confluire il respiro dei Pistols e l’afflato dei Buzzckocs nel post-punk, un termine oscuro e affascinate che a quel punto voleva dire essere avanti sui tempi già veloci e incontenibili.

Gli impulsi selvaggi del basso penetrante di Peter Hook, il drumming possente e minimale di Steve Morris, la chitarra tagliente, armoniosa, ripetitiva di Bernard Sumner e la voce inflessibile, talvolta cupa, altrove calda e baritonale di Ian Curtis, diedero il soffio vitale a due album leggendari: “Unknown Pleasures” e “Closer”. Poi una manciata di singoli (da Transmission ad Atmosphere, da Love will tear us apart a Komakino) a segnare il territorio e per farsi conoscere dal mondo. E gli States erano lì, a un tiro di schioppo. Ma per uno che nel suo diario emozionale ha scritto: “nessun rimpianto, nessun risentimento… io appartengo a un’altra epoca…”, si può capire quanto l’essere affetto da epilessia fotosensibile, l’essere innamorato di due donne e non saper quale scegliere, l’avere una bambina di un anno che non si prende in braccio per la paura di fargli del male, quanto tutto questo giocasse un ruolo gigantesco.

Il dolore, la passione e la bellezza convogliati in testi che restano eterni. Ian Curtis ha scritto tutte le canzoni dei Joy Division e le ha incarnate cercando di depotenziarne la drammaticità durante le esibizioni sul palco condividendole col pubblico, ma, alla fine del concerto tutto tornava ad appartenergli. E i pesi si facevano sempre più enormi.

La registrazione di “Closer” era quasi terminata, ma il disco non fece in tempo a essere pubblicato (uscì postumo un paio di mesi dopo).

Ian Curtis decise di togliersi la vita la notte del 18 maggio 1980. Sul giradischi girava “The idiot” di Iggy Pop e la televisione aveva mandato in onda “La ballata di Stroszeck” di Werner Herzog. Chi aveva visto quel film ci trovò dei riferimenti con la drammaticità del suo gesto.

La mia esperienza di ragazzo all’epoca ne fu toccata profondamente. Ero militare di leva quando scoprii la musica dei Joy Division. Gli scenari decadenti e apocalittici evocati dalle loro canzoni si collegavano perfettamente alle mie frustrazioni di ventiduenne, costretto a vivere in quel luogo algido e spersonalizzante quale poteva essere una caserma militare. Mi ritrovavo nei testi scritti da Ian Curtis: i suoi tormenti, le sue paure, il suo sentirsi inadeguato, erano le stesse sensazioni che provavo io nella mia situazione. Considerato che mi trovavo ad avere poco meno dell’età che aveva ogni membro dei Joy Division quando riuscirono a cristallizzare in una manciata di brani tutta la bellezza, il disagio e il nichilismo strisciante espressi da una generazione che stava vivendo sulla propria pelle sconvolgimenti epocali, lasciai perdere il fatto di essere un italiano e loro dei ragazzi inglesi e inizia a pensare alla band come perfetta portavoce della rabbia e delle aspettative di migliaia di giovani in tutto il mondo.

 

Poi avevo un debito con Ian Curtis. Per tutta la dolorosa bellezza contenuta in canzoni come The eternal e Passover, o come Atmosphere, Disorder e Isolation. E i debiti si onorano.

Sei mesi fa ho cominciato a pensare a un omaggio ai Joy Divison e in particolare alla figura di Ian Curtis. Volevo che in occasione del quarantesimo della sua scomparsa si potesse accendere un riflettore su quel ragazzo romantico che il destino ha reso maledetto. Volevo fare qualcosa che ne addolcisse il ricordo.

Sull’onda dell’esperienza del tributo a Nick Drake ho pensato ancora a un libro e a un cd con canzoni, poesie, racconti e riflessioni da parte di chi ama e apprezza ancora oggi l’universo Joy Division. Il risultato sta tutto nel progetto “Nessun perduto amore”, dove una quarantina di autori da un po’ tutta Italia in un afflato corale si sono prestati a scrivere una pagina nuova al culto della musica e della bellezza universale.

“Nessun perduto amore” esce proprio in questi giorni e si pregia tra gli altri del contributo di alcuni importanti critici musicali italiani (da Salvatore Setola a Stefano Morelli, da Max Stèfani a Stefano Solventi); di musicisti di varia estrazione (da Fabrizio Tavernelli ai Votiva Lux, da H.e.r. agli Zoom, dagli Airportman a Christine IX, da Edo Avi ad Alessandro Bongi, autore di Atmosphere, l’unica cover presente nel cd). Il libro ospita anche una bella testimonianza di Natalie Curtis (figlia di Ian) che nel 1980 aveva solo un anno.

 

 

Category: Cultura

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  1. Inserire qualche poesia e qualche brano dell’autore presentato non sarebbe opera cattiva.

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