{"id":209679,"date":"2023-01-09T00:02:00","date_gmt":"2023-01-08T23:02:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.leccecronaca.it\/?p=209679"},"modified":"2023-01-08T18:03:15","modified_gmt":"2023-01-08T17:03:15","slug":"c-4","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2023\/01\/09\/c-4\/","title":{"rendered":"COME ERAVAMO \/\u00a0LA SPESA AL MERCATO COPERTO"},"content":{"rendered":"\n<p>di <strong>Raffaele Polo<\/strong> ______<\/p>\n\n\n\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"900\" height=\"600\" class=\"wp-image-209947\" style=\"width: 1200px;\" src=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2023\/01\/buonapolo.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2023\/01\/buonapolo.jpg 900w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2023\/01\/buonapolo-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2023\/01\/buonapolo-768x512.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p>Parliamo degli anni Sessanta. Allora, andavamo a fare la spesa al mercato, sotto la tettoia Liberty  addossata al Castello di Carlo V, almeno un paio di volte alla settimana. Gli altri giorni, il pane e altre piccole cose le potevamo comprare da soli, su precise disposizioni della mamma. &#8216;Prendi sette etti di cornetti da Padula&#8217; mi diceva. E a me veniva da ridere per quella specie di scioglilingua dei &#8216;sette etti di cornetti&#8217;\u00a0 e meno male che non erano otto etti senn\u00f2 avremmo compitato &#8216;cornotti&#8217;&#8230; <\/p>\n\n\n\n<p>Insomma, a quei tempi non era assurdo o un disonore &#8216;fare la spesa con un genitore&#8217;. Anzi, il mondo attorno a noi lo conoscevamo proprio in quelle occasioni, i nomi dei venditori li apprendevamo subito: Lojacono, Napolitano, Caff\u00e8 Orlando, Cagnazzo, La Bomba atomica&#8230; <\/p>\n\n\n\n<p>Ma il mercato era certamente il luogo pi\u00f9 affascinante, ogni volta mi divertivo a contare gli avventori che si aggiravano tra le bancarelle masticando il &#8216;mezzo filone&#8217;. Una volta ne contai 15, e tutti avevano la &#8216;porchetta&#8217; (a Lecce la mortadella si chiamava cos\u00ec) come imbottitura&#8230; <\/p>\n\n\n\n<p>Pi\u00f9 di ogni altra cosa, erano le grida dei fruttivendoli che si pubblicizzavano e cercavano di coprire i concorrenti con la forza della propria voce, ad emergere.\u00a0 Non parliamo poi della parte finale del mercato, quella verso la piazza delle Poste: l\u00ec c&#8217;erano i venditori del pesce e, soprattutto, il pavimento perennemente bagnato e maleodorante. <\/p>\n\n\n\n<p>Allora, come del resto anche in tempi attuali, si sposavano due consuetudini: o andare presto, la mattina, a fare compere, per avere la merce (soprattutto il pesce) pi\u00f9 fresca, o aspettare la fine delle contrattazioni, quando le bancarelle venivano coperte e gli stand chiudevano. Allora, la merce rimasta veniva offerta a prezzi vantaggiosissimi, anche se finivi per tornare a casa carico di chili e chili di frutta e verdura che veniva offerta sempre allo stesso modo: &#8216;N\u00e0, signora, pigghiala tutta ca te fazzu lu prezzu bonu!&#8217;<\/p>\n\n\n\n<p>Le mia preferite, in quella sorta di Presepe profano, erano due donne non pi\u00f9 giovanissime. La prima, vendeva ferri lunghi e acuminati. La mamma mi spiegava che servivano a fare la lana ma soprattutto a confezionare i rotolini di pasta fatta a casa che avevano nomi particolari: minchiareddi, maccaruni e maritati quando erano mescolati alle orecchiette, che si chiamava &#8216;caturu&#8217;.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, c&#8217;era l&#8217;altra, sempre seduta al suo banchetto, che vendeva le uova. Credo si chiamasse l&#8217;Antunietta de l&#8217;oe ma non sono sicuro&#8230; Le uova mi piacevano moltissimo, la mamma comprava quelle fresche (Cu nu bessenu coatizze!, ammoniva la venditrice, che sorrideva) e il giorno stesso, tornati a casa, ne scaldava uno e me lo faceva\u00a0 &#8216;alla cocca&#8217;. <\/p>\n\n\n\n<p>C&#8217;era un curioso oggetto che serviva proprio a quello, a contenere verticalmente l&#8217;uovo. E, rotto delicatamente il guscio nella parte superiore, potevamo introdurvi molliche o sottili fettine di pane, ripescandole col cucchiaino. Apprendemmo poi che l&#8217;uovo, consumato a quella maniera, era in realt\u00e0 definito in francese &#8216;a la coque&#8217; perch\u00e9 ricordava il verso della gallina che lo ha appena prodotto&#8230; Per noi rimaneva il piacere di quel guscio perforato, ricco di saporito contenuto che &#8216;ci faceva bene, ma non esageriamo&#8217; come diceva la mamma.\u00a0 C&#8217;era poi una cerimonia che ci piaceva molto: nelle fredde mattine invernali, l&#8217;uovo era mescolato allo zucchero e al marsala, formando la densa crema di zabaglione che\u00a0 ci affrettavamo ad assaggiare, prima che venisse aggiunto il caff\u00e8 , in quei tazzoni grandi nei quali tuffavamo il nostro volto di bambini.<\/p>\n\n\n\n<p>Che volete, a volte capita che certi sapori non li sentiamo pi\u00f9. Come ci\u00f2 che garbatamente vendeva&nbsp; Antonietta de l&#8217;oe.<\/p>\n<fb:like href='https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2023\/01\/09\/c-4\/' send='true' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='recommend' colorscheme='light' font='lucida grande'><\/fb:like><span class=\"fb_share\"><fb:like href=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2023\/01\/09\/c-4\/\" layout=\"button_count\"><\/fb:like><\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Raffaele Polo ______ Parliamo degli anni Sessanta. Allora, andavamo a fare la spesa al mercato, sotto la tettoia Liberty addossata al Castello di Carlo V, almeno un paio di volte alla settimana. 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