{"id":260024,"date":"2026-06-27T00:05:00","date_gmt":"2026-06-26T22:05:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/?p=260024"},"modified":"2026-06-06T17:45:58","modified_gmt":"2026-06-06T15:45:58","slug":"indovina-chi-viene-a-cena-larte-della-cartapesta-e-una-combinazione-in-cui-e-entrata-la-luce-che-raggiunge-lirraggiungibile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/06\/27\/indovina-chi-viene-a-cena-larte-della-cartapesta-e-una-combinazione-in-cui-e-entrata-la-luce-che-raggiunge-lirraggiungibile\/","title":{"rendered":"INDOVINA CHI VIENE A CENA? \/ LA CARTAPESTA E&#8217; UNA COMBINAZIONE IN CUI E&#8217; ENTRATA LA LUCE CHE RAGGIUNGE L&#8217;IRRAGGIUNGIBILE"},"content":{"rendered":"\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"1547\" height=\"2048\" class=\"wp-image-260026\" style=\"width: 1500px;\" src=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/CARTAP.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/CARTAP.jpg 1547w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/CARTAP-227x300.jpg 227w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/CARTAP-774x1024.jpg 774w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/CARTAP-768x1017.jpg 768w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/CARTAP-1160x1536.jpg 1160w\" sizes=\"(max-width: 1547px) 100vw, 1547px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p>di <strong>Emanuela Boccassini ______________<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Viviamo in un tempo in cui quasi tutto \u00e8 disponibile immediatamente. Entriamo in un negozio, scegliamo un oggetto, lo acquistiamo e lo portiamo a casa. Oppure lo ordiniamo con un clic e attendiamo soltanto il tempo della consegna. Siamo cos\u00ec abituati all\u2019abbondanza e alla velocit\u00e0 da dimenticare spesso una domanda semplice: chi ha realizzato ci\u00f2 che utilizziamo ogni giorno?<\/p>\n\n\n\n<p>Dietro ogni oggetto esiste sempre un lavoro. A volte \u00e8 il risultato di una produzione industriale capace di rendere accessibili beni che un tempo sarebbero stati riservati a pochi. Altre volte nasce dalle mani di un artigiano, dal sapere accumulato negli anni, da gesti ripetuti e affinati nel tempo.<\/p>\n\n\n\n<p>Per secoli questi due mondi hanno convissuto, intrecciandosi, influenzandosi e talvolta contrapponendosi. Da una parte la standardizzazione, la velocit\u00e0, la possibilit\u00e0 di produrre molto e per molti. Dall\u2019altra l\u2019unicit\u00e0, la personalizzazione, il valore di un oggetto che porta ancora visibili le tracce di chi lo ha creato.<\/p>\n\n\n\n<p>Stabilire quale dei due sia migliore \u00e8 probabilmente impossibile. La produzione industriale ha migliorato la vita di milioni di persone e reso accessibili beni prima impensabili. Eppure, insieme a molti vantaggi, ha contribuito alla scomparsa di mestieri, botteghe e conoscenze tramandate per generazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora la domanda non \u00e8 quale prodotto scegliere, le domande sono: che cosa resta del lavoro umano dentro ci\u00f2 che produciamo? Quanto valore attribuiamo ancora al tempo, all\u2019esperienza e alle mani che trasformano una materia grezza in qualcosa di utile, bello o necessario?<\/p>\n\n\n\n<p>Alcuni lavori producono oggetti. Altri lasciano impronte. Non impronte visibili come quelle sulla sabbia, ma tracce che restano nella materia, nei gesti, nelle storie e nelle tradizioni che attraversano il tempo.<\/p>\n\n\n\n<p>La cena di questa sera nasce da qui. La mia ospite appartiene a un mondo in cui il tempo ha ancora un valore diverso. Un mondo fatto di mani che conoscono la materia, di gesti ripetuti centinaia di volte fino a diventare memoria, di conoscenze che non si apprendono soltanto dai libri, ma osservando, provando, sbagliando e ricominciando.<\/p>\n\n\n\n<p>La persona che sieder\u00e0 a questa tavola conosce bene il linguaggio delle mani, della pazienza e della cura. Lo pratica ogni giorno attraverso un mestiere che richiede tempo, dedizione e rispetto per una tradizione che rischierebbe di scomparire se nessuno decidesse di raccoglierne l\u2019eredit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"779\" height=\"768\" class=\"wp-image-260025\" style=\"width: 800px;\" src=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/616536946_1596873091668687_7866789642526446371_n.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/616536946_1596873091668687_7866789642526446371_n.jpg 779w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/616536946_1596873091668687_7866789642526446371_n-300x296.jpg 300w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/616536946_1596873091668687_7866789642526446371_n-768x757.jpg 768w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/616536946_1596873091668687_7866789642526446371_n-60x60.jpg 60w\" sizes=\"(max-width: 779px) 100vw, 779px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Maddalena Gelsomino Baldari<\/strong> \u00e8 la vedova del maestro Luigi Baldari, figura di riferimento della grande tradizione della cartapesta leccese, le cui origini affondano tra il Seicento e il Settecento. In questo contesto, il cognome Baldari \u00e8 diventato nel tempo un punto di riferimento artistico e artigianale, legato a una delle espressioni pi\u00f9 riconoscibili della cultura locale.<\/p>\n\n\n\n<p>Accanto al maestro Luigi, Maddalena ha condiviso un percorso lungo quasi cinquant\u2019anni. Un cammino fatto di lavoro quotidiano, ricerca artistica e amore. La loro non \u00e8 stata soltanto una collaborazione professionale, ma una vita costruita insieme, nella quale arte e affetti si sono intrecciati fino a diventare inseparabili. La sua presenza all\u2019interno della tradizione Baldari non \u00e8 mai stata quella di una semplice osservatrice. \u00c8 stata parte integrante di un patrimonio fatto di gesti, conoscenze e sensibilit\u00e0 tramandate nel tempo. Custode di una memoria preziosa, continua ancora oggi a preservare quei saperi che rendono ogni opera di cartapesta qualcosa di unico e irripetibile.<\/p>\n\n\n\n<p>La cartapesta, qui nel Salento, non \u00e8 soltanto una tecnica artigianale. \u00c8 una storia che attraversa generazioni, un sapere che si trasmette da una persona all\u2019altra e che continua a vivere ogni volta che un foglio di carta prende forma trasformandosi in qualcosa di nuovo. In questo contesto si inserisce la storia recente della famiglia Baldari, che ha pi\u00f9 volte chiesto un sostegno da parte delle istituzioni per poter dare maggiore respiro a questo tipo di attivit\u00e0, con l\u2019idea di creare una struttura che possa essere un punto di riferimento per il territorio. Un luogo in cui ospitare non solo giovani apprendisti, ma anche persone con fragilit\u00e0 o semplicemente chi desidera avvicinarsi a questo mestiere.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019obiettivo \u00e8 sempre stato quello di trasmettere un\u2019arte antica, ma al tempo stesso garantirne la continuit\u00e0 e l\u2019evoluzione. La cartapesta, infatti, rientra tra le tradizioni pi\u00f9 caratteristiche del territorio, ma oggi rischia di scomparire. Lo stesso vale per altre lavorazioni, come la pietra leccese: rispetto a qualche decennio fa, le botteghe sono diminuite in modo evidente. Se si guarda agli anni Ottanta, il cambiamento \u00e8 lampante: quello che un tempo era un tessuto vivo e diffuso, oggi appare sempre pi\u00f9 rarefatto. Per questo motivo, secondo la famiglia Baldari, \u00e8 necessario un intervento concreto da parte delle istituzioni, siano esse comunali, provinciali o di altro livello, affinch\u00e9 si prenda coscienza di ci\u00f2 che si sta perdendo. Non si tratta soltanto di preservare una tradizione, ma di riconoscere il valore culturale di un patrimonio che rischia di scomparire. Il paradosso \u00e8 che \u201csiamo molto attenti a tutelare alcune tradizioni, mentre altre vengono lasciate lentamente svanire\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>La conversazione di questa sera nasce proprio dal valore delle mani, dal tempo necessario per imparare un mestiere e da ci\u00f2 che resta quando un sapere continua a essere tramandato.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Per questa cena, dedicata al lavoro artigiano, l\u2019accoglienza non poteva che poggiare su un\u2019opera di pura pazienza. Sulla tavola si distende un tessuto nato dal respiro lento e cadenzato del telaio. Proprio come la maestra cartapestaia plasma la carta e la colla un foglio alla volta, cos\u00ec la tessitrice ha incrociato trama e ordito, battito dopo battito, per dare vita a questa struttura. I grandi blocchi geometrici che sfumano dal panna luminoso alle tonalit\u00e0 del tortora e della terra creano una scenografia fiera e materica. Sui bordi delicati arabeschi affiorano nel tessuto come i fregi di un\u2019antica statua sacra. \u00c8 l\u2019omaggio perfetto a un lavoro antico: una superficie dove ogni filo racconta che la bellezza richiede tempo. Su di essa ho disposto piatti artigianali in ceramica delicata con il bordo argentato. Le posate in acciaio, essenziali e precise nelle loro linee, introducono una nota diversa. Anche i bicchieri in vetro, perfettamente uguali tra loro, raccontano un\u2019altra forma di lavoro: quella della produzione industriale, capace di replicare con esattezza ci\u00f2 che nasce una sola volta.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Al centro della tavola ho disposto alcune candele avorio adagiate su semplici basi di vetro. La loro luce morbida si riflette sulla ceramica e accompagna la cena senza pretendere attenzione. Davanti ai piatti, piccoli angeli di cartapesta riportano il nome dei convitati. Non sono semplici segnaposto. Sono oggetti unici, modellati uno alla volta. Mi piace pensare che raccontino meglio di qualsiasi spiegazione il tema della serata: la differenza tra ci\u00f2 che viene prodotto e ci\u00f2 che viene creato.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Prima dell\u2019arrivo dell\u2019ospite lascio che la terrazza si riempia di una musica discreta. Nessuna voce. Solo corde, legni e melodie che procedono senza fretta. Mi sembrano il sottofondo pi\u00f9 adatto per una serata simile. In fondo ogni lavoro fatto a mano possiede un proprio ritmo: quello del telaio, dello scalpello, delle forbici, delle dita che modellano la materia.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 un tempo che non corre. Avanza per piccoli gesti ripetuti fino a trasformarsi in qualcosa di compiuto.<\/p>\n\n\n\n<p>Ecco, il citofono annuncia l\u2019arrivo della mia gradita ospite.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019accolgo e come sempre sfoggio il mio miglior sorriso, quello accogliente e sincero che mostra il piacere di far entrare nel mio mondo tante persone interessanti e dalle quali ho imparato sempre qualcosa. La faccio accomodare e mentre chiacchieriamo in maniera disinvolta e consueta, porto in tavola l\u2019antipasto: piccoli cestini croccanti di pasta fillo fatti a mano, nessuno \u00e8 identico all\u2019altro. Uno \u00e8 pi\u00f9 aperto, uno pi\u00f9 chiuso, uno pi\u00f9 fragile nei bordi. \u00c8 una differenza minima, quasi impercettibile, ma sufficiente a raccontare tutto. La pasta si piega, resiste, si incrina. E proprio in questa incertezza prende forma ci\u00f2 che \u00e8 fatto a mano: qualcosa che non si lascia mai completamente ripetere. La mousse di caprino incontra la dolcezza dei fichi secchi e la resistenza delle noci come tre materiali diversi che imparano a convivere.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il suo lavoro si muove dentro tempi che non si possono accelerare: l\u2019asciugatura, la stratificazione, l\u2019attesa. In un mondo che chiede velocit\u00e0, produzione immediata e oggetti replicabili all\u2019infinito, come si difende questa lentezza? E cosa rischiamo di perdere quando tutto viene semplificato in un processo rapido e industriale?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>La lentezza dell\u2019artigianato, in un mondo dominato dalla velocit\u00e0 e dalla produzione in serie, non rappresenta una debolezza, ma un autentico punto di forza. \u00c8 proprio questa dimensione lenta e attenta che permette di creare oggetti unici, capaci di distinguersi dall\u2019omologazione tipica dei prodotti industriali. L\u2019artigianato dimostra cos\u00ec una straordinaria capacit\u00e0 di resistenza e di adattamento: attraverso l\u2019unicit\u00e0 delle sue creazioni riesce a contrastare la standardizzazione e a restituire valore all\u2019opera umana.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Per spiegare questo concetto mi viene in mente una riflessione di Ungaretti sulla poesia. Il poeta sosteneva che la poesia \u00e8 una combinazione di vocali e consonanti nella quale, a un certo punto, entra una luce, e che proprio dal grado di questa luce si riconosce la verit\u00e0 della poesia. Credo che qualcosa di simile accada anche nell\u2019arte e nell\u2019artigianato: quando entra quella luce, fatta di intuizione, sensibilit\u00e0 e creativit\u00e0, l\u2019opera acquista una propria identit\u00e0 e diventa qualcosa di unico e irripetibile&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/watch\/?v=1449719479173574\">https:\/\/www.facebook.com\/watch\/?v=1449719479173574<\/a><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019unicit\u00e0, dunque, non \u00e8 soltanto un valore estetico, ma il segno pi\u00f9 evidente della presenza dell\u2019uomo nel processo creativo. Dove interviene la mano dell\u2019artigiana non esiste una ripetizione perfetta: ogni oggetto conserva piccole differenze che raccontano una storia, un gesto, una scelta. \u00c8 un principio che vale per le opere d\u2019arte come per le espressioni pi\u00f9 semplici della tradizione quotidiana. Anche la scelta del primo ha un suo perch\u00e9. Le orecchiette fatte in casa non sono mai uguali le une alle altre, e \u2013 credo \u2013 sia proprio questo il bello e la caratteristica principale del lavoro umano: la sua singolarit\u00e0. Il condimento \u00e8 un inno all\u2019estate: pomodorini freschi, rucola e feta.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Nel momento in cui una forma prende vita tra le sue mani, esiste un istante preciso in cui sente che non \u00e8 pi\u00f9 soltanto materia lavorata, ma qualcosa che ha acquisito una presenza propria, quasi un\u2019anima? Come si riconosce quel passaggio invisibile?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Durante la lavorazione esiste sempre un processo creativo. Come in tutti i processi creativi, c\u2019\u00e8 quella che potremmo definire una fase di ispirazione, una sorta di luce che consente a un pezzo di diventare qualcosa di unico e raro, anzich\u00e9 un semplice prodotto destinato all\u2019omologazione. Molto dipende dall\u2019idea iniziale, ma anche dall\u2019applicazione della tecnica. La tecnica ha un valore fondamentale e, come ogni forma di conoscenza, \u00e8 soggetta a un\u2019evoluzione continua. Per questo \u00e8 importante sperimentare, introdurre nuove soluzioni e nuove modalit\u00e0 operative, senza per\u00f2 spezzare il legame con la tradizione. Credo che l\u2019unicit\u00e0 nasca proprio da questo equilibrio: dalla capacit\u00e0 di innovare senza rinnegare le proprie radici. \u00c8 cos\u00ec che un manufatto acquista una sua identit\u00e0 e diventa espressione di un percorso creativo autentico, capace di compiere un piccolo passo in avanti pur restando fedele alla propria storia&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Per la maestra cartapestaia, dunque, non esiste un momento preciso in cui la materia si trasforma improvvisamente in qualcosa di diverso. Quel passaggio invisibile \u00e8 piuttosto il risultato di un processo creativo nel quale intuizione, esperienza e tecnica si intrecciano costantemente. L\u2019unicit\u00e0 dell\u2019opera nasce proprio da questo dialogo tra innovazione e tradizione, tra la volont\u00e0 di sperimentare e il rispetto delle proprie radici.<\/p>\n\n\n\n<p>Porto in tavola il secondo. Il filetto alla Wellington con contorno di bouquet di fagiolini legati con un filo di porro. \u00c8 il trionfo dell\u2019artigianato gastronomico: la precisione della chiusura \u2013 che ammetto, stavolta, di non aver del tutto azzeccato \u2013, il decoro intagliato a mano sulla sfoglia, l\u2019attenzione a non far bagnare l\u2019impasto.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Nella produzione industriale l\u2019errore viene eliminato. Nella bottega artigiana, invece, l\u2019imprevisto pu\u00f2 diventare parte del processo creativo. Le \u00e8 mai capitato che un errore, una deformazione o una risposta inattesa dei materiali si trasformasse in qualcosa di inaspettatamente riuscito? E, guardando invece alla produzione seriale, cosa si perde secondo lei quando un oggetto diventa identico a mille altri?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>S\u00ec, \u00e8 capitato. E parlo proprio di errore, non di semplice imprevisto. In alcune lavorazioni un errore si \u00e8 trasformato in un punto di forza, in una peculiarit\u00e0 cos\u00ec interessante da spingermi a studiarla e approfondirla fino a farne un percorso produttivo diverso. Del resto, la storia ci insegna che spesso gli errori aprono strade nuove. Anche nell\u2019arte \u00e8 accaduto molte volte. Penso, ad esempio, al Mos\u00e8 di Michelangelo: si racconta che un\u2019imperfezione nella realizzazione del ginocchio abbia contribuito a creare quella torsione che dona alla figura una straordinaria sensazione di movimento. Ci sono casi in cui l&#8217;errore diventa una caratteristica distintiva, una ramificazione inattesa che vale la pena seguire e sviluppare.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Per quanto riguarda la produzione industriale, credo che esistano oggetti che debbano essere prodotti in serie e altri che non possano esserlo. L\u2019arte, certamente, appartiene a questa seconda categoria. Un\u2019opera d\u2019arte non pu\u00f2 nascere da uno stampo ripetuto all&#8217;infinito, perch\u00e9 il suo compito \u00e8 quello di fare da tramite tra la realt\u00e0 e ci\u00f2 che ancora non conosciamo, aprendo nuove prospettive e nuovi percorsi. La produzione industriale \u00e8 fondamentale per molti oggetti di uso quotidiano, ma non dovrebbe oltrepassare quella soglia oltre la quale un manufatto pretende di essere arte. L\u2019arte richiede unicit\u00e0, ricerca e una componente umana che non pu\u00f2 essere replicata meccanicamente&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019errore che diventa scoperta, la tradizione che dialoga con l\u2019innovazione, l\u2019unicit\u00e0 che resiste all\u2019omologazione: sono temi che ritornano costantemente nelle parole della maestra e che accompagnano la conversazione fino a una breve pausa. Ecco il momento del sorbetto, la pausa necessaria per riflettere su quanto detto e sentito. \u00c8 l\u2019occasione per interrompere il ritmo dell\u2019intervista senza spezzare il filo conduttore. E poi ammettiamolo, con questo caldo qualcosa di rinfrescante, anche metaforicamente, era necessario.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, arrivano in tavola i cannoli siciliani. Non \u00e8 una scelta casuale per chiudere una serata dedicata al valore del fatto a mano. Il cannolo \u00e8 un oggetto che si ribella per natura alla logica della catena di montaggio e della lunga conservazione. La grande industria non pu\u00f2 replicarlo senza tradirlo: se lo assembli in serie, il tempo distrugge l\u2019equilibrio. Esige l\u2019artigianato dell\u2019istante: la cialda deve essere fritta ad arte, con le sue imperfezioni e le sue bolle, e la ricotta deve incontrarla solo un momento prima del morso. C\u2019\u00e8 una fragilit\u00e0 in questa perfezione che dipende totalmente dal tocco umano e dal rispetto del tempo. E mentre la dolcezza del cannolo si rivela lentamente, con quella fragilit\u00e0 che esiste solo nel momento in cui lo si rompe, viene naturale fermarsi un istante.<\/p>\n\n\n\n<p>In una serata dedicata al lavoro delle mani, al valore dell\u2019imperfezione e alla forza della materia trasformata, resta una domanda che non riguarda pi\u00f9 solo il mestiere, ma ci\u00f2 che lo supera.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Nella sua esperienza, c\u2019\u00e8 mai stato un momento in cui ha avuto la sensazione che ci\u00f2 che crea con le sue mani non sia solo un oggetto, ma una forma di memoria? E se s\u00ec, cosa pensa che resti davvero di un lavoro artigiano quando le mani non ci sono pi\u00f9 a rifarlo?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Credo che il lavoro artigianale diventi inevitabilmente una forma di memoria. Lo \u00e8 nelle procedure che vengono tramandate, nei saperi che passano da una persona all\u2019altra e anche nell\u2019oggetto stesso, che continua a raccontare qualcosa di chi lo ha creato. Mi viene in mente un altro esempio. Nella Ginevra de\u2019 Benci di Leonardo \u00e8 stata individuata un\u2019impronta digitale attribuita all\u2019artista. \u00c8 un dettaglio straordinario perch\u00e9 ci ricorda che nell\u2019opera non rimane soltanto il risultato finale, ma anche il passaggio concreto di una persona. Rimane una traccia reale, quasi una firma involontaria. Penso che questo valga anche per l\u2019artigianato. In ogni manufatto resta qualcosa di chi lo ha realizzato: non solo la tecnica e l\u2019esperienza, ma anche una parte della sua sensibilit\u00e0, delle emozioni e dello stato d\u2019animo con cui ha lavorato. Tutto questo viene in qualche modo trasferito nell\u2019opera e continua a vivere anche quando le mani che l\u2019hanno creata non ci sono pi\u00f9<\/em>&#8220;.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Le parole di Maddalena riportano il discorso al punto da cui era partito: il valore dell\u2019unicit\u00e0. Se la produzione seriale tende a cancellare le tracce individuali, l\u2019artigianato conserva invece la memoria di chi crea. Nei gesti, nelle imperfezioni, nelle scelte tecniche e persino negli errori sopravvive qualcosa che va oltre l\u2019oggetto stesso: la presenza umana. Ed \u00e8 proprio questa presenza, fragile e irripetibile, a rendere ogni manufatto autenticamente unico.<\/p>\n\n\n\n<p>La serata si scioglie lentamente, come la carta quando incontra l\u2019acqua prima di diventare forma. Sul tavolo restano tracce leggere: briciole, bicchieri velati, segni minimi di passaggio. Nulla di definitivo, tutto ancora in trasformazione. Penso alla cartapesta come a ci\u00f2 che abbiamo attraversato questa sera: materia che non nasce importante, ma lo diventa con il tempo e con le mani.<\/p>\n\n\n\n<p>Non c\u2019\u00e8 davvero un finale. Solo oggetti che continuano a esistere anche dopo che nessuno li sta pi\u00f9 guardando. <\/p>\n\n\n\n<p>__________________<\/p>\n\n\n\n<p><strong>( 8 \u2013 continua )<\/strong><\/p>\n<fb:like href='https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/06\/27\/indovina-chi-viene-a-cena-larte-della-cartapesta-e-una-combinazione-in-cui-e-entrata-la-luce-che-raggiunge-lirraggiungibile\/' send='true' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='recommend' colorscheme='light' font='lucida grande'><\/fb:like><span class=\"fb_share\"><fb:like href=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/06\/27\/indovina-chi-viene-a-cena-larte-della-cartapesta-e-una-combinazione-in-cui-e-entrata-la-luce-che-raggiunge-lirraggiungibile\/\" layout=\"button_count\"><\/fb:like><\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Emanuela Boccassini ______________ Viviamo in un tempo in cui quasi tutto \u00e8 disponibile immediatamente. Entriamo in un negozio, scegliamo un oggetto, lo acquistiamo e lo portiamo a casa. Oppure lo ordiniamo con un clic e attendiamo soltanto il tempo della consegna. Siamo cos\u00ec abituati all\u2019abbondanza e alla velocit\u00e0 da dimenticare spesso una domanda semplice: [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":4,"featured_media":260026,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[1,31],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/260024"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/4"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=260024"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/260024\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":260028,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/260024\/revisions\/260028"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/260026"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=260024"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=260024"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=260024"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}