{"id":260848,"date":"2026-07-11T00:05:00","date_gmt":"2026-07-10T22:05:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/?p=260848"},"modified":"2026-06-30T16:59:12","modified_gmt":"2026-06-30T14:59:12","slug":"indovina-chi-viene-a-cena-3","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/07\/11\/indovina-chi-viene-a-cena-3\/","title":{"rendered":"INDOVINA CHI VIENE A CENA? \/ DAL BANGLADESH AL SALENTO: &#8220;E&#8217; tutto diverso&#8230;Ma ora mi sento a casa qui&#8221;"},"content":{"rendered":"\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"1600\" height=\"1200\" class=\"wp-image-260854\" style=\"width: 1500px;\" src=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/aaaaaaaaacobbu.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/aaaaaaaaacobbu.jpg 1600w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/aaaaaaaaacobbu-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/aaaaaaaaacobbu-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/aaaaaaaaacobbu-768x576.jpg 768w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/aaaaaaaaacobbu-1536x1152.jpg 1536w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/aaaaaaaaacobbu-400x300.jpg 400w\" sizes=\"(max-width: 1600px) 100vw, 1600px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p>di <strong>Emanuela Boccassini ______________<\/strong>&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La storia dell\u2019uomo \u00e8, in fondo, una storia di migrazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Si parte e si porta sempre qualcosa con s\u00e9: abitudini, gesti, ricordi.<\/p>\n\n\n\n<p>E spesso \u00e8 proprio attraverso il cibo che queste tracce diventano riconoscibili.<\/p>\n\n\n\n<p>La cucina, pi\u00f9 di altre forme culturali, conserva ci\u00f2 che si lascia indietro: lo trasforma, lo adatta, ma non lo cancella. In una ricetta si ritrovano lingue, territori, famiglie, passaggi di mano e di tempo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 pensando a questo intreccio tra spostamenti e identit\u00e0 che ho immaginato questa cena.<\/p>\n\n\n\n<p>Non come una rappresentazione, ma come un modo per osservare ci\u00f2 che accade quando una cultura ne incontra un\u2019altra.<\/p>\n\n\n\n<p>E forse anche per ricordare che, in tempi diversi della nostra storia, siamo stati tutti, in qualche forma, migranti.<\/p>\n\n\n\n<p>Prima dell\u2019arrivo dell\u2019ospite preparo la tavola sulla terrazza.<\/p>\n\n\n\n<p>La tovaglia, in tessuto grezzo color terra, stesa sul legno, lascia intuire la materia sottostante, come se non volesse coprire ci\u00f2 che c\u2019\u00e8 sotto. I sottopiatti geometrici sudafricani introducono un unico segno pi\u00f9 forte, un ritmo visivo che attraversa la tavola senza dominarla. Sopra piatti bianchi, semplici e puliti, alleggeriscono l\u2019insieme e fanno da spazio neutro, pi\u00f9 che da superficie. I bicchieri in vetro trasparente raccolgono la luce, lasciandola passare. Le posate in acciaio nero opaco accompagnano la composizione con discrezione, presenti ma non invasive, come un gesto naturale pi\u00f9 che un elemento decorativo.<\/p>\n\n\n\n<p>Al centro, un ramo d\u2019ulivo attraversa la composizione come una linea continua, discreta, pi\u00f9 vicina a un gesto che a un ornamento.<\/p>\n\n\n\n<p>La luce \u00e8 affidata a lanterne traforate in stile marocchino, appese e adagiate nella struttura della terrazza: accese, proiettano ombre morbide e mobili sul tessuto, come un disegno che cambia a ogni movimento dell\u2019aria.<\/p>\n\n\n\n<p>Non c\u2019\u00e8 nulla che voglia spiegare o rappresentare troppo.<\/p>\n\n\n\n<p>Solo elementi che condividono lo stesso spazio, senza cancellarsi a vicenda.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando mi fermo a guardare l\u2019insieme, la sensazione non \u00e8 quella di una tavola \u201ccostruita\u201d, ma di qualcosa che ha trovato da s\u00e9 un equilibrio temporaneo.<\/p>\n\n\n\n<p>Le melodie di Anouar Brahem accompagneranno la serata con un andamento lento, fatto di respiri, silenzi e legni che sembrano venire da lontano.<\/p>\n\n\n\n<p>Rimango qualche istante a osservare la tavola.<br>Le luci, la musica, gli oggetti sembrano dialogare tra loro con naturalezza.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi il citofono annuncia l\u2019arrivo dell\u2019ospite.<\/p>\n\n\n\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"697\" height=\"440\" class=\"wp-image-260855\" style=\"width: 800px;\" src=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/coversum-1.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/coversum-1.jpg 697w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/coversum-1-300x189.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 697px) 100vw, 697px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Questa sera ad accomodarsi a tavola con me \u00e8 <strong>Sumaia<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Ha ventiquattro anni, lavora come cameriera ed \u00e8 nata in Bangladesh, ma \u00e8 cresciuta in Italia fin dagli anni della scuola media.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima cosa che colpisce di lei non \u00e8 ci\u00f2 che racconta, ma il modo in cui lo racconta. Parla con una calma rara, senza alzare mai la voce e senza cercare di convincere nessuno. Ha due occhi profondi e gentili che sembrano osservare il mondo con attenzione, prima ancora di giudicare. Sorride spesso e il suo sorriso ha qualcosa di immediato e sincero che mette a proprio agio.<\/p>\n\n\n\n<p>Accompagno Sumaia verso la tavola e prendiamo posto mentre le note di Anouar Brahem continuano a scorrere leggere nell\u2019aria.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Durante la serata riceve una telefonata. Prima di rispondere mi chiede con gentilezza se pu\u00f2 farlo. \u00c8 un gesto semplice, che racconta molto del suo modo di stare con gli altri. Quando inizia a parlare, mi accorgo presto che non segue sempre le domande che le rivolgo. O forse sarebbe pi\u00f9 corretto dire che segue qualcosa di pi\u00f9 importante. Ogni risposta, infatti, sembra riportarla verso gli stessi temi: la famiglia, la figlia, il desiderio di costruire il proprio futuro e la ricerca di uno spazio in cui poter essere se stessa.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec, poco alla volta, smetto di inseguire le domande che avevo preparato e lascio che sia il racconto a trovare la propria strada.<\/p>\n\n\n\n<p>Porto in tavola dei fagottini di pasta brick ripieni di ratatouille, accompagnati da un t\u00e8 freddo speziato all\u2019ibisco. \u00c8 un piatto che nasce dall\u2019incontro. La pasta brick attraversa il Mediterraneo da secoli, cambiando forme e ripieni senza perdere la propria essenza. Anche la ratatouille racconta una storia di contaminazioni, ingredienti diversi che trovano un equilibrio comune senza rinunciare alla propria identit\u00e0. Forse \u00e8 proprio questo che accade quando culture differenti si incontrano: non si annullano, ma imparano a convivere.<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre la conversazione prende lentamente forma, rivolgo alla mia deliziosa ospite la prima e unica vera domanda.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Quando pensi alla tua vita tra Bangladesh e Italia, qual \u00e8 la differenza pi\u00f9 grande che senti sulla tua pelle?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>\u00c8 tutto diverso: la cultura, le persone. Io sto meglio qui in Italia, anche perch\u00e9 ho frequentato le scuole qui fin dalle medie. I miei genitori vivono in Italia da pi\u00f9 di trent&#8217;anni e io sono cresciuta con la cultura italiana. Mi sento abituata a questo Paese, mi sento a casa qui.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Anche per quanto riguarda la cucina ci sono tante differenze. Mi piacciono sia i piatti italiani sia quelli del Bangladesh. Nel mio Paese si usano molte spezie e molto olio, mentre qui si mangia in modo diverso, anche pi\u00f9 leggero. Per esempio, le verdure si mangiano spesso lesse, una cosa che da noi non succede quasi mai.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Ma la differenza pi\u00f9 grande non riguarda il cibo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Una cosa che non mi piace \u00e8 che i miei genitori vogliono che io stia sempre molto in casa. Mi dicono di non frequentare certe persone perch\u00e9 potrei imparare comportamenti che loro non approvano. Anche con mia figlia succede: mi consigliano di crescerla come hanno cresciuto me.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Io per\u00f2 non sono d&#8217;accordo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Sono cresciuta in Italia e penso che qui le cose siano diverse<\/em>&#8220;.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Mentre le chiedo come si gestisce il peso di un\u2019eredit\u00e0 cos\u00ec forte quando si cresce in un mondo completamente diverso, porto in tavola il primo. Un cous cous profumato, bagnato con un brodo vegetale leggero aromatizzato alla cannella e al coriandolo. I ceci neri, cotti lentamente, donano profondit\u00e0 e consistenza; i pinoli tostati aggiungono una nota croccante, mentre gli agrumi e la menta legano tra loro profumi che arrivano da tradizioni diverse.<\/p>\n\n\n\n<p>Pochi piatti raccontano la storia dei passaggi generazionali quanto il <em>cous cous<\/em>. \u00c8 un piatto che richiede cura, in cui i granelli si aggregano per assorbire un brodo nuovo, pur rimanendo distinti. Forse anche i figli di chi si sposta compiono un percorso simile: sono fatti della materia dei genitori, ma assorbono il sapore del luogo in cui nascono, cercando un compromesso tra la fedelt\u00e0 alle radici e il bisogno di respirare un\u2019aria nuova. Guardo Sumaia e le chiedo come i suoi genitori vedono questo suo spazio italiano.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Loro sono cresciuti in Bangladesh e pensano che una bambina debba essere educata esattamente come sono stati educati loro. Ma mia figlia \u00e8 nata qui. Io voglio che impari a vivere in questa societ\u00e0. Credo che ci debbano essere delle regole, certo. Anch\u2019io sono stata cresciuta con delle regole. Per\u00f2 non voglio che viva chiusa. Io non ho mai potuto fare tante cose che facevano le mie amiche. Non sono mai andata in discoteca, per esempio. Ho sempre sentito di avere una vita diversa rispetto alle ragazze che mi circondavano. Ancora oggi sento di non poter fare sempre quello che vorrei. Ci tengo molto ai miei genitori e non penso di poterli lasciare, anche se alcune amiche mi dicono che dovrei andare a vivere da sola con mia figlia<\/em>&#8220;.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>La conversazione prosegue e, quasi senza accorgercene, arriva il secondo piatto.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli involtini di manzo racchiudono al loro interno verza, provola affumicata e paprika dolce. Mi sono sembrati il simbolo perfetto di questa serata. In fondo ogni involtino custodisce qualcosa al proprio interno senza nasconderlo. Lo protegge, lo accompagna, gli permette di attraversare una trasformazione mantenendo intatta la propria natura.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche chi lascia il proprio Paese porta con s\u00e9 una lingua, una memoria. Alcune cose cambiano. Altre restano. E forse il difficile \u00e8 trovare il modo di custodire la propria storia senza lasciare che diventi una gabbia, ma usandola come base per costruire la propria autonomia. Il tono a tavola si fa pi\u00f9 denso, i sapori si fanno pi\u00f9 decisi e complessi. Mentre assaporiamo il piatto, guardo questa giovane madre e le chiedo, in questo equilibrio cos\u00ec sottile, per lei che \u00e8 cresciuta qui, cosa d\u00e0 davvero il senso della libert\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Qui ci sono pi\u00f9 possibilit\u00e0. Le donne possono lavorare, essere indipendenti, organizzare la propria vita. Ci sono servizi che aiutano le famiglie e le madri. Quando parlo di libert\u00e0 non intendo solo uscire la sera. Intendo la possibilit\u00e0 di scegliere. Nel mio Paese, invece, vedo spesso che \u00e8 l\u2019uomo a portare avanti tutta la famiglia. Qui le responsabilit\u00e0 sono condivise. Io sono cresciuta con regole diverse. Anche nella mia vita quotidiana ci sono cose che non posso fare liberamente come altre ragazze&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Mi racconta anche un\u2019altra cosa che riguarda il modo in cui si sente guardata, nei due mondi che attraversa. Quando torna nel suo Paese e indossa abiti europei, dice di percepire uno sguardo giudicante, come se quel modo di vestirsi la allontanasse da ci\u00f2 che gli altri si aspettano da lei.<\/p>\n\n\n\n<p>Qui, invece, quando indossa il <em>saree<\/em>, avverte occhi puntati addosso, come se in quell\u2019abito venisse immediatamente identificata come \u201caltro\u201d rispetto al contesto in cui vive.<\/p>\n\n\n\n<p>Per questo, nella quotidianit\u00e0, preferisce vestirsi all\u2019europea: non per rinunciare alle proprie origini, ma per sentirsi pi\u00f9 inclusa, meno esposta, pi\u00f9 semplicemente parte del luogo in cui vive.<\/p>\n\n\n\n<p>Le domando se abbia un sogno che vorrebbe realizzare.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Mi piace disegnare. Mi piace cucinare. Mi piacerebbe anche diventare make-up artist. Per\u00f2 adesso sono mamma e devo lavorare. Ci sono corsi che mi interesserebbero, ma costano troppo. Con il mio stipendio devo pensare alla casa e a mia figlia. Per ora non posso permettermeli<\/em>&#8220;.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Poi la cena rallenta naturalmente.<\/p>\n\n\n\n<p>Arriva il sorbetto. \u00c8 il momento della pausa, quello in cui le parole smettono di rincorrersi e trovano il tempo di sedimentare. Le domande e le risposte della serata sembrano disporsi con maggiore chiarezza, come quando l&#8217;acqua, dopo essere stata agitata, torna lentamente trasparente.<\/p>\n\n\n\n<p>Non c\u2019\u00e8 fretta di riprendere la conversazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Solo qualche istante di quiete.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando il dolce arriva in tavola, la serata ha ormai assunto un ritmo diverso.<\/p>\n\n\n\n<p>La Muhallabia, profumata all\u2019acqua di rose e arricchita da pistacchi, \u00e8 uno dei dolci pi\u00f9 diffusi del Mediterraneo orientale e del mondo arabo. Il budino delicato e accogliente, viene spesso offerto agli ospiti come gesto di benvenuto. Mi piace pensare che non esista conclusione migliore per una cena dedicata all\u2019incontro tra culture.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9, in fondo, l\u2019ospitalit\u00e0 \u00e8 una lingua che ogni popolo conosce.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi racconta che il padre della bambina vive ancora in Bangladesh e che sta preparando i documenti per permettergli di raggiungerla in Italia.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi torna a parlare della figlia.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Io credo di essere una brava mamma perch\u00e9 la capisco. Non voglio fare con lei quello che \u00e8 stato fatto con me. Voglio che possa fare e realizzare ci\u00f2 che io non ho potuto fare nella mia vita&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Nel suo racconto la maternit\u00e0 non \u00e8 solo responsabilit\u00e0, ma anche uno specchio in cui rileggere la propria storia. Crescendo, dice, ha imparato a cambiare.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Prima ero molto timida. Oggi me la cavo da sola. In Bangladesh, se avessi bisogno di qualcosa, dovrei chiedere aiuto agli altri. Qui invece sono indipendente. Secondo me \u00e8 anche una questione culturale. In Italia mi sento libera e autonoma. In Bangladesh le donne non possono sempre fare tutto quello che vogliono, esiste un modello di vita pi\u00f9 rigido per le donne&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Infine le chiedo se pensa mai di tornare a vivere nel suo Paese d\u2019origine.<\/p>\n\n\n\n<p>Scuote la testa.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>No. Mi piace stare qui. Questa \u00e8 casa mia. Mi sento italiana e non voglio tornare a vivere in Bangladesh&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Lo dice con semplicit\u00e0, senza esitazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>E mentre parla della sua vita, del lavoro, della figlia e dei sogni che ancora custodisce, affiora il ritratto di una giovane donna, con la testa sulle spalle, che sa cosa vuole e che cerca ogni giorno di costruire il proprio futuro senza rinunciare alle persone che ama, ma senza rinunciare a se stessa.<\/p>\n\n\n\n<p>Racconta di essere diventata pi\u00f9 indipendente, ma l\u2019indipendenza non coincide con l\u2019assenza di timori. Quando rientra tardi dal lavoro continua a muoversi con prudenza. Evita le strade poco illuminate, preferisce i luoghi dove c\u2019\u00e8 ancora movimento e presenza di persone. \u00c8 un\u2019attenzione che molte donne conoscono bene, indipendentemente dal luogo in cui sono nate.<\/p>\n\n\n\n<p>Sulla tavola restano soltanto i segni discreti del passaggio delle portate e delle parole. Sumaia viene da un altrove lontano, bagnato da altri oceani, eppure la sua storia ha trovato casa qui, a un passo da questo Mediterraneo che da secoli immaginiamo come un confine, ma che per gran parte della storia \u00e8 stato soprattutto una strada.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche questa sera, attraverso i piatti, i racconti e le domande, abbiamo seguito una piccola rotta fatta di partenze e approdi.<\/p>\n\n\n\n<p>E mentre la cena si conclude, resta una consapevolezza semplice.<\/p>\n\n\n\n<p>Le persone si muovono.<\/p>\n\n\n\n<p>Le idee viaggiano.<\/p>\n\n\n\n<p>Le tradizioni si trasformano, proprio come le persone. Ma ci\u00f2 che ci permette davvero di riconoscerci gli uni negli altri continua a essere lo stesso gesto antico: fermarsi, condividere una tavola e concedersi il tempo di ascoltare una storia diversa dalla propria.<\/p>\n\n\n\n<p>__________________<\/p>\n\n\n\n<p><strong>( 10 \u2013 continua )<\/strong><\/p>\n<fb:like href='https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/07\/11\/indovina-chi-viene-a-cena-3\/' send='true' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='recommend' colorscheme='light' font='lucida grande'><\/fb:like><span class=\"fb_share\"><fb:like href=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/07\/11\/indovina-chi-viene-a-cena-3\/\" layout=\"button_count\"><\/fb:like><\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Emanuela Boccassini ______________&nbsp; La storia dell\u2019uomo \u00e8, in fondo, una storia di migrazioni. Si parte e si porta sempre qualcosa con s\u00e9: abitudini, gesti, ricordi. E spesso \u00e8 proprio attraverso il cibo che queste tracce diventano riconoscibili. La cucina, pi\u00f9 di altre forme culturali, conserva ci\u00f2 che si lascia indietro: lo trasforma, lo adatta, [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":4,"featured_media":260854,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[1,31],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/260848"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/4"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=260848"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/260848\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":260991,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/260848\/revisions\/260991"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/260854"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=260848"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=260848"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=260848"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}