{"id":261918,"date":"2026-08-01T00:05:00","date_gmt":"2026-07-31T22:05:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/?p=261918"},"modified":"2026-08-08T09:36:48","modified_gmt":"2026-08-08T07:36:48","slug":"indovina-chi-viene-a-cena-un-algoritmo-come-amico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/08\/01\/indovina-chi-viene-a-cena-un-algoritmo-come-amico\/","title":{"rendered":"INDOVINA CHI VIENE A CENA? \/ UN ALGORITMO COME AMICO"},"content":{"rendered":"\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"2048\" height=\"1536\" class=\"wp-image-261919\" style=\"width: 1500px;\" src=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/COVERBBU.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/COVERBBU.jpg 2048w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/COVERBBU-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/COVERBBU-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/COVERBBU-768x576.jpg 768w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/COVERBBU-1536x1152.jpg 1536w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/COVERBBU-400x300.jpg 400w\" sizes=\"(max-width: 2048px) 100vw, 2048px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p>di <strong>Emanuela Boccassini<\/strong> ________________&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Nel tempo la tecnologia ha cambiato il nostro modo di vivere e, inevitabilmente, anche quello di lavorare. Ogni innovazione ha portato con s\u00e9 entusiasmo, possibilit\u00e0 nuove, ma anche timori.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi l\u2019intelligenza artificiale \u00e8 entrata cos\u00ec rapidamente nella nostra quotidianit\u00e0 da far nascere una domanda che riguarda tutti: cosa rester\u00e0 davvero umano nel lavoro di domani?<\/p>\n\n\n\n<p>Molti temono di essere sostituiti, di diventare improvvisamente superflui. Eppure la storia ci insegna che l\u2019uomo, davanti al cambiamento, non ha mai smesso di reinventarsi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il timore di essere sostituiti dalle macchine non \u00e8 nuovo. Mi torna in mente il protagonista dei <em>Quaderni di Serafino Gubbio operatore<\/em> di Pirandello, schiacciato da una modernit\u00e0 che trasforma l\u2019uomo in un ingranaggio.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>A distanza di pi\u00f9 di un secolo, la domanda resta la stessa: quanto spazio rimane all\u2019essere umano quando la tecnologia diventa sempre pi\u00f9 veloce, efficiente e onnipresente? Forse il punto non \u00e8 temere l\u2019intelligenza artificiale, ma capire come conviverci, lasciandole ci\u00f2 che \u00e8 ripetitivo e meccanico e preservando ci\u00f2 che resta irriducibilmente umano: fantasia, intuizione, immaginazione, sensibilit\u00e0 e imperfezione.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Del resto, ogni trasformazione tecnologica ha distrutto alcuni lavori e ne ha creati di nuovi. Fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare professioni nate dalla comunicazione digitale e dalla costruzione di contenuti e relazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse per\u00f2 il rischio pi\u00f9 grande non \u00e8 la sostituzione dell\u2019uomo, ma l\u2019abitudine alla velocit\u00e0: risposte immediate, idee pronte, creativit\u00e0 istantanea. Alcune cose, invece, continuano ad aver bisogno di tempo per maturare. E forse la vera domanda non \u00e8 se l\u2019intelligenza artificiale ci somiglier\u00e0 sempre di pi\u00f9, ma se noi sapremo ancora riconoscere ci\u00f2 che ci rende diversi da lei.<\/p>\n\n\n\n<p>E mentre queste domande restano aperte, il discorso si sposta naturalmente in un altro modo di raccontare il tempo: quello della tavola, degli oggetti, della presenza.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Il mio ospite di questa sera lavora ogni giorno dentro un cambiamento che riguarda tutti: quello del modo in cui la tecnologia sta riscrivendo il lavoro e le sue regole. Non \u00e8 una figura esterna a questo processo, ma qualcuno che lo attraversa mentre accade, tra strumenti nuovi, competenze che si trasformano e domande che restano aperte. \u00c8 da questo punto di osservazione, concreto e quotidiano, che nasce la conversazione di questa sera.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"924\" height=\"932\" class=\"wp-image-261920\" style=\"width: 800px;\" src=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/PROF.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/PROF.jpg 924w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/PROF-297x300.jpg 297w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/PROF-150x150.jpg 150w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/PROF-768x775.jpg 768w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/07\/PROF-60x60.jpg 60w\" sizes=\"(max-width: 924px) 100vw, 924px\" \/> <\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Fabio Cirac\u00ec<\/strong> \u00e8 Professore Associato di Storia della Filosofia presso l\u2019Universit\u00e0 del Salento, dove \u00e8 Presidente del Consiglio Didattico in Filosofia e Scienze Filosofiche e Direttore del Centro Interdipartimentale di Ricerca in Digital Humanities. Studioso della filosofia tedesca dell\u2019Ottocento e del pensiero di Arthur Schopenhauer, affianca alla ricerca storico-filosofica un costante interesse per l\u2019innovazione metodologica negli studi umanistici. <\/p>\n\n\n\n<p>Da anni promuove il dialogo tra sapere umanistico e tecnologie digitali, contribuendo allo sviluppo di percorsi di ricerca e formazione dedicati al rapporto tra filosofia e intelligenza artificiale. Membro del direttivo nazionale dell\u2019Associazione per l\u2019Informatica Umanistica e la Cultura Digitale (AIUCD), concentra la propria attenzione sulle implicazioni culturali, etiche e sociali delle nuove tecnologie, interrogandosi sul loro impatto nella produzione della conoscenza, sulla paternit\u00e0 intellettuale e sulle trasformazioni del lavoro. Nel 2008-2009 ha avviato un laboratorio di informatica umanistica rivolto solo al corso di laurea in Filosofia e dall\u2019anno 2009-2010 il corso \u00e8 stato esteso a Scienze della Comunicazione di Lettere e Filosofia<em>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Il suo percorso di ricerca rappresenta un punto d\u2019incontro tra tradizione filosofica, cultura digitale e riflessione critica sulle sfide del futuro, indagando l\u2019impatto etico e la paternit\u00e0 intellettuale.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Questa sera siede a tavola non solo come accademico, ma come osservatore attento e partecipe di una trasformazione che sta riscrivendo le regole del nostro essere umani.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Una concretezza che inizia dai dettagli della materia: sulla tovaglia rosa antico poggiano piatti in ceramica bianca fatta a mano dai bordi irregolari, attraversati da un sottile profilo rosato che richiama il tessuto. Candele slanciate in piccoli candelieri d\u2019ottone e vasi di fiori di campo bianchi e viola disposti ad altezze diverse scaldano l\u2019atmosfera, creando un equilibrio sottile tra eleganza e imperfezione. Accanto, i tumbler completano la tavola come piccole sculture d\u2019acqua. Ne ho scelti due per ogni ospite: uno pi\u00f9 grande e uno pi\u00f9 piccolo per il vino, entrambi attraversati da delicate venature a rilievo e il rosa della base sfuma leggermente sino al bordo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il men\u00f9 di questa serata nasce dall\u2019idea che ogni gesto del cucinare, come ogni forma di lavoro, abbia un suo tempo preciso: lento, immediato, controllato, imprevedibile. In ogni portata il tempo cambia natura, ma non scompare mai: \u00e8 il filo invisibile che attraversa la cena.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche la musica segue lo stesso respiro, muovendosi insieme alle conversazioni come un pensiero che cambia direzione.<\/p>\n\n\n\n<p>Rimango un attimo a guardare l\u2019insieme, come per verificare che tutto trovi il suo equilibrio.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi il citofono interrompe la quiete.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 arrivato il mio ospite.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Lo accolgo, lo accompagno sulla terrazza e lo invito a sedersi mentre la musica inizia a riempire lo spazio: prima le atmosfere pi\u00f9 riflessive di Battiato, quasi a creare un luogo di ascolto e presenza; poi, con il procedere della serata, le inquietudini contemporanee dei Radiohead, dove la modernit\u00e0 e le domande sul presente trovano la loro eco naturale; infine, le suggestioni di Bowie, che introducono il tema della trasformazione e del confine sottile tra ci\u00f2 che siamo e ci\u00f2 che diventiamo.<\/p>\n\n\n\n<p>Porto a tavola l\u2019antipasto, una <em>tartare<\/em> di manzo servita su una crema calda di parmigiano. Il crudo e il caldo si incontrano nello stesso piatto, come due approcci diversi allo stesso gesto: da una parte la precisione essenziale della materia, dall\u2019altra la trasformazione che avviene subito, senza attesa. \u00c8 l\u2019inizio di un dialogo tra ci\u00f2 che \u00e8 istintivo e ci\u00f2 che viene elaborato.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Fabio, ti occupi di informatica umanistica da tempi non sospetti. Ricordi il momento esatto in cui, davanti allo schermo, hai capito per la prima volta l\u2019autentico salto di qualit\u00e0 dell\u2019IA generativa nel tuo campo? Vedendo la macchina analizzare testi o formulare concetti, dietro lo stupore hai avvertito il brivido che a essere ridefinito fosse proprio il pensiero critico umano?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Sono un lettore di Sci-Fi da Philip K. Dick ad Asimov. Chi frequenta quei mondi, in fondo, si aspetta che prima o poi qualcosa del genere accada. L\u2019intelligenza artificiale, del resto, non nasce oggi: se ne parla fin dagli anni Cinquanta. La vera novit\u00e0 \u00e8 l\u2019intelligenza artificiale generativa.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Gi\u00e0 da decenni esistono sistemi che compiono operazioni &#8220;intelligenti&#8221;: persino un termostato, in un certo senso, prende decisioni in base a determinate condizioni. Ci\u00f2 che \u00e8 cambiato negli ultimi anni \u00e8 il paradigma. Non tanto perch\u00e9 siano nate nuove teorie matematiche o informatiche, ma perch\u00e9 si sono verificati due eventi decisivi.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Da una parte l&#8217;evoluzione dell&#8217;hardware, con microchip sempre pi\u00f9 potenti che hanno sostituito le vecchie tecnologie; dall&#8217;altra l&#8217;enorme quantit\u00e0 di dati prodotta soprattutto dall&#8217;avvento dei social network. La combinazione tra capacit\u00e0 di calcolo e disponibilit\u00e0 di Big Data ha reso possibile lo sviluppo dell&#8217;intelligenza artificiale generativa cos\u00ec come la conosciamo oggi&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Prende un istante di pausa, quasi a separare il dato tecnico dall&#8217;immaginario che lo accompagna<em>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>S\u00ec, il brivido c\u2019\u00e8 stato. Ma era un brivido che, in qualche modo, mi aspettavo fin da ragazzo, quando guardavo i film di fantascienza degli anni Settanta. Il nostro compito, per\u00f2, \u00e8 distinguere la realt\u00e0 dalla narrazione. Non credo ai robot che conquisteranno il mondo o che finiranno per schiavizzare l&#8217;umanit\u00e0. Quell&#8217;immaginario appartiene soprattutto alla fantascienza. A noi studiosi spetta il compito di demitizzare, di capire davvero che cosa sta accadendo, senza lasciarci guidare n\u00e9 dall\u2019entusiasmo ingenuo n\u00e9 dalla paura&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Mentre porto in tavola il primo, una passata di ceci arricchita da calamari scottati, penso a quanto spesso attribuiamo alle macchine qualit\u00e0 che appartengono solo agli esseri umani. Eppure, osserva il professore, la somiglianza \u00e8 solo apparente. In questo piatto il tempo si sdoppia: da un lato la lentezza della cucina domestica, quella che richiede attesa e sedimentazione; dall\u2019altro il gesto rapido e tecnico, che interviene con precisione.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Nel tuo lavoro di docente e ricercatore, c\u2019\u00e8 un\u2019intuizione, un modo di interpretare un testo o di cogliere il dubbio negli occhi di uno studente che lei difende strenuamente, convinto che nessun algoritmo potr\u00e0 mai replicarlo? E, guardando invece al percorso fatto finora, qual \u00e8 la prima attivit\u00e0 intellettuale o di ricerca che ha ceduto alla macchina quasi senza accorgersene, accettando che l\u2019automazione potesse farla al posto suo?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Nel rapporto con gli studenti, cos\u00ec come in quello con qualsiasi essere umano, la differenza rispetto alla macchina resta sostanziale. L&#8217;intelligenza artificiale \u00e8 una tecnologia straordinaria, ma qualcuno l&#8217;ha definita uno specchio: simula. E in uno specchio vediamo immagini, non persone. Questa distinzione \u00e8 fondamentale.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Del resto, la storia dell&#8217;informatica ci insegna che i computer sono stati progettati prendendo come modello il nostro modo di pensare. John von Neumann, ideando l&#8217;architettura che ancora oggi \u00e8 alla base dei computer, si ispir\u00f2 al funzionamento della mente umana: una capacit\u00e0 di elaborazione affiancata dalla memoria.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Abbiamo costruito le macchine partendo da noi stessi, ma questo non significa che coincidano con la nostra natura. Noi siamo organismi a base di carbonio, loro sono sistemi a base di silicio. E non \u00e8 una differenza soltanto materiale: per svolgere operazioni simili, il cervello umano consuma una quantit\u00e0 di energia infinitamente inferiore rispetto ai grandi modelli di intelligenza artificiale.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Per questo il rapporto con una macchina non potr\u00e0 mai essere lo stesso che abbiamo con un essere umano, o persino con un altro essere vivente. Le intelligenze artificiali simulano processi che ci sorprendono per efficacia, ma resta aperta una domanda filosofica decisiva: possiamo davvero chiamare \u201cpensiero\u201d ci\u00f2 che producono? E, soprattutto, cosa intendiamo noi quando parliamo di pensiero?<\/em>&#8220;<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Le sue parole sembrano riportare continuamente al punto di partenza: possiamo progettare macchine sempre pi\u00f9 sofisticate, ma continuiamo a costruirle partendo da noi stessi. Continuo a gustare la passata di ceci ormai tiepida. \u00c8 un piatto che ha bisogno di lentezza, proprio come certi ragionamenti: pi\u00f9 passa il tempo, pi\u00f9 i sapori si amalgamano e acquistano profondit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Per quanto riguarda l\u2019automazione, non possiamo che essere grati a uno strumento capace di svolgere operazioni ripetitive e prive di reale giudizio critico. Se un\u2019intelligenza artificiale pu\u00f2 compilare verbali o automatizzare procedure particolarmente noiose, ben venga: ci libera, direbbe Marx, dal lavoro alienante. Naturalmente questo dovrebbe avvenire in un contesto realmente democratico, perch\u00e9 \u00e8 inevitabile interrogarsi sulle conseguenze occupazionali. Tuttavia, molti dei lavori destinati a essere sostituiti sono attivit\u00e0 che richiedono un \u201cassoluto non pensiero\u201d. L\u2019auspicio \u00e8 che l\u2019umanit\u00e0 possa alleggerirsi di questi compiti per dedicarsi ad altri mestieri, fondati sulla creativit\u00e0 e sul pensiero critico. Non a caso, oggi si assiste a una rinnovata attenzione proprio verso discipline come la filosofia.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Il vero problema, per\u00f2, non \u00e8 che la tecnologia trasformi il lavoro: lo ha sempre fatto. Basti pensare al mestiere di chi, nell\u2019Inghilterra del Settecento, bussava alle finestre per svegliare gli operai, scomparso con l\u2019arrivo della sveglia. La differenza \u00e8 la velocit\u00e0. Se confronto ci\u00f2 che l\u2019intelligenza artificiale era in grado di fare appena pochi mesi fa con ci\u00f2 che strumenti come Claude riescono a fare oggi, mi trovo di fronte a un&#8217;accelerazione impressionante, senza precedenti&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>La conversazione si sposta allora dal lavoro alla storia del rapporto tra uomo e tecnologia. Ogni innovazione porta con s\u00e9 una promessa e una rinuncia: il punto, forse, non \u00e8 chiedersi se cambieremo, ma capire che cosa siamo disposti a lasciare andare.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Dal punto di vista della storia dell\u2019uomo, tutte le tecnologie hanno sempre comportato una perdita e, allo stesso tempo, un guadagno. La domanda \u00e8 capire se ci\u00f2 che acquistiamo in termini di vantaggi valga ci\u00f2 che lasciamo indietro. Pensiamo al passaggio dal libro miniato al libro a stampa. Non abbiamo pi\u00f9 la straordinaria capacit\u00e0 calligrafica degli amanuensi, n\u00e9 realizziamo quelle opere d\u2019arte che erano i manoscritti miniati. Per\u00f2 oggi possiamo avere accesso alla Bibbia di Gutenberg in pochi istanti, anche in formato digitale. Ogni trasformazione tecnologica \u00e8 quindi una questione di equilibrio: stiamo guadagnando qualcosa? La perdita \u00e8 compensata dai nuovi vantaggi? Il punto decisivo, per\u00f2, riguarda chi gestisce questi strumenti. Se continuiamo a chiamarli \u201cintelligenza artificiale\u201d, rischiamo anche di attribuire loro caratteristiche umane che non possiedono. La vera questione \u00e8 chi detiene questi sistemi, chi li costruisce e secondo quali logiche. Oggi queste tecnologie non sono strumenti completamente democratici: sono concentrate nelle mani di grandi poteri economici e geopolitici. E questo ci ricorda che la tecnologia non \u00e8 mai neutrale. Come ci ha insegnato McLuhan, non \u00e8 la stessa cosa esprimere un pensiero attraverso strumenti diversi: il mezzo modifica il messaggio. Le tecnologie non sono semplici strumenti, ma trasformano il modo in cui viviamo, comunichiamo e pensiamo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Basti pensare alla comunicazione digitale: se oggi uno studente pu\u00f2 scrivere a un docente a mezzanotte per raccontare una difficolt\u00e0, il rapporto tra persone \u00e8 gi\u00e0 cambiato rispetto a pochi anni fa, quando avrebbe dovuto aspettare il giorno successivo e un contatto pi\u00f9 formale.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Dobbiamo quindi imparare a coabitare con l\u2019intelligenza artificiale, riconoscendo che anche noi influenziamo la tecnologia e ne siamo influenzati. Ogni interazione modifica il processo: poniamo domande alla macchina, ma allo stesso tempo il modo in cui la macchina risponde condiziona il nostro pensiero&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>La tecnologia, dunque, non entra nelle nostre vite come uno strumento esterno, ma come una presenza con cui siamo chiamati a convivere. La questione non \u00e8 soltanto cosa le macchine saranno capaci di fare, ma quale rapporto sapremo costruire con esse e quale spazio continueremo a riservare al pensiero umano.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>La conversazione si interrompe per un momento. Porto in tavola la seconda portata.<\/p>\n\n\n\n<p>Il petto d\u2019anatra all\u2019arancia con radicchio tardivo di Treviso grigliato racconta un altro modo di intendere il tempo. \u00c8 il tempo della competenza, della cura e del controllo: quello in cui la trasformazione non \u00e8 pi\u00f9 istintiva, ma guidata, costruita passo dopo passo, fino a trovare un equilibrio preciso tra forza e misura.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Se l\u2019intelligenza artificiale riuscisse davvero a liberarci dalle attivit\u00e0 pi\u00f9 burocratiche e ripetitive, quale spazio resterebbe per il lavoro intellettuale? Pu\u00f2 diventare uno strumento capace di ampliare la nostra creativit\u00e0 o il rischio \u00e8 quello di delegare alla macchina anche le nostre capacit\u00e0 di pensiero?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Se l\u2019algoritmo ci liberasse dalla burocrazia e dalla ripetizione, ci rimarrebbe finalmente la ricerca. E viva Dio.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Io ho una formazione legata alla teoria critica e alla Scuola di Francoforte. In quella tradizione c\u2019\u00e8 spesso stata una riflessione molto critica sulla tecnologia, anche se alcuni pensatori, come Marcuse, hanno saputo guardarla con uno sguardo pi\u00f9 aperto e benevolo. Naturalmente parliamo di autori che hanno ragionato in un\u2019epoca in cui l\u2019intelligenza artificiale non esisteva ancora nelle forme che conosciamo oggi.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Se la tecnologia ci libera dalla fatica e ci restituisce tempo, creativit\u00e0 e possibilit\u00e0 di sviluppare le nostre potenzialit\u00e0, non possiamo che guardarla positivamente. Il problema, per\u00f2, non \u00e8 la tecnologia in s\u00e9: la tecnologia non \u00e8 mai neutrale. La domanda fondamentale \u00e8 chi la possiede e chi pu\u00f2 accedere ai suoi benefici. Se, per esempio, una tecnologia permettesse di restituire la capacit\u00e0 di camminare a una persona paralizzata, sarebbe naturale considerarla una conquista straordinaria. Il problema nascerebbe se una possibilit\u00e0 simile fosse accessibile soltanto a pochi privilegiati. Lo stesso vale per gli strumenti tecnologici in generale. Un drone pu\u00f2 essere utilizzato per cercare una persona dispersa in un bosco o per soccorrere qualcuno in difficolt\u00e0; lo stesso strumento pu\u00f2 essere impiegato anche per scopi distruttivi. La tecnologia, quindi, \u00e8 sempre anche espressione di un determinato potere.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Dobbiamo essere favorevoli agli strumenti che aumentano le nostre capacit\u00e0 e favoriscono la creativit\u00e0. Il rischio nasce quando diventano cos\u00ec efficaci da portarci a rinunciare alle nostre facolt\u00e0, trasformandoci in soggetti passivi.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Il nostro cervello \u00e8 una sorta di muscolo cognitivo: ha bisogno di essere allenato. L\u2019intelligenza artificiale pu\u00f2 essere un aiuto prezioso, ma dipende da come la utilizziamo. Se \u00e8 come un compagno di banco molto bravo che fa i compiti al posto nostro, noi non impariamo nulla. Se invece ci aiuta a comprendere, a ragionare, a mettere in discussione ci\u00f2 che facciamo, allora diventa uno strumento di crescita.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Naturalmente non dobbiamo dimenticare una cosa fondamentale: questi sistemi non sono persone. Sono strumenti straordinari, ma il rischio di attribuire loro caratteristiche umane \u00e8 sempre presente&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Arriva il sorbetto, il momento in cui la cena rallenta senza bisogno di essere guidata e tutto sembra trovare una propria posizione naturale. Le voci si diradano, i gesti si fanno pi\u00f9 leggeri, le conversazioni perdono urgenza e si trasformano in riflessioni appena accennate.<\/p>\n\n\n\n<p>Penso alle parole del professore: il nostro cervello \u00e8 un muscolo cognitivo che ha bisogno di essere allenato. Forse anche il pensiero ha bisogno dello stesso spazio che concediamo ai sapori: un tempo lento, necessario, in cui ci\u00f2 che abbiamo ascoltato pu\u00f2 depositarsi.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 uno di quei passaggi in cui non succede nulla in apparenza, ma in realt\u00e0 tutto si sedimenta.<\/p>\n\n\n\n<p>Da questo silenzio arriva il dolce.<\/p>\n\n\n\n<p>Un tortino al cioccolato fondente dal cuore liquido, accompagnato da gelato alla vaniglia. Qui il tempo si rovescia: ci\u00f2 che appare compatto all\u2019esterno custodisce un interno che si rivela solo al taglio, come se la forma nascondesse una verit\u00e0 pi\u00f9 lenta e profonda.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Per un filosofo l\u2019errore \u00e8 spesso l\u2019inizio di una scoperta. Oggi che le macchine tendono all\u2019esattezza e alla risposta immediata, lo sbaglio rischia di essere visto solo come un bug da correggere. In questo scenario, soprattutto pensando ai giovani che formi nei tuoi corsi, cosa significher\u00e0 essere \u201cindispensabili\u201d nel mondo del lavoro di domani? Baster\u00e0 governare la tecnica o la vera dote sar\u00e0 la capacit\u00e0 di rivendicare la nostra fallibile, imprevedibile umanit\u00e0?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>La scienza compie i suoi progressi proprio attraverso gli errori. Lo abbiamo imparato: procede per ipotesi, prove, verifiche, conferme e confutazioni. L\u2019errore, quindi, non \u00e8 qualcosa da eliminare, ma uno strumento conoscitivo fondamentale.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Il problema oggi \u00e8 che viviamo in ambienti, come spesso accade sui social, dove rischiamo di incontrare soltanto ci\u00f2 che conferma le nostre convinzioni. Gli algoritmi tendono a creare comunit\u00e0 in cui troviamo sempre qualcuno disposto a darci ragione.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Se voglio convincermi, per esempio, che nell\u2019Area 51 ci siano gli alieni, probabilmente trover\u00f2 persone in diverse parti del mondo che condividono questa convinzione e che rafforzeranno la mia idea. Ma se sostengo di poter attraversare i muri e provo davvero a farlo, la realt\u00e0 si incarica di smentirmi. La realt\u00e0, infatti, non ammette il falso: posso costruire tutte le narrazioni che voglio, ma alla fine devo fare i conti con ci\u00f2 che accade. Per questo l\u2019errore \u00e8 fondamentale: ci rende umani e, come diceva Goethe, persino amabili. Ma soprattutto ci permette di conoscere.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Anche la nostra vulnerabilit\u00e0 \u00e8 una caratteristica profondamente umana. Mi piace citare la filosofa Judith Butler, che ha individuato proprio nella vulnerabilit\u00e0 un elemento costitutivo dell\u2019umanit\u00e0: siamo esseri umani perch\u00e9 siamo vulnerabili.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>\u00c8 anche per questo che costruiamo societ\u00e0. Non siamo forti come i leoni n\u00e9 veloci come i ghepardi, ma attraverso la collaborazione siamo riusciti ad affrontare crisi enormi. La nostra forza nasce proprio dal fatto che abbiamo bisogno degli altri. E questo vale anche per gli strumenti che costruiamo. Gli algoritmi non sono entit\u00e0 perfette e autonome: sono prodotti dell\u2019uomo e quindi portano con s\u00e9 i nostri stessi limiti, compresi i nostri pregiudizi.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Quando affidiamo una decisione a un algoritmo dimentichiamo spesso che dietro quel sistema ci sono scelte umane: siamo noi a stabilire quali parametri utilizzare, quali categorie creare, come classificare una persona.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Decidere che cosa sia una persona, che cosa sia umano, che cosa significhi essere cittadini, non pu\u00f2 essere lasciato soltanto a un calcolo. Come sostiene Luciano Floridi, l\u2019uomo possiede un \u201ccapitale semantico\u201d: la capacit\u00e0 di attribuire significato.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Ed \u00e8 questa capacit\u00e0 che resta profondamente umana&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Fuori dalla finestra la sera \u00e8 ormai avanzata. La conversazione \u00e8 arrivata al punto da cui forse era partita: non dalla paura di essere sostituiti, ma dalla necessit\u00e0 di capire chi siamo. La vulnerabilit\u00e0 che spesso consideriamo un limite diventa, invece, il luogo da cui nasce la nostra capacit\u00e0 di creare legami, conoscenza e futuro.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo le domande, le paure e le possibilit\u00e0 del lavoro che cambia, resta forse una sola consapevolezza: ci\u00f2 che \u00e8 umano non si esaurisce nella sua funzione, ma nella sua capacit\u00e0 di trasformarsi senza perdere il proprio centro.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>La serata volge al termine. Saluto Fabio con la sensazione di aver attraversato, pi\u00f9 che un\u2019intervista, un percorso di domande. Le sue parole hanno riportato continuamente il discorso alla responsabilit\u00e0 dell\u2019uomo davanti alla tecnologia: non alla paura di ci\u00f2 che verr\u00e0, ma alla necessit\u00e0 di comprendere ci\u00f2 che siamo.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo ringrazio per il tempo dedicato e per una conversazione capace di unire filosofia, ricerca e quotidianit\u00e0, lasciando una domanda che continua a rimanere aperta: non quale spazio concederemo alle macchine, ma quale spazio sapremo difendere per il pensiero umano.<\/p>\n\n\n\n<p>__________________<\/p>\n\n\n\n<p><strong>( 13 \u2013 continua )<\/strong><\/p>\n<fb:like href='https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/08\/01\/indovina-chi-viene-a-cena-un-algoritmo-come-amico\/' send='true' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='recommend' colorscheme='light' font='lucida grande'><\/fb:like><span class=\"fb_share\"><fb:like href=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/08\/01\/indovina-chi-viene-a-cena-un-algoritmo-come-amico\/\" layout=\"button_count\"><\/fb:like><\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Emanuela Boccassini ________________&nbsp; Nel tempo la tecnologia ha cambiato il nostro modo di vivere e, inevitabilmente, anche quello di lavorare. 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