{"id":261928,"date":"2026-08-08T00:05:00","date_gmt":"2026-08-07T22:05:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/?p=261928"},"modified":"2026-08-08T09:39:21","modified_gmt":"2026-08-08T07:39:21","slug":"indovina-chi-viene-a-cena-cosa-faro-da-grande","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/08\/08\/indovina-chi-viene-a-cena-cosa-faro-da-grande\/","title":{"rendered":"INDOVINA CHI VIENE A CENA? \/ COSA FARO&#8217; DA GRANDE"},"content":{"rendered":"\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"768\" height=\"960\" class=\"wp-image-262108\" style=\"width: 1200px;\" src=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/serccianno.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/serccianno.jpg 768w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/serccianno-240x300.jpg 240w\" sizes=\"(max-width: 768px) 100vw, 768px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p>di&nbsp;<strong>Emanuela Boccassini ________________<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Durante la cena della scorsa settimana il professor Cirac\u00ec e io abbiamo riflettuto su quanto la tecnologia stia cambiando il modo in cui ci definiamo attraverso ci\u00f2 che facciamo. Eppure esiste una domanda scomoda. Che cosa accade quando il lavoro manca?<\/p>\n\n\n\n<p>Non quando manca la voglia di lavorare.<br>Non quando manca la preparazione.<br>Non quando manca l\u2019impegno.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando manca semplicemente l\u2019occasione.<\/p>\n\n\n\n<p>Che cosa accade quando una persona desidera lavorare, si forma, studia, aggiorna le proprie competenze, si rimette continuamente in discussione e, nonostante tutto, continua a non trovare il proprio posto?<\/p>\n\n\n\n<p>Spesso la disoccupazione viene raccontata attraverso i numeri, le statistiche, le percentuali. Molto pi\u00f9 raramente si racconta ci\u00f2 che accade dentro una persona quando, pur continuando a studiare, aggiornarsi e cercare, inizia lentamente a dubitare di s\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019inizio si aggiorna il <em>curriculum.<\/em> Poi si segue un corso. Si invia un\u2019altra candidatura. Si prova una strada diversa. Poi un\u2019altra ancora. Finch\u00e9, quasi senza accorgersene, la domanda smette di essere: \u201cQuale lavoro posso fare?\u201d E diventa: \u201cSono ancora abbastanza?\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Abbastanza preparata.<\/p>\n\n\n\n<p>Abbastanza aggiornata.<\/p>\n\n\n\n<p>Abbastanza giovane.<\/p>\n\n\n\n<p>Abbastanza richiesta.<\/p>\n\n\n\n<p>Abbastanza utile.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 una domanda silenziosa, che raramente viene pronunciata ad alta voce.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure accompagna molte persone che continuano a cercare un\u2019opportunit\u00e0 senza smettere di credere nel valore del lavoro e, soprattutto, nel proprio.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Questa sera la mia ospite conosce bene quella domanda. <strong>Gabriella Conte. <\/strong>Cosa serve per sentirsi \u201call\u2019altezza\u201d? Se lo chiedete al <em>curriculum<\/em> di Gabriella, la risposta sembra semplice. Una maturit\u00e0 in arte applicata, ventiquattr&#8217;anni di gestione, contabilit\u00e0 e progettazione tecnica. Poi due lauree a pieni voti all\u2019Universit\u00e0 del Salento. Infine 18 mesi trascorsi a digitalizzare e catalogare la memoria tra l\u2019Archivio Diocesano e quello di Stato. <\/p>\n\n\n\n<p>Gabriella \u00e8 un ponte perfetto tra il rigore del foglio di calcolo e la delicatezza della catalogazione bibliotecaria. Ma la sua storia stasera ci parla anche d&#8217;altro: di come sia possibile avere le tasche piene di lodi, competenze informatiche, esperienza sul campo e passioni autentiche, e trovarsi ancora a fare i conti con quella voce sottile che si chiede se tutto questo basti, in una societ\u00e0 che sembra non sapersi mai accontentare.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Prima che arrivi apparecchio la tavola sulla terrazza. Un runner color crema attraversa il tavolo in legno, come una linea morbida che ordina senza coprire. Al centro, tre portacandele in vetro semplice rendono la luce intima e accogliente.<\/p>\n\n\n\n<p>I sottopiatti in rafia naturale riportano alla materia grezza, a un\u2019idea di semplicit\u00e0 non costruita.<\/p>\n\n\n\n<p>Sopra, piatti in porcellana beige, decorati con motivi floreali che richiamano i fiori secchi, come se la natura fosse rimasta sospesa nel tempo. I bicchieri, color miele e attraversati da leggere venature a rilievo, trattengono la luce e la restituiscono con discrezione. Le posate in acciaio con finitura bronzata chiudono l\u2019insieme, con una nota calda e sobria.<\/p>\n\n\n\n<p>Faccio un passo indietro per guardare la tavola nel suo insieme.<\/p>\n\n\n\n<p>Non c\u2019\u00e8 nulla di ostentato, solo una luce morbida e oggetti che sembrano aver trovato da soli la loro posizione.<\/p>\n\n\n\n<p>Il campanello interrompe il silenzio della casa.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mio ospite \u00e8 arrivato. Prima di dirigermi verso di lei, metto in sottofondo la musica che accompagner\u00e0 la cena. Note celtiche, solo strumentali. Hanno qualcosa di antico e insieme essenziale: non chiedono attenzione, ma lasciano spazio. Non guidano le parole, le sostengono.<\/p>\n\n\n\n<p>Vado ad aprire e accompagno Gabriella verso la terrazza.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci sediamo e lasciamo che la cena cominci con naturalezza. Arriva in tavola l\u2019antipasto: <a>cestini di parmigiano che accolgono la mortadella e il pistacchio <\/a>come se fossero sempre stati destinati a incontrarsi. Parliamo del pi\u00f9 e del meno, di cose leggere. Poi, senza forzature, arriva la prima domanda.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Quando le risposte non arrivano, qual \u00e8 il momento esatto in cui smetti di valutare le tue competenze e inizi, quasi senza accorgertene, a processare te stesso? Quando la domanda passa da <em>\u201ccosa so fare?\u201d<\/em> a <em>\u201cio sono abbastanza?\u201d<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Non saprei dire quando ho incominciato esattamente a farlo. I miei \u201cavrei dovuto\u201d hanno avuto inizio molti anni fa, quando, invece di cullarmi nell&#8217;illusione di una stabilit\u00e0 lavorativa che credevo solida, avrei dovuto guardare pi\u00f9 lontano. Avevo un contratto a tempo indeterminato in uno studio privato e mi sembrava una sicurezza. In realt\u00e0 quella stabilit\u00e0 era solo apparente: lo studio avrebbe potuto chiudere da un momento all&#8217;altro, come poi \u00e8 accaduto. Avrei dovuto cercare un lavoro stabile altrove, anche a costo di lasciare i miei affetti familiari. O forse ancora prima, quando, al momento di iscrivermi alle superiori, mio padre mi confid\u00f2 di non aver potuto frequentare il liceo classico e mi disse che gli sarebbe piaciuto che lo facessi io.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Per me non sono mai abbastanza. Ho sbagliato da principio e, da allora, ho sempre cercato di recuperare. Ho lavorato per venticinque anni, imparando un mestiere che ho amato e che mi ha accompagnata finch\u00e9 il titolare, ormai anziano, ha deciso di chiudere lo studio di progettazione. Quando gli impegni me lo hanno permesso, ho ripreso gli studi che avevo dovuto interrompere da ragazza per prendermi cura di mia madre. Portarli a termine \u00e8 stata una delle soddisfazioni pi\u00f9 grandi della mia vita.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Ancora oggi continuo ad allargare i miei orizzonti, nonostante qualcuno, al Centro per l\u2019impiego, mi abbia detto che sono \u201ctroppo formata\u201d. Io, invece, rimango convinta che ci sia sempre qualcosa da imparare. Forse \u00e8 proprio questo il mio limite, o forse la mia forza: credere di non essere mai abbastanza&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Comprendo perfettamente la sensazione di Gabriella. \u00c8 lo stesso pensiero che, a volte, accompagna anche me. Forse \u00e8 il destino di chi sceglie di dedicare la propria vita alla cultura in un Paese che custodisce un immenso patrimonio artistico e letterario, ma fatica ancora a riconoscere il valore di chi studia, racconta e tramanda quel patrimonio. Mentre questi pensieri continuano ad accompagnarmi, porto in tavola il primo piatto: una crema di fave bianche che profuma di tradizione, attraversata dall&#8217;amaro delle cicorielle e dalle scaglie croccanti di peperone crusco, che spezzano l&#8217;equilibrio del piatto e subito dopo lo ricompongono.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Ti \u00e8 mai capitato di sederti a un colloquio o accettare un incarico sapendo di essere immensamente pi\u00f9 competente dell\u2019opportunit\u00e0 che avevi davanti? Come si gestisce l\u2019umiliazione di dover rimpicciolire se stessi per poter entrare nello spazio che ti viene concesso?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>S\u00ec, mi \u00e8 capitato. Non andavo bene per vendere depuratori d&#8217;acqua e non andavo bene per gestire le chiamate in un call center, anche se avevo superato i colloqui. Il problema, ovviamente, era l&#8217;et\u00e0, anche se nessuno lo diceva apertamente. Eppure io quel lavoro lo avrei accettato. Avrei accettato anche quello da cameriera ai piani, che mi \u00e8 stato negato perch\u00e9 non parlavo un inglese fluente.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Certo che \u00e8 umiliante dover accettare un lavoro svilente, per nulla gratificante, ma che resta l&#8217;unico mezzo per tirare avanti, e neppure in modo dignitoso. Il paradosso \u00e8 che a me non \u00e8 consentito nemmeno quello: sono troppo lenta per le pulizie e, come dico scherzando, non parlo l\u2019inglese \u201ccon i muri\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Se c\u2019\u00e8 stata un\u2019umiliazione che mi ha ferita pi\u00f9 di tutte, per\u00f2, \u00e8 stata un\u2019altra. Almeno, raggiunti i sessant&#8217;anni, non sono pi\u00f9 obbligata a frequentare corsi di formazione professionale dove insegnavano a redigere e compilare fatture che, quando lavoravo, si inviavano gi\u00e0 in formato elettronico. Lo chiamavano upskilling; io l\u2019ho vissuto come una retrocessione. Quella, s\u00ec, \u00e8 stata una vera umiliazione&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Si parla di cambiamenti, di percorsi che non restano mai lineari. E anche qui la domanda arriva come una naturale conseguenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Pu\u00f2 capitare, nel corso della vita lavorativa, di doversi reinventare pi\u00f9 volte. A tal punto da non distinguere pi\u00f9 con chiarezza ci\u00f2 che si \u00e8 salvato di s\u00e9 e ci\u00f2 che, inevitabilmente, si \u00e8 lasciato indietro. Le parole di Gabriella mi risuonano dentro. Anch\u2019io conosco quella sensazione di trovarsi, a seconda delle circostanze, troppo qualificata per alcuni lavori e non abbastanza per altri. E allora mi chiedo quale spazio resti per chi continua ad avere voglia di lavorare, ma sembra aver superato l\u2019et\u00e0 in cui il mondo del lavoro \u00e8 disposto a scommettere su di lui.<\/p>\n\n\n\n<p>Pensando alle opportunit\u00e0 mancate porto in tavola il secondo piatto, ma con una lentezza diversa. Il <a>lacerto alla genovese <\/a>\u00e8 una carne cede al tempo senza opporsi. Anche il discorso si allunga, prende fiato, si misura con qualcosa di pi\u00f9 profondo: la durata.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Spesso non \u00e8 il \u201cno\u201d in s\u00e9 a ferire, ma la modalit\u00e0. C\u2019\u00e8 una frase specifica, un colloquio o persino un silenzio prolungato che, pi\u00f9 di altri, ha agito come un tarlo, facendoti dubitare della tua reale consistenza?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>\u00c8 vero, non \u00e8 il \u201cno\u201d a ferire, ma il modo in cui viene comunicato. In un tempo in cui la maleducazione sembra diventata la norma, \u00e8 proprio la modalit\u00e0 a fare la differenza. Quella frase buttata l\u00ec: \u201cIl colloquio \u00e8 superato, ti faremo sapere\u201d, pronunciata senza il minimo coinvolgimento umano. Oppure, peggio ancora, il silenzio. Una freddezza che lascia la sensazione di essere soltanto un nome su un elenco e non una persona.<\/em> <em>No, non hanno fatto vacillare la fiducia nelle mie capacit\u00e0. Hanno incrinato, semmai, la fiducia in un sistema che troppo spesso non riconosce il merito. Io so quanto valgo. Il problema \u00e8 che, oggi, il valore non sempre viene cercato.<\/em> <em>Sembra si preferisca un lavoratore che esegue, accetta qualsiasi condizione e non pone domande. Lavora e basta. Per pochi soldi, per molte ore. \u201cAccontentarsi\u201d pare essere diventato il mantra del momento&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>A questo punto la cena si ferma. \u00c8 il momento del sorbetto. Non un passaggio, ma una sospensione. Le parole si fanno pi\u00f9 leggere, quasi rarefatte. Non c\u2019\u00e8 bisogno di aggiungere nulla. \u00c8 il momento in cui tutto si deposita senza essere spiegato. Solo allora si riparte. Infatti il dolce arriva con una storia che non ha bisogno di presentazioni: la <a>torta Caprese<\/a>. Una leggenda racconta che nacque da un errore. Un pasticciere dimentic\u00f2 la farina nell\u2019impasto. Un\u2019assenza che, in teoria, avrebbe dovuto compromettere tutto. E invece no. Da ci\u00f2 che mancava nacque una forma nuova. E cos\u00ec, quasi naturalmente, l\u2019ultima domanda non parla pi\u00f9 di ci\u00f2 che si perde, ma di ci\u00f2 che si trasforma.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>La nostra societ\u00e0 ci insegna che noi <em>siamo<\/em> il nostro lavoro. Se quel riconoscimento manca per mesi, o per anni, cosa succede alla tua architettura interiore? Quando si spegne la qualifica sociale, che cosa resta di te a farti da specchio?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Noi \u201ceravamo\u201d il nostro lavoro. Era ci\u00f2 che facevamo con passione, ci\u00f2 che ci rendeva orgogliosi quando ricevevamo un complimento e soddisfatti quando portavamo a termine un progetto. Per questo \u00e8 difficile accettare di essere messi da parte quando non si \u00e8 pi\u00f9 considerati abbastanza giovani per lavorare, ma nemmeno abbastanza anziani per andare in pensione. Ci si ritrova con tanto tempo libero, ma con poche possibilit\u00e0 di viverlo davvero, perch\u00e9 anche il tempo, senza le risorse economiche necessarie, perde parte della sua libert\u00e0. In quei momenti ci si domanda se tutti gli anni trascorsi a studiare e a formarsi siano serviti a qualcosa. Nel mio caso, la risposta \u00e8 s\u00ec: sono serviti a me, a me soltanto. Alla mia crescita, alla mia curiosit\u00e0, alla soddisfazione personale. Forse il mondo del lavoro non ha saputo riconoscere quel percorso, ma io continuo a considerarlo una parte importante di ci\u00f2 che sono&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>\u00abA me, a me soltanto.\u00bb Sono poche parole, ma racchiudono una domanda che va oltre la storia di Gabriella. Quanto vale ci\u00f2 che impariamo, se il mondo non riesce a riconoscerlo? Forse il valore di una vita non coincide con il ruolo che ricopriamo o con il lavoro che svolgiamo. Rimane in ci\u00f2 che abbiamo costruito dentro di noi: nelle conoscenze acquisite, nella curiosit\u00e0 che continua a spingerci avanti e nella capacit\u00e0 di non smettere di crescere, anche quando il riconoscimento tarda ad arrivare.<\/p>\n\n\n\n<p>La serata giunge al suo termine senza che ci sia un vero momento in cui ci si accorge che \u00e8 finita.<\/p>\n\n\n\n<p>Non esiste un passaggio netto. C\u2019\u00e8 solo un progressivo rallentare delle parole, dei gesti, del tempo che si dilata tra una risposta e l\u2019altra.<\/p>\n\n\n\n<p>Le domande hanno attraversato la tavola trovando ogni volta una risposta, ma anche una pausa, un silenzio, uno sguardo. Perch\u00e9, a volte, sono proprio i silenzi a raccontare ci\u00f2 che le parole non riescono a dire.<\/p>\n\n\n\n<p>Rimane qualcosa di difficile da trattenere con una definizione.<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 una conclusione.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 piuttosto un piccolo sedimento di pensieri, un\u2019eco che continua ad accompagnare ciascuno anche quando la cena \u00e8 ormai terminata.<\/p>\n\n\n\n<p>I piatti sono vuoti, le candele consumano lentamente la loro luce, la musica continua ancora per qualche istante, mentre le conversazioni si fanno sempre pi\u00f9 rade.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi arrivano i saluti.<\/p>\n\n\n\n<p>La serata si chiude con la stessa naturalezza con cui \u00e8 iniziata. Restano i piatti ormai vuoti, le candele che consumano lentamente la loro luce e la consapevolezza che, ancora una volta, una tavola ha saputo trasformarsi in un luogo d\u2019incontro.<\/p>\n\n\n\n<p>Le parole di Gabriella, cos\u00ec concrete e sincere, hanno incontrato le mie domande, dando vita a un dialogo che mi ha arricchita e, spero, abbia lasciato qualcosa anche in chi vi ha preso parte.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9, in fondo, \u00e8 questo il senso di una cena narrativa: non trovare risposte definitive, ma tornare a casa con uno sguardo un po\u2019 pi\u00f9 ampio di quello con cui ci si era seduti a tavola.<\/p>\n\n\n\n<p>__________________<\/p>\n\n\n\n<p><strong>( 14 \u2013 continua )<\/strong><\/p>\n<fb:like href='https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/08\/08\/indovina-chi-viene-a-cena-cosa-faro-da-grande\/' send='true' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='recommend' colorscheme='light' font='lucida grande'><\/fb:like><span class=\"fb_share\"><fb:like href=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/08\/08\/indovina-chi-viene-a-cena-cosa-faro-da-grande\/\" layout=\"button_count\"><\/fb:like><\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di&nbsp;Emanuela Boccassini ________________ Durante la cena della scorsa settimana il professor Cirac\u00ec e io abbiamo riflettuto su quanto la tecnologia stia cambiando il modo in cui ci definiamo attraverso ci\u00f2 che facciamo. 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