{"id":263203,"date":"2026-09-06T00:05:00","date_gmt":"2026-09-05T22:05:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/?p=263203"},"modified":"2026-09-03T13:13:02","modified_gmt":"2026-09-03T11:13:02","slug":"il-mio-lessico-famigliare-le-cure-di-una-volta-per-bambini-ammalati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/09\/06\/il-mio-lessico-famigliare-le-cure-di-una-volta-per-bambini-ammalati\/","title":{"rendered":"IL MIO LESSICO FAMIGLIARE \/ LE CURE DI UNA VOLTA PER BAMBINI &#8220;AMMALATI&#8221;"},"content":{"rendered":"\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"2560\" height=\"1551\" class=\"wp-image-263204\" style=\"width: 1500px;\" src=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Screenshot_20260902_194455_Gallery-scaled.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Screenshot_20260902_194455_Gallery-scaled.jpg 2560w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Screenshot_20260902_194455_Gallery-300x182.jpg 300w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Screenshot_20260902_194455_Gallery-1024x620.jpg 1024w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Screenshot_20260902_194455_Gallery-768x465.jpg 768w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Screenshot_20260902_194455_Gallery-1536x930.jpg 1536w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Screenshot_20260902_194455_Gallery-2048x1241.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 2560px) 100vw, 2560px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p>di <strong>Anna Maria Greco _________________<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Quando ero bambina, ammalarsi era gi\u00e0 una brutta faccenda. Ma essere curati, certe volte, poteva diventare molto peggio.<\/p>\n\n\n\n<p>Bastavano pochi decimi di febbre perch\u00e9 in casa si aprisse il consulto. La mamma tastava la fronte, la nonna prendeva il polso tra le dita: se batteva forte e correva pi\u00f9 del solito, per lei la febbre c\u2019era; se invece era tranquillo e regolare, si poteva tirare un piccolo sospiro di sollievo. La vicina, se capitava a tiro, completava l\u2019indagine osservando il colorito e soprattutto gli occhi: se erano troppo lucidi, anche quello diventava un indizio.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi arrivava l\u2019ordine: \u00abApri la bocca!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>E noi, gi\u00e0 rassegnati, spalancavamo la bocca per far controllare gola, tonsille e magari qualche molare che stava spuntando. Ognuna raccoglieva il proprio indizio e noi restavamo l\u00ec, sotto una gigantesca lente d\u2019ingrandimento, ad aspettare il verdetto.<\/p>\n\n\n\n<p>Se c\u2019erano tosse, raffreddore o gola arrossata, l\u2019indagine prendeva un\u2019altra strada. Il pericolo vero arrivava quando restavano soltanto quei pochi decimi e nessun sintomo evidente sembrava giustificarli. A quel punto arrivava la domanda: \u00abDi corpo sei andata?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>E l\u00ec cominciavano i guai.<\/p>\n\n\n\n<p>Se la risposta era no, la strada sembrava gi\u00e0 segnata. Ma anche aver fatto diligentemente il proprio dovere non significava essere fuori pericolo: prima di allertare il medico, liberare comunque l\u2019intestino era considerata una buona pratica. Insomma, potevi rispondere s\u00ec oppure no: la pompetta aveva ottime probabilit\u00e0 di arrivare lo stesso.<\/p>\n\n\n\n<p>La chiamavamo proprio cos\u00ec: la pompetta. Oggi diremmo peretta. In casa ce n\u2019erano almeno due misure: quella piccola per noi bambini e quella grande per gli adulti. Almeno su questo, nella disgrazia, potevamo considerarci fortunati.<\/p>\n\n\n\n<p>Per noi si facevano bollire acqua e olio insieme e poi si aspettava che diventassero tiepidi. Quanto olio? Quanta acqua? Domande moderne. Allora esisteva un\u2019unit\u00e0 di misura infallibile: a sentimento.<\/p>\n\n\n\n<p>Per gli adulti ricordo anche il cosiddetto clistere \u201crinfrescante\u201d, preparato con acqua bollita e bicarbonato. Niente bilance o misurini: esperienza, occhio e sentimento.<\/p>\n\n\n\n<p>I clisteri evacuativi, del resto, hanno una storia molto pi\u00f9 antica delle nostre nonne. Insomma, non avevano inventato la pompetta apposta per tormentarci. Anche se noi, all\u2019epoca, qualche dubbio lo avevamo.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando arrivava il nostro turno non erano previste trattative: a pancia in gi\u00f9 sul letto.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abStai fermo.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Noi provavamo a divincolarci.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTi ho detto stai fermo!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>E se la collaborazione tardava, spuntava anche la minaccia di qualche sculacciata. Insomma, il quadro clinico peggiorava rapidamente.<\/p>\n\n\n\n<p>Appena la pompetta veniva sfilata, entravano in azione le grandi mani della mamma. Una, a volte tutte e due, ci tenevano strette le natiche perch\u00e9 bisognava trattenere. E trattenere. Trattenevamo tutto, persino il respiro.<\/p>\n\n\n\n<p>Quanto al pudore, poteva aspettare. La mamma un tentativo lo faceva: accostava la porta della stanza. Ma serviva a poco. Misteriosamente, proprio in quel momento, qualcuno aveva sempre qualcosa da fare l\u00ec dentro. Un fratello spuntava sulla porta, una sorella doveva passare e, all\u2019occorrenza, poteva materializzarsi persino la vicina.<\/p>\n\n\n\n<p>Pi\u00f9 la porta veniva accostata, pi\u00f9 aumentava il pubblico. La privacy sarebbe stata una conquista delle generazioni future.<\/p>\n\n\n\n<p>Finalmente arrivava il permesso di correre verso il bagno o il vasino. Liberi? Macch\u00e9. Dietro arrivava il piantone, incaricato di verificare che la pompetta avesse fatto il proprio dovere. Persino il risultato veniva valutato, naturalmente a sentimento. E se non era sufficiente, la colpa era nostra: non avevamo trattenuto abbastanza.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDomani te ne devo fare un\u2019altra.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Non era una minaccia. Era gi\u00e0 una decisione. A quel punto s\u00ec che la febbre non la sentivamo pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019intestino, del resto, nelle case di allora godeva di una considerazione straordinaria. E se comparivano i vermi intestinali, si apriva un altro capitolo della medicina domestica.<\/p>\n\n\n\n<p>Finch\u00e9 eravamo piccoli, il vasino aiutava le mamme ad accorgersi anche di quello. Qualche volta erano proprio loro a vedere i vermetti; altre volte a far nascere il sospetto erano il mal di pancia, l\u2019irrequietezza o il sonno disturbato.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Ricordo una mia cuginetta che ne soffriva. Sul comodino compariva l\u2019aglio, le collane di spicchi venivano appese alla spalliera del letto e altro aglio finiva sotto il cuscino. Ce n\u2019era talmente tanto che l\u2019odore usciva dalla stanza e arrivava fin sulla strada.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019aglio appartiene da secoli alla medicina popolare contro i parassiti intestinali e alcuni suoi componenti sono stati studiati per una possibile attivit\u00e0 antiparassitaria. Naturalmente, dormire circondati dall\u2019aglio non poteva curare un\u2019infestazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma noi bambini avevamo un problema molto pi\u00f9 urgente della scienza: le caramelle.<\/p>\n\n\n\n<p>Si credeva che lo zucchero alimentasse i vermi e quindi sparivano anche dolci e caramelle. Pensateci: avevi i vermi intestinali, dormivi circondato dall\u2019aglio e ti toglievano pure le caramelle. Certe infanzie richiedevano carattere.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Poi c\u2019erano i malanni che riuscivamo a procurarci da soli. Soprattutto d\u2019estate vivevamo pi\u00f9 fuori che dentro casa: pantaloncini corti, biciclette, cortili, campetti di terra, mare e scogli. Cadere faceva quasi parte del gioco.<\/p>\n\n\n\n<p>Se andava bene, lasciavamo sull\u2019asfalto o sulle pietre soltanto un po\u2019 di pelle: ginocchia e palmi sbucciati, qualche goccia di sangue e magari piccoli sassolini rimasti nella ferita. Ed entrava in scena il vino rosso.<\/p>\n\n\n\n<p>Una pezzuola di cotone veniva imbevuta di vino e strofinata sulla sbucciatura perch\u00e9 terra e sassolini dovevano essere eliminati. Ed erano dolori. Il vino bruciava, la pezza strofinava e quei sassolini sembravano essersi improvvisamente affezionati al nostro ginocchio.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abStai fermo, che devo pulire!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Naturalmente qualcuno ci teneva.<\/p>\n\n\n\n<p>Io odiavo quell\u2019odore e ancora oggi non sopporto quello del vino. E pensare che il suo impiego sulle ferite ha radici molto antiche. Noi bambini avremmo rinunciato volentieri a qualche secolo di tradizione.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma una caduta poteva andare peggio. Una caviglia cominciava a gonfiarsi, un polso faceva male e allora si andava dalla \u201cspecialista delle slogature\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>In paese c\u2019era sempre qualche donna conosciuta perch\u00e9 \u201csapeva fare\u201d. Toccava, guardava, muoveva e poi emetteva il verdetto. Se occorreva immobilizzare la parte, preparava la stuppata: albume d\u2019uovo sbattuto e farina, sistemati sulla parte dolorante e poi avvolti con lunghe fasce. Se non c\u2019erano garze, si strappavano vecchie lenzuola in lunghe strisce.<\/p>\n\n\n\n<p>Le quantit\u00e0? A sentimento.<\/p>\n\n\n\n<p>Asciugandosi, la stuppata induriva la fasciatura fino a trasformarla, ai nostri occhi, in una specie di gesso fatto in casa. E non si toccava nulla finch\u00e9 non lo decideva lei. La stuppata si toglieva quando lo diceva la specialista. Punto.<\/p>\n\n\n\n<p>Figure simili, conosciute in molti luoghi come conciaossa o aggiustaossa, appartengono realmente alla medicina popolare.<\/p>\n\n\n\n<p>Insomma, dopo una caduta il destino dipendeva dal danno: ginocchio sbucciato, vino; caviglia slogata, stuppata e specialista. A noi restava un\u2019unica forma di prevenzione: imparare a cadere bene.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma il vino rosso non serviva soltanto alle ginocchia.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando cadeva un dente da latte e la gengiva sanguinava, ricompariva puntualmente il bicchiere.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSciacqua.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Si sciacquava.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSputa.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Si sputava.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abAncora.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Per me era una tragedia: quel sapore e soprattutto quell\u2019odore in bocca mi nauseavano. Altri bambini, invece, mostravano un\u2019inspiegabile disponibilit\u00e0 alla terapia: qualche goccetto di vino, anzich\u00e9 essere sputato, prendeva accidentalmente la strada opposta. Curiosamente, erano anche quelli che protestavano meno.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando arrivava il mal di testa compariva una bacinella con acqua fresca e aceto. Una pezza di cotone veniva immersa, strizzata e poggiata sulla fronte: erano i bagnoli. Appena si riscaldava, si ricominciava.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mal di testa era tuo, ma a curarlo sembrava mobilitarsi tutta la famiglia.<\/p>\n\n\n\n<p>Se la febbre saliva molto, entrava in scena lo spirito, come chiamavamo l\u2019alcol denaturato. Ci scoprivano e cominciavano le frizioni sul corpo, soprattutto su braccia e gambe.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche questa era una pratica domestica molto diffusa. Oggi sappiamo che le frizioni con alcol, soprattutto nei bambini, non sono raccomandate: l\u2019alcol pu\u00f2 essere assorbito attraverso la pelle e inalato, con il rischio di effetti tossici.<\/p>\n\n\n\n<p>Noi allora non sapevamo nulla di tutto questo. Quando compariva la bottiglia dello spirito, capivamo soltanto che la febbre era diventata una faccenda seria.<\/p>\n\n\n\n<p>Per il mal di pancia compariva invece la borsa dell\u2019acqua calda. Anche d\u2019estate. Fuori potevano esserci quaranta gradi, ma se faceva male il pancino evidentemente mancava ancora un po\u2019 di calore. Le cure non consultavano il calendario.<\/p>\n\n\n\n<p>E quando venivi ufficialmente dichiarato malato, anche la tavola prendeva provvedimenti: minestrina lessa con un filo d\u2019olio, a pranzo e a cena, per due o tre giorni. Altro che convalescenza: il nostro stomaco entrava direttamente in clausura.<\/p>\n\n\n\n<p>Se arrivava la dissenteria, il regime diventava ancora pi\u00f9 severo: acqua e limone e, se eri fortunato, perfino una tazza di t\u00e8 con limone, rigorosamente senza zucchero. Poi arrivava lui: il riso lesso.<\/p>\n\n\n\n<p>A pranzo, a cena, il giorno dopo e quello dopo ancora. Tre giorni. Dopo un po\u2019 non sapevamo pi\u00f9 se desiderassimo guarire dalla dissenteria o semplicemente essere liberati dal riso.<\/p>\n\n\n\n<p>Per la tosse c\u2019erano latte e miele; per la digestione difficile, l\u2019alloro in infusione.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma sopra molti dei nostri piccoli malanni regnava incontrastata lei: la camomilla.<\/p>\n\n\n\n<p>Mal di pancia? Camomilla. Avevi vomitato? Camomilla. Non riuscivi a dormire? Camomilla.<\/p>\n\n\n\n<p>In primavera se ne raccoglieva tanta nei campi, scegliendo le zone considerate pi\u00f9 pulite. I fiori venivano fatti essiccare e conservati nei barattoli. E guai a rimanerne senza: entrava immediatamente in funzione il nostro servizio sanitario territoriale. La vicina di casa.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abHai un po\u2019 di camomilla?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Problema risolto.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la camomilla aveva competenze persino in materia di occhi.<\/p>\n\n\n\n<p>Sabbia del mare, polvere sollevata dalle biciclette, terra dei campetti: si preparava la camomilla, si lasciava raffreddare e si imbevevano dei batuffoli di cotone con i quali la mamma puliva delicatamente gli occhi, cercando di rimuovere i granellini raccolti verso l\u2019angolo interno.<\/p>\n\n\n\n<p>E se durante un forte raffreddore ci svegliavamo con gli occhi arrossati o congestionati, il rimedio non cambiava: camomilla fredda e batuffoli di cotone. A pensarci oggi, quella povera pianta aveva pi\u00f9 specializzazioni di un intero poliambulatorio.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019uso della camomilla come calmante e per alcuni disturbi digestivi appartiene a una tradizione antica; anche l\u2019impiego sugli occhi \u00e8 documentato nella medicina popolare, sebbene oggi sappiamo che proprio sugli occhi occorre prudenza, perch\u00e9 pu\u00f2 provocare anche reazioni allergiche.<\/p>\n\n\n\n<p>Per i bambini particolarmente vivaci che sembravano aver dichiarato guerra al sonno, nei ricordi di quegli anni compare perfino il papavero rosso dei nostri campi, tradizionalmente utilizzato come calmante. Altro che favola della buonanotte.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi c\u2019erano raffreddori e congestioni. E l\u00ec entrava in scena l\u2019olio d\u2019oliva.<\/p>\n\n\n\n<p>La mamma lo scaldava e con il palmo della mano ce lo frizionava sul petto. Dopo arrivavano i fogli di giornale o la carta oleata sulla parte unta, la maglia di lana, il pigiama e via a letto, impacchettati per tutta la notte.<\/p>\n\n\n\n<p>Le frizioni con olio e le coperture del torace appartenevano davvero alla medicina popolare. Noi bambini, naturalmente, non lo sapevamo. Conoscevamo soltanto l\u2019olio caldo e il giornale appiccicato al petto.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando invece arrivava una tosse importante \u2014 ricordo anche la pertosse \u2014 entrava in scena mio padre.<\/p>\n\n\n\n<p>Andava nelle campagne, nella nostra macchia mediterranea, a raccogliere li tumi, il timo selvatico. Tornava con quei rametti profumatissimi e li sistemava nella cameretta. In poco tempo l\u2019aroma riempiva la stanza.<\/p>\n\n\n\n<p>Proprio in quegli anni, per\u00f2, accanto al sapere tramandato da una generazione all\u2019altra, nelle nostre case cominciavano ad arrivare anche le enciclopedie mediche dedicate alla salute della famiglia.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricordo mio padre che consultava spesso i volumi che ancora oggi conserviamo nella casa dei miei genitori. Quel sapere antico cominciava cos\u00ec a confrontarsi con quello scritto nei libri e, qualche volta, un rimedio conosciuto da sempre trovava tra quelle pagine una conferma.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche li tumi appartenevano a quel mondo: il timo era tradizionalmente utilizzato per i disturbi delle vie respiratorie. Mio padre raccoglieva i suoi rametti e poi consultava quei libri.<\/p>\n\n\n\n<p>La nostra farmacia aveva ormai anche una biblioteca.<\/p>\n\n\n\n<p>E neppure fuori casa potevamo considerarci al sicuro. Se ci pungeva una vespa, la farmacia era gi\u00e0 sotto i nostri piedi: terra bagnata con acqua o, almeno nei miei ricordi, nella versione decisamente meno elegante, con la nostra stessa pip\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>Potevi protestare, scappare o nasconderti. Non serviva. Quando una mamma o una nonna stabiliva che una cosa \u201csi doveva fare\u201d, prima o poi ti acchiappava.<\/p>\n\n\n\n<p>Persino per un mancamento la dispensa aveva gi\u00e0 la risposta: aceto o limone da far annusare.<\/p>\n\n\n\n<p>A pensarci oggi, nelle nostre case esisteva un piccolo pronto soccorso diffuso: olio, bicarbonato, aglio, vino, aceto, spirito, limone, miele, alloro, albume e farina. E appena fuori, nei campi, crescevano camomilla, timo e papaveri. Mancava soltanto il camice bianco.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi, dopo tanti anni trascorsi anche nel mondo della cura, guardo quelle scene con occhi diversi. Da bambina mi sembravano piccole torture domestiche; oggi riconosco, invece, il loro sapere: quello maturato dall\u2019esperienza, tramandato per generazioni e custodito nei gesti quotidiani. Accanto a pratiche che la medicina ha poi superato, ce n\u2019erano altre le cui radici affondavano in conoscenze molto antiche.<\/p>\n\n\n\n<p>Le nostre mamme e le nostre nonne avevano ci\u00f2 che avevano imparato dalle donne venute prima di loro, quello che la terra offriva e una rete di consigli che passava da una porta all\u2019altra. E, poco alla volta, a quel sapere si affianc\u00f2 anche quello dei libri.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma soprattutto c\u2019erano delle mani: mani che tastavano una fronte, cercavano un polso, strofinavano, frizionavano, fasciavano, preparavano una minestrina o raccoglievano la camomilla. Mani che cercavano di farci stare bene con quello che conoscevano e con quello che avevano.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono nata nel 1969 e chiss\u00e0 quanti altri rimedi di quegli anni sono rimasti nascosti nella mia memoria. Oggi ho voluto condividere con voi quelli rimasti pi\u00f9 vivi.<\/p>\n\n\n\n<p>I particolari saranno stati diversi, ma forse abbiamo avuto tutti la stessa unit\u00e0 di misura: a sentimento.<\/p>\n\n\n\n<p>A sentimento si dosava, a sentimento si decideva. E, soprattutto, a sentimento ci si prendeva cura.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 una cosa, noi bambini, l\u2019avevamo imparata molto presto: il malanno poteva anche passare. Dalla cura, invece, non c\u2019era scampo.<\/p>\n\n\n\n<p>E se, nel raccontarveli, vi ho strappato un sorriso e fatto riaffiorare qualche vostro ricordo, sono felice di averli condivisi con voi.<\/p>\n\n\n\n<p>___________________<\/p>\n\n\n\n<p><strong>( 8 \u2013 continua )<\/strong><\/p>\n<fb:like href='https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/09\/06\/il-mio-lessico-famigliare-le-cure-di-una-volta-per-bambini-ammalati\/' send='true' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='recommend' colorscheme='light' font='lucida grande'><\/fb:like><span class=\"fb_share\"><fb:like href=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/09\/06\/il-mio-lessico-famigliare-le-cure-di-una-volta-per-bambini-ammalati\/\" layout=\"button_count\"><\/fb:like><\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Anna Maria Greco _________________ Quando ero bambina, ammalarsi era gi\u00e0 una brutta faccenda. Ma essere curati, certe volte, poteva diventare molto peggio. Bastavano pochi decimi di febbre perch\u00e9 in casa si aprisse il consulto. La mamma tastava la fronte, la nonna prendeva il polso tra le dita: se batteva forte e correva pi\u00f9 del [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":4,"featured_media":263204,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[1,31],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/263203"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/4"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=263203"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/263203\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":263206,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/263203\/revisions\/263206"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/263204"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=263203"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=263203"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=263203"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}