{"id":263502,"date":"2026-09-12T00:06:00","date_gmt":"2026-09-11T22:06:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/?p=263502"},"modified":"2026-09-11T16:44:17","modified_gmt":"2026-09-11T14:44:17","slug":"indovina-chi-viene-a-cena-ruralia-le-erbe-spontanee-il-fico-rigato-e-la-susina-pappacoda","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/09\/12\/indovina-chi-viene-a-cena-ruralia-le-erbe-spontanee-il-fico-rigato-e-la-susina-pappacoda\/","title":{"rendered":"INDOVINA CHI VIENE A CENA? \/ RURALIA: LE ERBE SPONTANEE, IL FICO RIGATO E LA SUSINA PAPPACODA"},"content":{"rendered":"\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"2048\" height=\"1536\" class=\"wp-image-263503\" style=\"width: 2500px;\" src=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/COVERBOCCASA12.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/COVERBOCCASA12.jpg 2048w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/COVERBOCCASA12-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/COVERBOCCASA12-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/COVERBOCCASA12-768x576.jpg 768w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/COVERBOCCASA12-1536x1152.jpg 1536w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/COVERBOCCASA12-400x300.jpg 400w\" sizes=\"(max-width: 2048px) 100vw, 2048px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p>di <strong>Emanuela Boccassini<\/strong> _____________<\/p>\n\n\n\n<p>Ancora una volta il destino \u2013 o il caso, chiamatelo come volete \u2013 mi ha messo davanti a una realt\u00e0 che non conoscevo e che, nel giro di pochi minuti, mi ha fatto capire quante meraviglie del mio stesso territorio io non sappia davvero vedere.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 successo davanti a un video. Pochi minuti di immagini: frutti, piante, sculture. E quella sensazione che mi capita quando un&#8217;intuizione riesce ad aprire una porta che non sapevo nemmeno di avere di fronte.<\/p>\n\n\n\n<p>Si intitola <em>Frutti di Pietra<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Il progetto nasce da un\u2019idea tanto semplice quanto sorprendente: guardare il Barocco salentino con occhi nuovi, cercando nella pietra le tracce della natura. Francesco Minonne e Nico Guarini (autore del prodotto multimediale e della maggior parte delle foto) hanno osservato le decorazioni botaniche che impreziosiscono chiese e palazzi del Salento e hanno cominciato a interrogarsi su che cosa raccontassero quei rami scolpiti. Non soltanto elementi ornamentali, dunque, ma possibili testimonianze di un mondo vegetale che apparteneva al paesaggio e alla vita delle comunit\u00e0 d\u2019un tempo lontano.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Da questa ricerca nasce <em>Frutti di Pietra \u2013 Rappresentazione pomobotanica nel Barocco<\/em>, un progetto realizzato nell\u2019ambito di Re.Ge.Fru.P. con il Parco Naturale Regionale Costa Otranto-Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase, che fa dialogare biodiversit\u00e0, arte, paesaggio e memoria.<\/p>\n\n\n\n<p>E improvvisamente quelle facciate che abbiamo visto mille volte sembrano raccontare qualcosa di diverso. Un grappolo d\u2019uva non \u00e8 pi\u00f9 soltanto un motivo decorativo. Un melagrano non \u00e8 un&#8217;astrazione scolpita. Una foglia non \u00e8 un semplice ricciolo di calcare.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono indizi. Tracce di ci\u00f2 che si coltivava, si raccoglieva, si portava in tavola e si conservava. Di ci\u00f2 che aveva un posto d&#8217;onore nella quotidianit\u00e0 e nell\u2019immaginario di chi abitava questi luoghi.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 questo il gioco affascinante di <em>Frutti di Pietra<\/em>: imparare a leggere nei fregi Barocchi una parte della storia agricola salentina. Ed \u00e8 da qui che nasce la domanda che mi accompagna da quando ho visto quel filmato: quanta parte del nostro passato abbiamo davanti agli occhi senza essere pi\u00f9 capaci di decifrarla?<\/p>\n\n\n\n<p>Del Salento siamo abituati a raccontare ci\u00f2 che si nota subito e che pi\u00f9 facilmente si lascia fotografare: il mare, le masserie, il vino, i tramonti. Tutte cose vere, per carit\u00e0. Ma questa terra non \u00e8 soltanto una cartolina.<\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 un altro Salento, pi\u00f9 silenzioso e riservato, che non si offre al primo sguardo. \u00c8 quello delle colture antiche, dei saperi contadini, delle erbe spontanee, dei gesti e dei paesaggi modellati nei secoli. \u00c8 quello della pietra e delle sapienti mani che l\u2019hanno scolpita, delle storie custodite nei dettagli dei nostri monumenti, dei doni che la campagna ha offerto per generazioni e alcuni dei quali oggi rischiano di estinguersi.<\/p>\n\n\n\n<p>Ed \u00e8 qui che la scoperta diventa ancora pi\u00f9 sorprendente.<\/p>\n\n\n\n<p>Non avevo idea che esistesse un lavoro cos\u00ec paziente per recuperare ci\u00f2 che stavamo per dimenticare: frutti antichi, piante, ecotipi e variet\u00e0 coltivate per secoli e poi progressivamente abbandonate. Cercarli, riconoscerli, studiarli, registrarli e, soprattutto, restituire loro un posto nella memoria e nei filari.<\/p>\n\n\n\n<p>Dietro la parola \u201cfrutto\u201d si apre cos\u00ec un universo fatto di forme, sfumature, nomi, sapori e storie che non sappiamo pi\u00f9 distinguere. Un patrimonio che per noi dovrebbe essere familiare e che invece, paradossalmente, rischiamo di percepire come estraneo.<\/p>\n\n\n\n<p>Ho iniziato a pensare che forse la vera ricchezza del Salento non sia soltanto quella che sappiamo mostrare e promuovere, ma anche quella che rischiamo di smarrire senza nemmeno accorgercene.<\/p>\n\n\n\n<p>Ed \u00e8 nata cos\u00ec l\u2019idea di questa cena.<\/p>\n\n\n\n<p>Non un incontro sul Barocco e nemmeno una semplice degustazione di prodotti tipici. Piuttosto, un piccolo viaggio al contrario: dalla pietra alla terra, dalla terra alla memoria e dalla memoria, finalmente, alla tavola.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"1200\" height=\"1600\" class=\"wp-image-263504\" style=\"width: 1500px;\" src=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/frammi.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/frammi.jpg 1200w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/frammi-225x300.jpg 225w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/frammi-768x1024.jpg 768w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/frammi-1152x1536.jpg 1152w\" sizes=\"(max-width: 1200px) 100vw, 1200px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Per raccontare l&#8217;agrobiodiversit\u00e0 salentina non potevo sperare in un ospite pi\u00f9 curioso, competente e poliedrico di <strong>Francesco Minonne<\/strong>, biologo, docente di Biologia e gi\u00e0 collaboratore dell\u2019Orto Botanico dell\u2019Universit\u00e0 del Salento, che da anni dedica il suo lavoro di ricerca alla tutela del nostro patrimonio rurale.<\/p>\n\n\n\n<p>Insieme alla moglie Loredana Mustich ha creato alle porte di Lecce l\u2019azienda agricola <em>Ruralia<\/em>, un vero e proprio conservatorio botanico vivente, dove custodisce e salva dall\u2019estinzione variet\u00e0 frutticole nostrane (straordinaria la sua collezione di variet\u00e0 di fico). Attraverso pubblicazioni scientifiche, la rete regionale di tutela Re.Ge.Fru.P. e il lavoro sul campo, continua a proteggere una ricchezza che andrebbe altrimenti perduta.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Ed \u00e8 proprio qui, a <em>Ruralia<\/em>, che questa volta si svolge la mia cena del venerd\u00ec. Sono io a essere ospitata, e la natura \u00e8 la prima ad accogliermi.<\/p>\n\n\n\n<p>La dimora si inserisce con grazia nel verde, circondata da alberi di ogni tipo: melograni, giuggioli, canfora, tigli, l&#8217;albero dei rosari. Sotto il pergolato impreziosito dal glicine, una lunga tavola mi aspetta.<\/p>\n\n\n\n<p>La tovaglia di cotone grezzo \u00e8 rossa come le nostre campagne. Sopra, disposti a ritmo cadenzato, cestini di vimini ricolmi dei frutti di stagione raccolti in masseria: uva cardinale, melograni, meloncelle, fichi e pere \u2013 sia essiccati che appena colti.<\/p>\n\n\n\n<p>I piatti e i bicchieri sono semplici, quelli che evocano la vita contadina di un tempo, quando le cose non avevano bisogno di essere preziose per avere valore. Quando il rispetto per il cibo nasceva dalla consapevolezza della fatica e la semplicit\u00e0 non era povert\u00e0, ma misura, cura, dignit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche questa sera il men\u00f9 ha una storia da narrare. Francesco mi spiega che le pietanze sono ispirate alle tavole delle tabacchine e dei lavoratori del tabacco: il ristoro essenziale che accompagnava le loro lunghe giornate nei campi. Una proposta che, prima ancora di essere assaggiata, ci riporta dentro una quotidianit\u00e0 fatta di stagioni, sforzo e condivisione. Non c\u2019\u00e8 bisogno di molto altro: la tavola \u00e8 gi\u00e0 ricca.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 ricca dei doni della natura, certo, ma anche di tutto ci\u00f2 che essi portano con s\u00e9: storie, gesti, saperi tramandati e sfumature che rischiamo di non riconoscere pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<p>In sottofondo risuona la nostra musica in vernacolo, quella che ci lega alle radici e che oggi, dalle nostre piazze, ha cominciato a farsi ascoltare ben oltre i confini regionali. Non \u00e8 una nostalgica ricostruzione del passato, ma un modo per vivere il presente e provare, per una sera, a guardarlo con occhi diversi.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra i profumi della campagna viene servito l\u2019antipasto: l\u2019<em>acqua sale<\/em>, una frisella sbriciolata condita con acqua, cipolla cruda, pomodori, origano e un filo d\u2019olio d\u2019oliva. Pochi ingredienti essenziali che bastavano a trasformare la semplicit\u00e0 in festa. \u00c8 il primo delizioso boccone di una serata che fa parlare la storia attraverso il gusto.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Francesco, <em>Ruralia<\/em> viene spesso definita un \u201cconservatorio botanico vivo\u201d, ma per chi ci mette le mani ogni giorno \u00e8 prima di tutto un luogo di vita. Da quale intuizione o urgenza personale \u00e8 nata l&#8217;idea di creare questo spazio e come si \u00e8 evoluto il vostro sguardo sulla terra da quando siete partiti?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>Ruralia \u00e8 nata nel 2013, ma all\u2019inizio non c\u2019era ancora un progetto preciso. L\u2019idea era molto pi\u00f9 semplice: io e mia moglie cercavamo da tempo un posto in campagna dove poter vivere. Quando ci segnalarono quest\u2019area, decidemmo di acquistarla: inizialmente era poco pi\u00f9 di un ettaro e l\u2019idea era quella di costruirci una casa di circa cento metri quadrati.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Poi, per\u00f2, le cose hanno cominciato a prendere una direzione diversa, anche grazie alla mia storia professionale e familiare.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Quando ho iniziato a lasciare il lavoro all\u2019Universit\u00e0, dove avevo lavorato per una decina d\u2019anni all\u2019Orto Botanico del Salento, era appena terminato un importante progetto Italia-Albania che aveva portato alla nascita di un conservatorio botanico. All\u2019interno di quel progetto mi ero occupato in particolare del recupero delle specie fruttifere agrarie antiche.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Venivo da una formazione botanica, ma avevo anche una competenza agricola: prima di diventare biologo ero stato perito agrario. E poi c\u2019era un legame ancora pi\u00f9 profondo, quello con la mia famiglia, che era una famiglia contadina vera, senza secondi lavori: soltanto contadini.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Quando mi sono trovato ad avere una campagna da alberare, mi \u00e8 venuto spontaneo pensare proprio alle piante che avevo recuperato durante quella ricerca. Avevamo cercato e raccolto esemplari nelle campagne di un territorio molto ampio, da Leuca a Cisternino, quindi in tutto il Salento e nelle province di Lecce e Brindisi, arrivando in parte anche nel Tarantino. Quella collezione, nata per l\u2019Orto Botanico, \u00e8 diventata cos\u00ec il primo nucleo di quello che sarebbe poi diventato Ruralia.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Nel frattempo, per\u00f2, il progetto sui frutti antichi si \u00e8 trasformato in qualcosa di pi\u00f9 grande ed \u00e8 diventato regionale. Dall\u2019esperienza dell\u2019Universit\u00e0 \u00e8 nato un nuovo progetto, con il Centro di formazione e sperimentazione in agricoltura di Locorotondo e l\u2019ITS Academy, creando una rete di nuclei di conservazione dei frutti antichi, della vite e dell\u2019olivo, distribuiti tra aziende private e strutture pubbliche.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>\u00c8 una sorta di conservatorio botanico diffuso. E Ruralia \u00e8 diventata uno dei tasselli di questo progetto.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>A quel punto, quello che inizialmente doveva essere semplicemente il mio frutteto, il mio spazio verde, ha cominciato ad assumere una funzione diversa. Anche per una sorta di deformazione professionale <\/em>\u2013<em> perch\u00e9 ho sempre fatto didattica <\/em>\u2013<em>, ho iniziato a organizzare corsi di innesto, di potatura e di riconoscimento delle erbe spontanee commestibili.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Piano piano Ruralia ha assunto una connotazione pi\u00f9 legata alla divulgazione, alla comunicazione e alla costruzione di piccoli modelli di sostenibilit\u00e0.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Quando parlo di modelli, intendo proprio questo: cerco di mettere in pratica, qui, alcune ipotesi di lavoro sulla sostenibilit\u00e0 in agricoltura e vedere se funzionano.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Un esempio \u00e8 il prato che si trova sotto il frutteto. Non \u00e8 un prato che ho seminato o coltivato. Sono erbe che nascono spontaneamente e che io cerco di favorire attraverso una serie di sfalci guidati. Non sfalcio tutto indiscriminatamente: lascio alcuni nuclei in modo che le piante possano disseminarsi e, nel corso degli anni, il prato si \u00e8 arricchito di numerose specie, comprese molte erbe spontanee commestibili, diventando cos\u00ec un \u201cprato edule\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Quando organizzo qui i corsi, quindi, le persone imparano a riconoscerle e spesso tornano a casa con le buste piene. Naturalmente serve allenamento, perch\u00e9 riconoscere le erbe spontanee non \u00e8 semplice.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>E questo apre anche una prospettiva economica interessante. Le erbe spontanee commestibili hanno un mercato molto ampio, ma sono difficili da trovare nella grande distribuzione. Se ne trovano alcune, ma non quindici o venti specie diverse, anche perch\u00e9 raccoglierle e soprattutto riconoscerle correttamente richiede competenza. Proprio per questo si sta lavorando anche sulla formazione e sulla possibilit\u00e0 di introdurre una specifica abilitazione per la raccolta.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Per me, per\u00f2, la questione economica viene dopo. Il primo obiettivo \u00e8 disseminare una cultura che rischia di scomparire e che, invece, non merita di sparire.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Queste erbe non hanno soltanto un valore nostalgico. Hanno un valore gastronomico vero. Una misticanza di erbe spontanee con il pur\u00e8 di fave, per esempio, \u00e8 un altro mondo rispetto alla cicoria coltivata con il pur\u00e8 di fave. Cambiano i sapori, i profumi, ma anche la complementarit\u00e0 tra le diverse piante.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Dall\u2019altra parte, questa pu\u00f2 diventare anche un\u2019opportunit\u00e0 per chi possiede un frutteto. Spesso il terreno sotto gli alberi non viene sfruttato, perch\u00e9 una gestione intensiva del frutteto rende difficile lavorarlo diversamente. Ma se si passa da una gestione intensiva a un sistema in cui si mantiene il prato e si impara a gestirlo attraverso gli sfalci, quel terreno pu\u00f2 acquistare un\u2019altra funzione.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Le erbe spontanee, quindi, possono rappresentare un secondo reddito, cos\u00ec come pu\u00f2 esserlo l\u2019apicoltura. Chi ha un ciliegeto o un mandorleto, per esempio, non deve necessariamente produrre soltanto ciliegie o mandorle: pu\u00f2 produrre anche un miele legato a quelle fioriture.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>L\u2019idea, in fondo, \u00e8 sempre la stessa: quella di un\u2019azienda multifunzionale, capace di utilizzare le proprie risorse in modi diversi e di creare modelli che possano essere replicati anche da altri.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Ruralia magari oggi non produce necessariamente un reddito da tutte queste attivit\u00e0, ma io cerco di sperimentarle e, quando ci sono le condizioni e le quantit\u00e0 necessarie, anche di trasformarle in una possibilit\u00e0 economica.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Il punto, per\u00f2, rimane quello: offrire modelli.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 qualcosa di affascinante nella storia di <em>Ruralia<\/em>: non nasce da un progetto costruito a tavolino, n\u00e9 da un\u2019idea precisa di ci\u00f2 che sarebbe diventata. Nasce, quasi semplicemente, dal desiderio di vivere in campagna. Poi, un passo dopo l\u2019altro, quella scelta si \u00e8 arricchita di incontri, competenze, esperienze e illuminazioni, fino a trasformarsi in una realt\u00e0 agricola capace di conservare, raccontare e sperimentare.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 una trasformazione che mi fa pensare al primo piatto: un\u2019insalata di patate con zucchine e fagiolini, arricchita da spezie profumate. Ingredienti semplici, ciascuno con la propria identit\u00e0, che insieme acquistano un sapore diverso. Anche qui nulla sembra essere stato pensato per diventare altro, eppure l\u2019incontro tra elementi diversi crea qualcosa di nuovo.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse \u00e8 proprio cos\u00ec che nascono le cose pi\u00f9 interessanti: non sempre da un progetto ponderato, ma dalla capacit\u00e0 di riconoscere le possibilit\u00e0 che emergono lungo il cammino.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Tra le tantissime variet\u00e0 tradizionali che custodisci, il fico ha un posto d\u2019eccezione, con ecotipi storici come Albachiara, Abate, Culeddhra, eccetera. C\u2019\u00e8 una variet\u00e0 specifica salvata dall\u2019estinzione a cui sei particolarmente legato, sia per la storia del suo ritrovamento che per quello che rappresenta per la memoria del Salento?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>Posso dire di aver salvato dall\u2019estinzione il fico Rigato.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Francesco si alza, prende qualcosa in casa e poi ritorna a tavola e ci mostra un fico piccolino a strisce bianche e verdi<em>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><em>Questo fico normalmente \u00e8 pi\u00f9 grosso, pi\u00f9 bello e ha una striatura ancora pi\u00f9 netta rispetto a quest\u2019esemplare. Posso, per\u00f2, dire che \u00e8, in qualche modo, una mia creatura, proprio perch\u00e9 sono riuscito a salvarlo dall\u2019estinzione.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Si tratta del fico che viene chiamato Rigato o Variegato. Non \u00e8 un\u2019eccezione nel mondo dei frutti: questi fenomeni sono chiamati \u201cchimere botaniche\u201d e sono il risultato di una mutazione. In questo caso, probabilmente, si trattava originariamente di un fico tutto giallognolo che, attraverso una serie di combinazioni genetiche, ha sviluppato questa particolare doppiezza.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Quando l\u2019ho incontrato, per\u00f2, di questo fico esisteva la pianta-madre da cui \u00e8 partita la mia identificazione botanica. Si trovava a Marittima, il mio paese d\u2019origine, e proprio intorno al fico nacque una piccola festa dedicata a questo frutto. Il nome scelto per la festa giocava inevitabilmente anche sull\u2019ambiguit\u00e0 della parola dialettale e, all\u2019inizio, io cercavo di riportare l\u2019attenzione soprattutto sul significato botanico e sul valore dei frutti. Alla fine, per\u00f2, quella scelta si rivel\u00f2 azzeccata: la festa ebbe un successo enorme e attir\u00f2 moltissime persone.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>La cosa interessante \u00e8 che la manifestazione, nata nel 2000 in un quartiere dove c\u2019era un albero di fico, fin dal primo anno mi coinvolse proprio per il mio lavoro di ricerca. I promotori mi chiesero che cosa si potesse fare per dare alla festa anche un contenuto culturale. Io proposi di organizzare una mostra di fichi.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Il primo anno portai soltanto una ventina di variet\u00e0. Ma queste mostre hanno un effetto particolare: da una parte c\u2019\u00e8 chi rimane stupito nello scoprire che esistono cos\u00ec tanti tipi di fico; dall\u2019altra c\u2019\u00e8 chi individua una variet\u00e0 che apparteneva alla propria e che nella mostra non era presente. E cos\u00ec, l\u2019anno successivo, quelle persone tornano con i loro frutti. \u00c8 diventato un meccanismo a cascata: ogni anno la mostra cresce grazie alle segnalazioni e alle variet\u00e0 che venivano recuperate. Da l\u00ec \u00e8 nato anche il mio libro-catalogo, perch\u00e9 a un certo punto la raccolta aveva assunto dimensioni consistenti.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Siamo arrivati a censire nel Salento oltre cento variet\u00e0 di fico, mentre in tutta la Puglia se ne contano quasi trecento.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Il fico Rigato \u00e8 entrato in questa ricerca quasi per caso. Nella scuola media di Marittima c\u2019era un piccolo albero che probabilmente avevo visto decine di volte da bambino, perch\u00e9 passavo l\u00ec davanti per andare in palestra. Un giorno uno dei ragazzi che collaboravano alla festa mi port\u00f2 dei frutti e mi disse, pi\u00f9 o meno: \u201cGuarda che fico strano\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Quando mi capitano frutti di questo tipo, la prima cosa che faccio \u00e8 cercare nella bibliografia. Ogni variet\u00e0, infatti, dovrebbe avere una storia documentata. Naturalmente ne esistono anche molte che non sono mai state censite: possono nascere spontaneamente, per esempio attraverso la disseminazione dei semi da parte degli uccelli e, magari, producono un frutto interessante. Ma finch\u00e9 non si costruisce una storia intorno a quella pianta, \u00e8 difficile persino darle un nome.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>In questo caso, invece, avevo un riferimento prezioso. Uno dei testi che per me sono stati fondamentali \u00e8 un trattato sul fico \u00abIl fico: nozioni botaniche, variet\u00e0, coltivazione, produzione, disseccamento, commercio, avversit\u00e0\u00bb scritto nel 1906 dall\u2019agronomo salentino Ferdinando Vallese. Nel libro vengono nominate una novantina di variet\u00e0 e circa trentacinque sono descritte in maniera dettagliata. Cercando tra quelle descrizioni trovai il fico variegato, che Vallese segnalava nella zona di San Cesario, non lontano da qui. La descrizione era talmente precisa che capii che poteva trattarsi proprio di quello che avevo davanti. Il problema era che, degli alberi originari segnalati nella bibliografia, non sembrava essere rimasto pi\u00f9 nulla.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>A quel punto \u00e8 cominciato il lavoro di propagazione. Inizialmente ero io stesso a portare in giro gli alberelli, poi la ricerca ha coinvolto anche un vivaista che ha iniziato a moltiplicare le piante. Cos\u00ec quella variet\u00e0, che partiva da un solo esemplare conosciuto, ha cominciato lentamente a diffondersi.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Successivamente abbiamo fatto anche delle analisi genetiche, perch\u00e9 quando una variet\u00e0 entra nel circuito vivaistico bisogna essere certi della sua identit\u00e0. Non basta che due fichi siano molto simili nell\u2019aspetto: possono avere caratteristiche morfologiche quasi identiche e, dal punto di vista genetico, essere molto diversi. Abbiamo confrontato il fico rigato con un\u2019altra variet\u00e0 molto simile, di origine francese, chiamata Panach\u00e9e. Morfologicamente si assomigliano molto, ma geneticamente sono distanti. Probabilmente si tratta di due chimere nate indipendentemente a partire da variet\u00e0 diverse.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Ed \u00e8 proprio qui che comincia un altro problema, quello dei nomi.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Con la diffusione dei social, negli ultimi anni, le informazioni sulle variet\u00e0 si sono moltiplicate, ma spesso anche mescolate. Il rischio \u00e8 creare sinonimie e omonimie, chiamando con lo stesso nome variet\u00e0 diverse oppure attribuendo nomi diversi alla stessa variet\u00e0.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>All\u2019inizio ho cercato di intervenire, soprattutto attraverso Facebook, per mettere un po\u2019 d\u2019ordine. Poi ho capito che era quasi impossibile. Quando si diffonde l\u2019interesse per le variet\u00e0 antiche, pu\u00f2 scattare una vera e propria mania da collezionismo: tutti vogliono trovare quella che manca, quella rara, quella che nessuno conosce.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Oramai anche mio marito pende dalle sue labbra: Francesco ci svela ricerche, incontri e verit\u00e0 che nemmeno la pi\u00f9 fervida immaginazione avrebbe potuto figurarsi. L\u2019unica cosa a cui riesco a pensare \u00e8 a quante storie restino sepolte sotto strati di polvere, solo perch\u00e9 nessuno si prende pi\u00f9 la cura di scavare tra le pagine del passato per riportarle alla luce.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><em>Il problema \u00e8 che dare un nome sbagliato non \u00e8 una cosa innocua. Se attribuisci a una pianta il nome di una variet\u00e0 che in realt\u00e0 non \u00e8, rischi di credere che quella variet\u00e0 sia ancora presente quando invece \u00e8 scomparsa. E quindi, paradossalmente, potresti contribuire a far perdere proprio quella vera senza nemmeno accorgertene.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Per questo, nei miei lavori e nell\u2019atlante regionale \u2013 realizzato insieme a una decina di autori \u2013, ho cercato di riportare anche le sinonimie: se una variet\u00e0 \u00e8 conosciuta con due nomi diversi, li indico entrambi, in modo da evitare confusione.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>C\u2019\u00e8 poi un altro aspetto interessante: il nome locale delle variet\u00e0.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Per le specie botaniche esiste una nomenclatura scientifica precisa, quella che deriva da Linneo e che utilizza due termini \u2013 un aggettivo e un sostantivo, come Homo sapiens \u2013, per esempio Ficus carica. Le variet\u00e0 sono, invece, una categoria pi\u00f9 piccola, interna alla specie. Nel tempo si \u00e8 provato a uniformare anche i loro nomi attraverso una nomenclatura pi\u00f9 scientifica e latinizzata, ma nel caso delle variet\u00e0 locali non ha funzionato. \u00c8 troppo forte la storia che quei nomi si portano dietro. Sono nomi nati nelle comunit\u00e0, nei territori, nelle famiglie e continuano a vivere nel linguaggio delle persone. Per questo, alla fine, il nome della variet\u00e0 rimane quello locale.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Ed \u00e8 giusto che sia cos\u00ec: perch\u00e9 dietro quel nome non c\u2019\u00e8 soltanto una pianta, ma una storia.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Dietro il lavoro di Francesco c\u2019\u00e8 una passione che ha due direzioni, ma che alla fine conduce nello stesso luogo: la terra. Da una parte c\u2019\u00e8 la sua formazione agraria, il lavoro sulle variet\u00e0, la ricerca e la conservazione; dall\u2019altra c\u2019\u00e8 una curiosit\u00e0 quasi storica, il desiderio di recuperare ci\u00f2 che appartiene alla memoria agricola e alimentare del Salento.<\/p>\n\n\n\n<p>Non lo fa per nostalgia. Lo dice lui stesso: non si tratta di voler tornare indietro, ma di riscoprire sapori che abbiamo smesso di conoscere, variet\u00e0 che rischiano di scomparire, prodotti che un tempo facevano parte della quotidianit\u00e0 e che oggi possono tornare sulle nostre tavole con un significato nuovo. Sono sapori antichi, ma non per questo fuori dal tempo. Anzi, forse proprio perch\u00e9 hanno una storia possono ancora parlarci del presente.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Ed \u00e8 in questa idea di recupero, senza nostalgia ma con curiosit\u00e0, che arriva il secondo piatto: la peperonata con pomodori e <em>spunzale<\/em>, un\u2019altra preparazione semplice e tipica delle tavole dei contadini del tabacco.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche qui pochi ingredienti, quelli che la terra offriva, trasformati in un piatto capace di raccontare una stagione, un lavoro e un modo di mangiare. Un sapore del passato che ancora oggi possiamo trovare sulle nostre tavole.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Nel lavoro di \u201cFrutti di Pietra\u201d la botanica incontra il Barocco leccese. Com\u2019\u00e8 nato il momento in cui, guardando un fregio o un capitello scolpito, hai smesso di vedere solo decorazione artistica e hai iniziato a riconoscerci la biodiversit\u00e0 reale della nostra storia agricola?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>Potrei chiamarla intuizione. Certo, non sono stato il primo a interessarsi all\u2019elemento floreale del Barocco: prima di me ci sono stati storici dell\u2019arte che hanno studiato la simbologia di alcuni frutti. La mia intuizione, per\u00f2, nasce da Lecce.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Guardandomi intorno \u2013 Santa Croce, il Duomo, i Celestini \u2013 ero completamente immerso nel Barocco e, allo stesso tempo, avevo la mente impregnata del mio lavoro sulla pomologia, cio\u00e8 lo studio dei frutti. A un certo punto ho avuto quasi un flash: quelle decorazioni mi sembravano molto simili alle mostre pomologiche che faccio io.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Ho cominciato allora a chiedermi che cosa potessero aver utilizzato come modello gli scalpellini al servizio degli architetti che hanno dato forma al Barocco leccese, come Zimbalo e Cino. Se dovevano rappresentare l\u2019abbondanza, perch\u00e9 non avrebbero dovuto prendere come riferimento proprio la frutta che avevano intorno?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Forse ha influito anche un ricordo personale. Da piccolo avevo conosciuto mesciu Carluccio, uno scalpellino considerato un\u2019eccellenza: era una via di mezzo tra artista e artigiano, con una mano straordinaria. Guardando quelle decorazioni mi \u00e8 tornata in mente proprio quella figura e ho iniziato a osservare il Barocco con occhi diversi.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>All\u2019inizio non \u00e8 stato semplice arrivare a identificare i frutti rappresentati. Mi \u00e8 diventato per\u00f2 abbastanza presto chiaro che, almeno in molti casi, gli artisti dovevano aver preso come riferimento le variet\u00e0 che avevano realmente a disposizione, quindi frutti del posto con una loro identit\u00e0 ben precisa. Del resto, una delle intenzioni del movimento culturale e artistico del Seicento era proprio quella di manifestare l\u2019abbondanza e quell\u2019abbondanza doveva necessariamente appartenere a quel territorio.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Per questo mi sono sentito abbastanza sicuro nel riconoscere alcune grandi tipologie. Nell\u2019uva, per esempio, si pu\u00f2 distinguere quella da tavola da quella da vino, oppure riconoscere alcune forme dell\u2019acino. Ma dire con certezza \u00abquesta \u00e8 proprio quella variet\u00e0\u00bb diventa molto pi\u00f9 difficile e rischioso: potresti fare un\u2019affermazione che in seguito viene smentita.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Su una cosa, per\u00f2, ero certo: tra quei frutti il fico non c\u2019era.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>E questa \u00e8 stata una scoperta interessante, perch\u00e9 nessuno aveva mai sottolineato prima la sua assenza. Mi sono chiesto: perch\u00e9 mai il fico non avrebbe dovuto essere rappresentato, visto che nel Seicento era un frutto molto noto e diffuso?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Non ci sono neppure alcuni frutti esotici, come il fico d\u2019India o la banana. Un\u2019archeologa medievale, Ida Blattmann \u2013 che mi \u00e8 venuta in aiuto attraverso una supervisione archeologica e storica \u2013, e io abbiamo quindi ipotizzato che non fosse un caso: probabilmente il Barocco rappresentava frutti popolari, immediatamente riconoscibili e capaci di identificare quel territorio. La banana poteva anche essere arrivata, ma chi l\u2019aveva realmente sulla propria tavola?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Per il fico, invece, la spiegazione potrebbe essere un\u2019altra. Nel Seicento era diventato un elemento carico di un doppio significato, legato alla sua forma e alla simbologia dell\u2019organo sessuale femminile. In quel periodo, segnato da una forte influenza della Chiesa e dall\u2019attivit\u00e0 dell\u2019Inquisizione, probabilmente una rappresentazione di questo tipo non era accettabile. Non a caso, invece, il fico si trova nei capitelli delle colonne romaniche del Quattrocento, quando quel tipo di simbologia poteva essere rappresentato con maggiore libert\u00e0.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>C\u2019\u00e8 un solo frutto, tra quelli che ho studiato, sul quale mi sono sentito di sbilanciarmi: la susina Pappacoda, dedicata al vescovo Pappacoda, protagonista della trasformazione artistica, culturale e religiosa che ha contribuito a fare di Lecce una delle capitali del Barocco.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Quando ho cominciato a riconoscerla nelle decorazioni di Santa Croce e del Duomo, sempre con quella caratteristica forma a cuore \u2013 tanto che viene chiamata anche susina cuore di donna \u2013 ho pensato che in quel caso potevo davvero fare un passo in pi\u00f9, grazie anche alle foto di Nico Guarini che hanno evidenziato dettagli interessanti.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Un\u2019altra cosa che ho notato \u00e8 che, nelle decorazioni, vengono spesso utilizzate le foglie dell\u2019azzeruolo per accompagnare altri frutti. Sono foglie pi\u00f9 plastiche, pi\u00f9 adatte dal punto di vista visivo e quindi pi\u00f9 efficaci nella rappresentazione. Anche i frutti, del resto, vengono talvolta rappresentati e spesso ingranditi rispetto alle loro dimensioni reali: \u00e8 soprattutto un effetto ottico, perch\u00e9 altrimenti alcuni dettagli si perderebbero nella decorazione.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>E proprio l\u2019azzeruolo \u00e8 un esempio interessante di quanto possa cambiare nel tempo il rapporto con i frutti. Il pi\u00f9 importante pomologo italiano della fine del Settecento, Giorgio Gallesio, realizz\u00f2 un\u2019opera monumentale, la \u00abPomona italiana\u00bb. Dei diversi trattati che aveva previsto, gli unici che riusc\u00ec a portare a compimento furono quelli dedicati al fico e all\u2019azzeruolo. Eppure l\u2019azzeruolo \u00e8 un frutto che oggi non si trova praticamente pi\u00f9 sul mercato.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Il fatto che Gallesio gli abbia dedicato un volume significa che, in qualche modo, doveva avere avuto una sua importanza: doveva essere diffuso e probabilmente anche commercializzato nei mercati del passato. Poi, con il tempo, pu\u00f2 essersi perso, sostituito da frutti pi\u00f9 grandi o considerati pi\u00f9 facilmente appetibili.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Questi che vedete qui sul tavolo <\/em>\u2013 gli azzeruoli che ha preso da un cestino \u2013 <em>sono quindi una piccola eccezione. \u00c8 il primo anno che riesco a mangiarne, perch\u00e9 normalmente maturerebbero a ottobre.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>A questo punto delle mie cene, normalmente arriverebbe il momento del sorbetto. Ma questa sera sono io l\u2019ospite e, senza alcuna opposizione, mi adeguo alle regole del padrone di casa.<\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8, per\u00f2, un\u2019altra piccola deviazione rispetto al solito. Anche il dolce, questa sera, vuole rimanere perfettamente in tema con il racconto di Francesco. Niente preparazioni elaborate: a chiudere la cena sono ancora una volta i prodotti della terra.<\/p>\n\n\n\n<p>Francesco porta in tavola un vassoio ricco di frutta di stagione: fichi, pere e fichi d\u2019India.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 un finale semplice, naturale. Dopo aver parlato per tutta la sera di variet\u00e0 antiche, di frutti recuperati, di campagne e di memoria, la frutta torna al suo posto pi\u00f9 autentico: sulla tavola.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Nelle tue attivit\u00e0 didattiche ti confronti spesso con le nuove generazioni. Se dovessi spiegare a un ragazzo di oggi perch\u00e9 tutelare un frutto antico o capire il legame tra la nostra pietra e i nostri campi non \u00e8 operazione nostalgica, ma una chiave per il futuro del paesaggio salentino, da dove partiresti?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>Questa domanda \u00e8 difficile, considerando che spesso si dice che le nuove generazioni non siano interessate a nulla. Io, per\u00f2, ho a che fare quotidianamente con i ragazzi della mia scuola e insegno all\u2019interno di un indirizzo ambientale, che comprende anche il tema della biodiversit\u00e0.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Non so se hai ripreso una parola che ho usato prima, ma se non l\u2019hai fatto sei ancora pi\u00f9 brava, perch\u00e9 significa che l\u2019hai intuita: io dico proprio che questa non \u00e8 un\u2019operazione nostalgica.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>La nostalgia \u00e8 certamente un motore importante. Lo \u00e8 anche per me. Vengo da una famiglia contadina e mio padre, per esempio, era appassionato di susine: la susina Pappacoda era il suo frutto preferito. \u00c8 naturale, quindi, che quando recupero una variet\u00e0 o un sapore riaffiorino anche ricordi e affetti.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Ma fermarsi alla nostalgia sarebbe un errore, perch\u00e9 significherebbe togliere importanza al vero significato di questa ricerca, soprattutto quando parliamo di nuove generazioni.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>E proprio con i ragazzi ho scoperto qualcosa che non mi aspettavo. L\u2019elemento che, fino a oggi, si \u00e8 rivelato pi\u00f9 efficace per avvicinarli a questo mondo \u00e8 il gusto. Farli assaggiare.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Pensavo che davanti a un frutto sconosciuto, magari poco bello o lontano da quello che sono abituati a vedere al supermercato, avrebbero storto il naso. Invece no. A volte porto a scuola un frutto, altre volte le mie marmellate; capita che organizzi in laboratorio delle degustazioni e che utilizzi l\u2019assaggio come punto di partenza per parlare poi di altro: della biodiversit\u00e0, delle variet\u00e0 antiche, dell\u2019importanza di recuperarle.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>E la cosa bella \u00e8 che, una volta superata una certa et\u00e0, anche i ragazzi possono essere molto curiosi verso sapori diversi. Forse da bambini \u00e8 pi\u00f9 difficile, ma durante l\u2019adolescenza ho osservato spesso la ricerca di gusti alternativi, qualcosa che esca dal conosciuto.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Naturalmente quello che sto dicendo non ha alcun valore statistico: parlo per esperienza personale, per osservazioni fatte molte volte nel corso degli anni. O porto a scuola i miei prodotti, oppure coinvolgo i ragazzi nei percorsi di PCTO organizzando qui da me una o due giornate. Facciamo prima il giro, parliamo delle piante e dei frutti e poi finiamo tutti intorno a una tavolata, con fette biscottate, marmellate, succhi e altri prodotti.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Ed \u00e8 proprio l\u00ec che mi sono reso conto di una cosa: forse il modo migliore per spezzare il luogo comune della nostalgia \u00e8 far capire ai ragazzi che esistono sapori che nei supermercati non trovano. Perch\u00e9 quando fai assaggiare quei sapori, almeno per quello che ho osservato io, la risposta \u00e8 positiva.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>E allora il passato smette di essere qualcosa da ricordare e diventa qualcosa da scoprire.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Quello che mi ha colpita di questa cena non \u00e8 soltanto aver scoperto l\u2019esistenza di un rapporto tra i frutti e il Barocco. \u00c8 l\u2019idea che il nostro territorio custodisca una quantit\u00e0 enorme di storia, sapere, bellezza e identit\u00e0 che non sappiamo pi\u00f9 leggere.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse abbiamo bisogno proprio di fermarci e guardare meglio. Di imparare a riconoscere, dietro un frutto, una pianta, una pietra scolpita, un gesto antico o un paesaggio che ci sembra familiare, una storia che ci appartiene.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 il Salento non \u00e8 soltanto quello che mostriamo. \u00c8 anche quello che rischiamo di non vedere pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci sono saperi che si perdono, colture che scompaiono, parole che non usiamo pi\u00f9, gesti che appartenevano alla vita quotidiana e che lentamente diventano memoria. E ci sono, allo stesso tempo, persone che continuano a studiare quei saperi, a raccontarli, a coltivarli e a proteggerli.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse \u00e8 questo il senso pi\u00f9 profondo di una serata come questa: non guardare al passato con nostalgia, ma lasciarci aiutare da ci\u00f2 che \u00e8 stato per guardare con occhi nuovi quello che abbiamo ancora davanti.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa sera, sotto il pergolato di <em>Ruralia<\/em>, ho provato semplicemente a sedermi intorno a una tavola, tra persone che fino a poco prima non conoscevo, ad ascoltare e ad assaggiare.<\/p>\n\n\n\n<p>E, soprattutto, a riconoscere.<\/p>\n\n\n\n<p>__________________<\/p>\n\n\n\n<p><strong>( 18 \u2013 continua )<\/strong><\/p>\n<fb:like href='https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/09\/12\/indovina-chi-viene-a-cena-ruralia-le-erbe-spontanee-il-fico-rigato-e-la-susina-pappacoda\/' send='true' layout='button_count' show_faces='true' width='450' height='65' action='recommend' colorscheme='light' font='lucida grande'><\/fb:like><span class=\"fb_share\"><fb:like href=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/09\/12\/indovina-chi-viene-a-cena-ruralia-le-erbe-spontanee-il-fico-rigato-e-la-susina-pappacoda\/\" layout=\"button_count\"><\/fb:like><\/span>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Emanuela Boccassini _____________ Ancora una volta il destino \u2013 o il caso, chiamatelo come volete \u2013 mi ha messo davanti a una realt\u00e0 che non conoscevo e che, nel giro di pochi minuti, mi ha fatto capire quante meraviglie del mio stesso territorio io non sappia davvero vedere. \u00c8 successo davanti a un video. 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