{"id":264220,"date":"2026-10-04T00:03:00","date_gmt":"2026-10-03T22:03:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/?p=264220"},"modified":"2026-10-03T13:32:28","modified_gmt":"2026-10-03T11:32:28","slug":"il-mio-lessico-famigliare-lezioni-di-economia-domestica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/10\/04\/il-mio-lessico-famigliare-lezioni-di-economia-domestica\/","title":{"rendered":"IL MIO LESSICO FAMIGLIARE \/\u00a0LEZIONI DI ECONOMIA DOMESTICA"},"content":{"rendered":"\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"1080\" height=\"810\" class=\"wp-image-264221\" style=\"width: 1500px;\" src=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/CUCCU.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/CUCCU.jpg 1080w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/CUCCU-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/CUCCU-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/CUCCU-768x576.jpg 768w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/CUCCU-400x300.jpg 400w\" sizes=\"(max-width: 1080px) 100vw, 1080px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p>di\u00a0<strong>Anna Maria Greco _________________<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab\u00c8 peccato buttarla. Pu\u00f2 sempre servire.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Chiss\u00e0 quante volte avr\u00f2 sentito questa frase da bambina. Poteva essere un vestito diventato piccolo, una tovaglia consumata, una bottiglia vuota, un pezzo di pane ormai duro. Bastava che qualcosa sembrasse arrivato alla fine perch\u00e9 una mano lo riprendesse. \u00abAspetta.\u00bb Si guardava meglio. E quasi sempre saltava fuori un altro uso.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>A casa nostra le cose facevano fatica a finire il loro viaggio.<\/p>\n\n\n\n<p>I vestiti, per esempio, erano grandi viaggiatori. Tra me e mia sorella c&#8217;erano appena diciotto mesi e quello che diventava piccolo per lei molto spesso passava a me. Io arrivavo dopo. Sempre. Lei cresceva e, insieme a lei, si rinnovava anche il mio guardaroba. Poi venivano i fratelli, i cugini. Anche le scarpe facevano lo stesso percorso, finch\u00e9 potevano ancora camminare.<\/p>\n\n\n\n<p>C&#8217;erano poi vestiti che sembravano non appartenere a nessuno e proprio per questo appartenevano un po&#8217; a tutti. La tonaca della Prima Comunione, per esempio. Si indossava una mattina soltanto, finiva nella fotografia importante di famiglia e poi veniva lavata, sistemata con cura e conservata. L&#8217;anno dopo poteva servire a un fratello, a un cugino, al figlio di un&#8217;amica. Poi magari passava ancora. Cambiava il bambino, cambiava la fotografia. La tonaca, qualche volta, era sempre lei.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Tra i grandi non andava molto diversamente. Per un matrimonio, un battesimo, una cerimonia, ci si prestava una borsa, una giacca, persino un vestito. \u00abMe lo presti?\u00bb Certo che s\u00ec. Finita la festa, ognuno tornava a casa propria. Anche la borsa.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>C&#8217;era poi il mercato settimanale delle robe usate. Tra le bancarelle si poteva trovare un giubbino per un bambino, un pantalone da lavoro, qualcosa che aveva gi\u00e0 avuto un padrone ma aveva ancora parecchia strada davanti.<\/p>\n\n\n\n<p>E quando in una famiglia c&#8217;era davvero bisogno, i vestiti sapevano arrivare senza fare rumore. Passavano attraverso una vicina, una parente, una persona fidata. Una busta cambiava casa con discrezione. A volte non era neppure necessario sapere da dove venisse. Bastava che arrivasse.<\/p>\n\n\n\n<p>Noi bambini, del resto, eravamo bravissimi a dare lavoro a pantaloni e scarpe. Avevamo soprattutto un talento: consumare le ginocchia. Giocavamo per terra, ci inginocchiavamo, cadevamo, ci rialzavamo e poco dopo eravamo di nuovo gi\u00f9. Le ginocchia dei pantaloni erano quasi sempre le prime ad arrendersi.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma un buco non aveva certo l&#8217;autorit\u00e0 di mandare in pensione un pantalone. C&#8217;erano le toppe.<\/p>\n\n\n\n<p>Quelle le ho ancora negli occhi. Alcune erano colorate, qualcuna aveva figure allegre del mondo dei bambini. Ma le toppe potevano nascere anche in casa. Un vecchio paio di jeans ormai inutilizzabile veniva conservato proprio per questo. Al momento giusto si prendevano le forbici, si ritagliava un pezzo della misura necessaria e quella stoffa robusta diventava una toppa vera, cucita sul ginocchio di un altro pantalone. Un jeans finiva e, pezzetto dopo pezzetto, continuava a vestire altri bambini.<\/p>\n\n\n\n<p>A me quelle toppe piacevano. Una toppa sul ginocchio non era una disgrazia. Quasi quasi era un premio.<\/p>\n\n\n\n<p>E se ormai non c&#8217;era toppa capace di salvare la situazione, arrivavano le forbici. Zac. Via le ginocchia consumate. Il pantalone lungo diventava corto e aveva guadagnato un&#8217;altra estate.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando il bucato asciutto arrivava sul tavolo, cominciava un altro controllo. Asciugamani, maglie, pantaloni, pigiami venivano piegati uno dopo l&#8217;altro, ma mentre le mani piegavano gli occhi cercavano. Un bottone lento. Un orlo scucito. Un piccolo strappo. Se c&#8217;era qualcosa da sistemare, si sistemava subito.<\/p>\n\n\n\n<p>E quando un capo era davvero arrivato alla fine, prima di lasciarlo andare veniva quasi spogliato un&#8217;ultima volta. Si scucivano i bottoni ancora buoni, si recuperava una cerniera che funzionava, si salvava tutto quello che poteva avere ancora una vita. Solo allora quel vestito poteva considerarsi veramente finito.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>E per quei piccoli lavori c&#8217;era sempre lei: la scatola del cucito. Spesso l&#8217;occorrente abitava dentro una vecchia scatola di latta.<\/p>\n\n\n\n<p>Quelle scatole mi piacevano moltissimo, soprattutto nelle case delle persone anziane. Sul coperchio avevano ancora stampata l&#8217;immagine dei biscotti che avevano contenuto chiss\u00e0 quanto tempo prima. Ma non bisognava mai fidarsi dei biscotti disegnati sopra. Aprivi speranzosa e potevi trovare di tutto.<\/p>\n\n\n\n<p>Qualche volta andava bene davvero: biscotti fatti in casa o qualche caramella. Altre volte dei biscotti era rimasta soltanto l&#8217;immagine. Dentro potevano esserci fotografie, vecchie cartoline, tappi, fili, bottoni.<\/p>\n\n\n\n<p>E poi c&#8217;era quella che per me era semplicemente la scatola della nonna. Lei la prendeva con cura, quasi ci fosse dentro dell&#8217;oro. Io aspettavo soltanto che si alzasse il coperchio. Spostavo una matassina di cotone. \u00abE questo cos&#8217;\u00e8?\u00bb Tiravo fuori il metro arrotolato. \u00abE questo a che serve?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>C&#8217;erano aghi, rocchetti, bottoni recuperati, il gesso per segnare la stoffa e quelle enormi forbici di ferro che non ho mai dimenticato. Avevano il manico nero, consumato dall&#8217;uso e dal tempo. Mi sembravano pesantissime. Le prendevo con tutte e due le mani. \u00abAttenta!\u00bb Le rimettevo gi\u00f9. Almeno per un po&#8217;.<\/p>\n\n\n\n<p>Con la scatola della nonna funzionava cos\u00ec: ogni cosa che tiravo fuori aveva un nome e soprattutto aveva un uso. Io domandavo. Qualcuno rispondeva.<\/p>\n\n\n\n<p>Delle camicie di mio padre ricordo soprattutto una frase di mia madre: \u00abTi devo girare il collo di questa camicia.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Girare il collo? Guardavo la camicia e cercavo di capire.<\/p>\n\n\n\n<p>Mia madre scuciva piano piano il colletto consumato, lo staccava, lo voltava e lo imbastiva con un filo colorato. Poi arrivava la macchina da cucire. Tac-tac-tac-tac. L&#8217;ago correva sulla stoffa e io guardavo.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando aveva finito, la parte consumata era rimasta nascosta e quella ancora bella era tornata sopra. Sembrava una camicia nuova. Ma era la stessa. Mia madre aveva girato il collo e la camicia di pap\u00e0 era tornata nuova, pronta per essere indossata ancora chiss\u00e0 quante volte. Ai miei occhi era una meraviglia.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Mia nonna, invece, faceva magie con i calzini bucati. Prendeva una lampadina e la infilava dentro il calzino. Una lampadina dentro un calzino, per una bambina, meritava gi\u00e0 tutta l&#8217;attenzione.<\/p>\n\n\n\n<p>Il vetro tondo tendeva la stoffa e teneva aperto il buco davanti alle sue mani. L&#8217;ago passava da una parte all&#8217;altra e, punto dopo punto, il filo ricostruiva quello che mancava. Io guardavo. Il buco si stringeva. Si stringeva ancora. Alla fine quasi non c&#8217;era pi\u00f9. La lampadina usciva e il calzino tornava buono da mettere.<\/p>\n\n\n\n<p>E sfido qualunque bambino di quegli anni a non aver infilato almeno una volta un piede dentro un calzino rammendato dalla mamma o dalla nonna.<\/p>\n\n\n\n<p>Le stoffe avevano mille vite. Una tovaglia consumata diventava uno strofinaccio. Le vecchie lenzuola venivano tagliate e trasformate. Dalle pezze poteva persino nascere una bambola. I ritagli pi\u00f9 piccoli, purch\u00e9 puliti, venivano tagliuzzati e potevano finire dentro un cuscino.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Le vecchie lenzuola avevano anche un uso pi\u00f9 intimo, custodito con la discrezione delle donne. Nei giorni del ciclo si usavano panni di cotone. Venivano lavati, bolliti e fatti asciugare con riservatezza. Io li ricordo puliti, tra la biancheria da piegare. Mia madre mi mandava a sistemare gli asciugamani, i pigiami e anche quei panni, che avevano un cassetto tutto loro nel suo com\u00f2.<\/p>\n\n\n\n<p>Li mettevo dentro. Richiudevo. Per me finiva l\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>Solo pi\u00f9 tardi avrei compreso da sola a cosa servissero e perch\u00e9 quel cassetto appartenesse alla discrezione delle donne.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi c&#8217;era la lana. Un maglione diventato piccolo poteva lentamente scomparire tra le mani della nonna. Si sfilava. Qualche volta chiamava uno di noi. \u00abVieni, mantieni qua.\u00bb Uno teneva e l&#8217;altra raggomitolava. Il maglione diventava sempre pi\u00f9 piccolo e il gomitolo sempre pi\u00f9 grande.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto procedeva benissimo finch\u00e9 il gomitolo non finiva nelle mani sbagliate. Le mie, per esempio. Bastava un attimo. Cadeva. Rotolava. Partiva per conto suo. Io dietro al gomitolo, il filo dietro di me e la nonna ad aspettare che rimettessi ordine nel disastro. Poi bisognava raggomitolare tutto un&#8217;altra volta.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi piacevano quei gomitoli. Il marrone incontrava il verde, il rosso finiva accanto al panna, l&#8217;azzurro vicino a un colore con cui non aveva proprio niente da spartire.<\/p>\n\n\n\n<p>E proprio da quei colori nasceva una delle cose che ricordo con pi\u00f9 tenerezza: le coperte di lana fatte a quadrati.<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni quadrato aveva un colore, qualche volta due. Sembravano non avere nulla in comune e invece, uno accanto all&#8217;altro, diventavano una coperta. Un pezzo rosso poteva essere stato un maglione. Quello marrone forse una giacca di lana. L&#8217;azzurro chiss\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla fine venivano uniti tutti insieme e sul letto compariva quel grande mosaico morbido e colorato.<\/p>\n\n\n\n<p>Credo che molti di noi ne conservino ancora una in fondo a un armadio. E forse \u00e8 proprio questo il bello: dentro quelle coperte non \u00e8 rimasta soltanto la lana. Sono rimasti colori che avevano gi\u00e0 abitato altre cose, e mani che non avevano voluto perderli.<\/p>\n\n\n\n<p>Con la stessa lana potevano nascere uno scialle, un copricuscino, un berretto, un tappeto. E se un maglione era ormai troppo infeltrito persino per essere disfatto, diventava una pezza per asciugare e lucidare il pavimento.<\/p>\n\n\n\n<p>Sembrava che cambiare mestiere fosse normale anche per le cose.<\/p>\n\n\n\n<p>E non sempre i vecchi maglioni arrivavano alla nonna della propria casa. Nelle nostre vie poteva esserci una donna anziana che non andava pi\u00f9 in campagna, non riusciva pi\u00f9 a fare i lavori pesanti, ma con le mani sapeva ancora fare meraviglie.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abTieni, nonna Pina. Quando hai tempo&#8230;\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Le lasciavano una busta. Lei sfilava quei maglioni con pazienza e quella lana tornava gomitolo. Poi, magari, dalle sue mani usciva qualcosa che finiva di nuovo in un&#8217;altra casa.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>D&#8217;estate quelle donne le vedevi sedute vicino all&#8217;uscio, spesso proprio davanti alla casa della persona pi\u00f9 anziana della strada. Una sedia ne chiamava un&#8217;altra. Qualcuna arrivava con un lavoro, qualcuna si fermava soltanto per due parole. Poi le parole, naturalmente, diventavano molte di pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<p>Noi bambini passavamo in mezzo. Ascoltavamo quello che ci interessava. Il resto lo lasciavamo ai grandi.<\/p>\n\n\n\n<p>D&#8217;inverno ci si stringeva dentro casa. Ma le mani difficilmente rimanevano ferme.<\/p>\n\n\n\n<p>Mia nonna diceva: \u00abUna donna deve avere sempre l&#8217;arte tra le mani.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>C&#8217;era chi lavorava ai ferri, chi all&#8217;uncinetto, chi ricamava, chi faceva il chiacchierino. Mia madre lavorava al tombolo.<\/p>\n\n\n\n<p>Quello lo ricordo anche a occhi chiusi. Ricordo soprattutto il tintinnio dei fuselli mentre correvano tra le sue dita. Si incrociavano, si scambiavano di posto, tornavano indietro. Io guardavo tutti quei fili e pensavo che da un momento all&#8217;altro si sarebbero ingarbugliati per sempre.<\/p>\n\n\n\n<p>Nelle mani di mia madre, invece, diventavano merletto.<\/p>\n\n\n\n<p>Quel tintinnio era uno dei suoni di casa mia.<\/p>\n\n\n\n<p>Intanto una donna parlava, un&#8217;altra ascoltava, qualcuna pregava sottovoce, qualcun&#8217;altra rideva. E il lavoro continuava.<\/p>\n\n\n\n<p>C&#8217;erano figlie che un giorno si sarebbero sposate e il corredo bisognava prepararlo per tempo. Lenzuola, federe, biancheria. Un bordo all&#8217;uncinetto, un ricamo, il chiacchierino, un merletto al tombolo. Un punto alla volta. Una sera dopo l&#8217;altra.<\/p>\n\n\n\n<p>Non si poteva comprare tutto gi\u00e0 fatto e molte donne conoscevano un&#8217;arte. Il loro tempo diventava ci\u00f2 che un giorno sarebbe entrato nella casa di una figlia.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse era anche per questo che noi bambine imparavamo presto una catenella all&#8217;uncinetto, il punto giorno, ad attaccare un bottone, ad accorciare un pantalone. Non eravamo andate a scuola per impararlo. Avevamo guardato. E avevamo provato.<\/p>\n\n\n\n<p>Molto pi\u00f9 avanti avrei capito che anche tutto questo faceva parte di quella che si chiamava economia domestica.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma non erano soltanto le donne a saper fare. Anche gli uomini di casa, prima di chiamare qualcuno, provavano. Si imbiancava una parete, si chiudeva una crepa, si sistemava ci\u00f2 che si poteva sistemare.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abVediamo se si pu\u00f2 aggiustare.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Prima si provava.<\/p>\n\n\n\n<p>Mio padre, con delle tavole da carpentiere e quattro ruote recuperate da un vecchio mobile, riusc\u00ec persino a costruire per i miei fratelli una specie di triciclo. Aveva quattro ruote. Quindi, a pensarci bene, triciclo non era. Ma noi lo chiamavamo cos\u00ec e nessuno sembrava preoccuparsene.<\/p>\n\n\n\n<p>Prima quelle ruote avevano fatto muovere un mobile. Adesso facevano correre dei bambini. A noi bastava che girassero.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Quando per\u00f2 in casa non si riusciva ad aggiustare qualcosa, non significava ancora che fosse da buttare. Si aspettava.<\/p>\n\n\n\n<p>In certi giorni dalla strada arrivava una voce attraverso un megafono. Io la sentivo e correvo a vedere.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;arrotino, lo stagnino, l&#8217;ombrellaio, l&#8217;impagliatore di sedie.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricordo il vecchio veicolo fermo per strada e la gente intorno, ognuno con qualcosa da sistemare, in attesa del proprio turno. Io potevo restare l\u00ec incantata.<\/p>\n\n\n\n<p>Un ombrello arrivava storto dopo una giornata di vento, con una stecca piegata o spezzata, e piano piano tornava ad aprirsi. A una pentola si poteva rimettere un manico. Poco importava se non era proprio uguale all&#8217;altro: l&#8217;importante era poterla afferrare di nuovo senza scottarsi. Una sedia tornava ad avere il suo sedile. Una lama tornava a tagliare.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;oggetto arrivava inutilizzabile e ripartiva pronto a fare ancora il suo mestiere.<\/p>\n\n\n\n<p>Persino davanti al tubetto del dentifricio ormai schiacciato arrivava una voce: \u00abStringi, che ce n&#8217;\u00e8 ancora.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>E, naturalmente, ce n&#8217;era ancora.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>In cucina quella stessa ostinazione riguardava soprattutto il pane. Il pane non si buttava.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando diventava raffermo poteva diventare pangrattato, acqua e sale, pane cotto. E poi c&#8217;era lu scarfatu.<\/p>\n\n\n\n<p>Mia nonna lo preparava per mio nonno prima che andasse in campagna; qualche volta se lo preparava anche lui.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricordo soprattutto il momento in cui il pane raffermo incontrava l&#8217;olio caldo. Prima arrivava lo sfrigolio. Poi il profumo. Il pane prendeva colore. Si aggiungevano le cicorie di campagna e i legumi e si mescolava tutto insieme fino a farne un piatto caldo e buonissimo.<\/p>\n\n\n\n<p>E anche quello che avanzava dalla nostra tavola non significava necessariamente che fosse da buttare.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>In casa c&#8217;erano anche gli animali e sembrava quasi che aspettassero il loro turno. Un po&#8217; di pasta rimasta, qualche cucchiaio di riso, il pane ormai troppo duro, gli scarti delle verdure: quello che poteva andare alle galline finiva alle galline, quello adatto ai conigli arrivava ai conigli.<\/p>\n\n\n\n<p>Io uscivo nel giardino con qualcosa in mano e le galline sembravano ricevere la notizia tutte nello stesso momento. Una correva. Poi un&#8217;altra. Poi tutte. Io cambiavo direzione apposta. Loro dietro. Correvo dall&#8217;altra parte. Loro dietro ancora.<\/p>\n\n\n\n<p>Con qualche avanzo in mano diventavo improvvisamente la persona pi\u00f9 importante del giardino.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Qualche volta andavo con pap\u00e0 a portare il grano al mulino.<\/p>\n\n\n\n<p>Quel grano doveva essere macinato. Dalla farina sarebbero nati il pane e la pasta fatti in casa. Mi piaceva stare l\u00ec a guardare.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma dal mulino non tornava soltanto la farina. C&#8217;era anche la crusca. E quella non si lasciava certo l\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>A casa finiva in una coppa. Si aggiungeva l&#8217;acqua, si mescolava con ci\u00f2 che poteva servire agli animali e diventava canigghia.<\/p>\n\n\n\n<p>Io guardavo quella polvere asciutta trasformarsi in una poltiglia morbida. Le galline, invece, guardavano me.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Un giorno vidi qualcuno chinarsi sulla strada per raccogliere quello che aveva lasciato un cavallo.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi fermai.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPap\u00e0, perch\u00e9 se lo prende?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Mi spieg\u00f2 che serviva alla terra, che era prezioso per i campi.<\/p>\n\n\n\n<p>Guardai di nuovo.<\/p>\n\n\n\n<p>Quello che per me era soltanto sterco di cavallo, per qualcuno valeva la pena di chinarsi e raccoglierlo.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Il mondo dei grandi aveva davvero delle strane regole.<\/p>\n\n\n\n<p>E la terra, nel Salento, era generosa con chi sapeva guardarla.<\/p>\n\n\n\n<p>Eravamo quattro fratelli e una passeggiata in campagna diventava facilmente una piccola avventura. Anche d&#8217;inverno bastava coprirsi bene e uscire. Si respirava quell&#8217;aria fredda che pizzicava il viso, si camminava e intanto gli occhi cercavano. Le cicorie selvatiche. Le verdure di campagna. I funghi, quando era il loro tempo.<\/p>\n\n\n\n<p>Quella verdura non arrivava in casa dentro una busta comprata. La terra ce la offriva e noi andavamo a raccoglierla.<\/p>\n\n\n\n<p>Per noi bambini era una passeggiata, un modo per correre all&#8217;aria aperta e non restare chiusi in casa. Per i grandi era anche tornare con qualcosa da mettere a tavola.<\/p>\n\n\n\n<p>E quando i funghi erano tanti, a casa continuava il lavoro. Si pulivano, si preparavano e una parte finiva in agrodolce, nei barattoli.<\/p>\n\n\n\n<p>La campagna rimaneva fuori. Ma qualcosa di lei tornava sempre a casa con noi.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>D&#8217;inverno, intanto, una parte della casa girava intorno al fuoco.<\/p>\n\n\n\n<p>Dal camino i carboni ardenti venivano raccolti con la paletta e messi nel braciere. Intorno arrivavano subito le mani fredde. Prima il palmo. Poi il dorso.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi piaceva guardare la brace. Il rosso vivo piano piano spariva sotto una polvere grigia e sembrava quasi che il fuoco si fosse spento.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi arrivava l&#8217;attizzatoio.<\/p>\n\n\n\n<p>Bastava smuovere appena quella cenere e sotto ricompariva il rosso. E con il rosso tornava il calore.<\/p>\n\n\n\n<p>Il fuoco si era soltanto nascosto.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricordo anche di aver visto prendere con la molla alcuni carboni pi\u00f9 grossi prima che si consumassero completamente. Uno alla volta. Si spegnevano, qualche volta bagnandoli, si lasciavano raffreddare e si conservavano. Non sempre. Ma qualche volta si faceva.<\/p>\n\n\n\n<p>Passava l&#8217;inverno, arrivava l&#8217;estate e, quando si voleva preparare un po&#8217; di arrosto, quei carboni tornavano fuori.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi piaceva pensare che si ricordassero di essere gi\u00e0 stati accesi.<\/p>\n\n\n\n<p>Un po&#8217; del fuoco dell&#8217;inverno arrivava cos\u00ec fino all&#8217;estate.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando rimaneva soltanto la cenere, ero convinta che almeno quella avesse finalmente terminato il suo viaggio. Invece no.<\/p>\n\n\n\n<p>La vedevo portare fuori, ormai fredda. Sotto gli alberi di agrumi la terra era rossa. Poi, all&#8217;improvviso, diventava grigia.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPerch\u00e9 mettete la cenere l\u00ec?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Mi spiegavano che faceva bene alla terra.<\/p>\n\n\n\n<p>Guardavo quella polvere.<\/p>\n\n\n\n<p>Persino il fuoco, dopo essersi spento, aveva lasciato qualcosa da dare.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche l&#8217;acqua nella quale erano state cotte le verdure si lasciava raffreddare e finiva nelle piante.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>E poi c&#8217;era l&#8217;acqua che arrivava direttamente dal cielo.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando pioveva la vedevo scendere dalla grondaia. Mia madre la raccoglieva e la conservava nelle tanichette. Pap\u00e0 le aveva portato dalla Germania un ferro da stiro a vapore e quell&#8217;acqua serviva anche per quello.<\/p>\n\n\n\n<p>Io di calcare non sapevo proprio niente.<\/p>\n\n\n\n<p>Sapevo soltanto che fuori pioveva e dentro casa qualcuno stava gi\u00e0 conservando la pioggia.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Se la campagna regalava qualcosa, il mare non era da meno.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche l\u00ec bisognava saper guardare.<\/p>\n\n\n\n<p>Nelle conche degli scogli rimaneva l&#8217;acqua marina. Il sole scaldava la pietra e lentamente l&#8217;acqua spariva. Al suo posto restavano piccoli cristalli bianchi.<\/p>\n\n\n\n<p>Sale.<\/p>\n\n\n\n<p>Prima acqua.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi sale.<\/p>\n\n\n\n<p>Per me era magia.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando si poteva, si raccoglieva. Non c&#8217;era bisogno di comprarlo: ce lo aveva preparato il sole.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo toccavo con le dita. Bianco. Ruvido. Ancora impastato di mare.<\/p>\n\n\n\n<p>Con l&#8217;occasione raccoglievamo anche quella che chiamavamo semplicemente erba di mare. A casa veniva lavata e conservata sotto aceto. Pi\u00f9 avanti sarebbe tornata sulla tavola insieme alle frise.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec la campagna e perfino il mare finivano nella dispensa.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>L\u00ec dentro c&#8217;erano barattoli e bottiglie che conoscevano bene l&#8217;arte di aspettare.<\/p>\n\n\n\n<p>Le bottiglie della salsa, quando erano vuote, venivano lavate con cura. Lo scopino entrava nel collo stretto, arrivava fino in fondo, girava. Poi si sciacquavano, si lasciavano asciugare e si sistemavano nelle cassette.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;estate successiva sarebbero tornate rosse.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche i barattoli di vetro si lavavano e si conservavano.<\/p>\n\n\n\n<p>Non si sapeva mai.<\/p>\n\n\n\n<p>Potevano contenere la camomilla raccolta e fatta essiccare oppure una conserva. E all&#8217;occorrenza diventavano anche il recipiente con cui bussare alla porta accanto.<\/p>\n\n\n\n<p>Un po&#8217; di zucchero. Del sale. Persino un po&#8217; di detersivo, se serviva.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi chiedevi tu. Domani avrebbe chiesto lei.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando la campagna era generosa, quella generosit\u00e0 passava anche dalle porte.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPorta questo alla vicina.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>E noi partivamo con pomodori, zucchine, peperoni, frutta.<\/p>\n\n\n\n<p>La frutta troppo matura non aveva il tempo di sentirsi vecchia. Finiva nella pentola e diventava marmellata. Il profumo dolce riempiva la cucina.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche i semi del melone avevano il loro destino.<\/p>\n\n\n\n<p>D&#8217;estate, quando si apriva un melone, comparivano tutti quei semi chiari e arrivava puntuale la frase: \u00ab\u00c8 peccato buttarli.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Si raccoglievano, si lavavano e si portavano ad asciugare al sole. Li ricordo stesi anche sopra un pezzo di marmo nel giardino.<\/p>\n\n\n\n<p>Passavo. Toccavo con un dito. Il marmo era caldo.<\/p>\n\n\n\n<p>La sera quei semi tornavano fuori.<\/p>\n\n\n\n<p>Davanti agli usci c&#8217;erano le sedie, le voci dei grandi e noi bambini che continuavamo ad andare e venire.<\/p>\n\n\n\n<p>Una donna si alzava. \u00abAspettate, vado a prendere una cosa.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Tornava con il barattolo.<\/p>\n\n\n\n<p>Una manciata qui. Una l\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Le dita lavoravano, le bocche chiacchieravano e il piccolo rumore secco dei gusci accompagnava la sera.<\/p>\n\n\n\n<p>Dalla bottega arrivava invece la carta che aveva avvolto gli alimenti. Si apriva, si distendeva e si conservava.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando si friggeva tornava fuori. Il fritto arrivava caldo, profumato, ancora lucido d&#8217;olio e la carta lentamente si macchiava assorbendo l&#8217;unto.<\/p>\n\n\n\n<p>La carta vecchia serviva anche per aiutare il fuoco ad accendersi.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>A volte mi sembrava davvero difficile trovare qualcosa che non servisse pi\u00f9 a niente.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi arrivava San Martino e cominciava il travaso del vino.<\/p>\n\n\n\n<p>Guardavo quel rosso passare da un recipiente all&#8217;altro.<\/p>\n\n\n\n<p>Sul fondo rimaneva la feccia.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma anche quella veniva raccolta.<\/p>\n\n\n\n<p>Finiva nella firsora, con sotto il fuoco bello vivace, e cominciavano i preparativi per la distillazione.<\/p>\n\n\n\n<p>C&#8217;era il fuoco. C&#8217;era l&#8217;attesa. Poi arrivava la grappa.<\/p>\n\n\n\n<p>Dal fondo di un recipiente era uscita ancora un&#8217;altra cosa.<\/p>\n\n\n\n<p>E se invece il vino si faceva brutto, sentivo dire: \u00ab\u00c8 spuntato.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Non era pi\u00f9 buono da bere. Ma neppure quello significava buttarlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Finiva nell&#8217;ozza di terracotta e prendeva un&#8217;altra strada: sarebbe diventato aceto.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u00ec c&#8217;era quella cosa misteriosa che sentivo chiamare \u201cla madre\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>La madre dell&#8217;aceto.<\/p>\n\n\n\n<p>Possibile che anche l&#8217;aceto avesse una mamma?<\/p>\n\n\n\n<p>In quel mondo le cose cambiavano continuamente nome, forma, casa, padrone.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Anche i libri delle scuole medie e superiori passavano da uno studente all&#8217;altro. Poteva capitarti un libro con la copertina consumata, qualche sottolineatura e il nome di un altro ragazzo sulla prima pagina.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma dentro c&#8217;erano ancora tutte le parole.<\/p>\n\n\n\n<p>E quelle bastavano.<\/p>\n\n\n\n<p>Io allora non cercavo un significato in tutto questo.<\/p>\n\n\n\n<p>Ero una bambina.<\/p>\n\n\n\n<p>Guardavo, toccavo, annusavo, assaggiavo, ascoltavo.<\/p>\n\n\n\n<p>E soprattutto facevo domande.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 la nonna infilava una lampadina in un calzino? Perch\u00e9 la terra rossa diventava grigia? Perch\u00e9 qualcuno raccoglieva quello che aveva lasciato un cavallo? Come faceva il sole a lasciare il sale sulle pietre? E come poteva avere una mamma persino l&#8217;aceto?<\/p>\n\n\n\n<p>A tutto sembrava esserci una risposta.<\/p>\n\n\n\n<p>Io vedevo soprattutto mani che sapevano fare e cose che, proprio quando sembravano finite, riuscivano quasi sempre a ricominciare.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse imparavo cos\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>Guardando.<\/p>\n\n\n\n<p>Molti anni dopo ho capito che tutto quel fare, aggiustare, conservare, trasformare e condividere aveva un nome:<\/p>\n\n\n\n<p>economia domestica.<\/p>\n\n\n\n<p>E non \u00e8 la povert\u00e0 che voglio raccontare attraverso questi ricordi.<\/p>\n\n\n\n<p>Certo, il denaro si amministrava con attenzione e non sempre si poteva comprare ci\u00f2 che si desiderava. Ma c&#8217;era soprattutto una cultura delle cose e del loro valore: prima di sostituire si aggiustava, prima di comprare si guardava ci\u00f2 che gi\u00e0 si aveva, prima di buttare si cercava un&#8217;altra possibilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Io allora non sapevo niente di tutto questo.<\/p>\n\n\n\n<p>Conoscevo soltanto una frase.<\/p>\n\n\n\n<p>Quella che arrivava un momento prima di lasciare andare qualcosa:<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab\u00c8 peccato buttarla. Pu\u00f2 sempre servire.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>E forse era gi\u00e0 tutto l\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>___________________<\/p>\n\n\n\n<p><strong>( 12 \u2013 continua )<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di\u00a0Anna Maria Greco _________________ \u00ab\u00c8 peccato buttarla. Pu\u00f2 sempre servire.\u00bb Chiss\u00e0 quante volte avr\u00f2 sentito questa frase da bambina. Poteva essere un vestito diventato piccolo, una tovaglia consumata, una bottiglia vuota, un pezzo di pane ormai duro. 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