{"id":264677,"date":"2026-10-18T00:05:00","date_gmt":"2026-10-17T22:05:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/?p=264677"},"modified":"2026-10-17T18:32:15","modified_gmt":"2026-10-17T16:32:15","slug":"il-mio-lessico-famigliare-sabato-domenica-e-lunedi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/10\/18\/il-mio-lessico-famigliare-sabato-domenica-e-lunedi\/","title":{"rendered":"IL MIO LESSICO FAMIGLIARE \/ SABATO, DOMENICA E LUNEDI&#8217;"},"content":{"rendered":"\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"335\" height=\"597\" class=\"wp-image-264679\" style=\"width: 1200px;\" src=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/AAAMARIAAA.png\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/AAAMARIAAA.png 335w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/AAAMARIAAA-168x300.png 168w\" sizes=\"(max-width: 335px) 100vw, 335px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p>di\u00a0<strong>Anna Maria Greco _________________<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>A casa nostra la domenica cominciava il sabato. Qualche volta, per\u00f2, io iniziavo ad aspettarla gi\u00e0 dal luned\u00ec, soprattutto quando pap\u00e0 prometteva che la domenica successiva ci avrebbe portati al parco Alaska di Veglie.<\/p>\n\n\n\n<p>Da quel momento contavo i giorni. Il mercoled\u00ec sembrava non arrivare mai, il venerd\u00ec si faceva desiderare e persino il sabato, quando finalmente arrivava, aveva ancora troppe ore davanti a s\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p>Il sabato mattina andavamo ancora a scuola. Pap\u00e0, che durante la settimana lavorava alla Fiat, quel giorno era libero e si occupava personalmente di accompagnarci e venirci a prendere. Nel frattempo faceva la spesa, seguendo la lista preparata dalla mamma. Eravamo sei in famiglia e bisognava fare scorta di ci\u00f2 che sarebbe servito nei giorni successivi.<\/p>\n\n\n\n<p>Al nostro ritorno trovavamo cassette di frutta, confezioni di latte e grandi scatoloni di biscotti. Non mancavano i Plasmon, destinati al biberon di Francesco, il pi\u00f9 piccolo di noi quattro.<\/p>\n\n\n\n<p>Francesco era anche il pi\u00f9 tranquillo. Ci seguiva dappertutto, senza fare troppo rumore. Gli bastava guardarci mentre giocavamo o combinavamo qualcosa e, poco alla volta, provava a imitarci, con i suoi tempi e quella calma tutta sua.<\/p>\n\n\n\n<p>Qualche volta pap\u00e0 riusciva anche a raccogliere un po&#8217; di verdura selvatica, che il luned\u00ec avrebbe accompagnato il pranzo insieme ai legumi.<\/p>\n\n\n\n<p>Io correvo a curiosare soprattutto tra i biscotti. C&#8217;erano le pastarelle, come le chiamava la mamma, quei biscotti secchi che ricordo della Wamar, ordinatamente allineati su un vassoio di cartoncino che mi divertivo a sfilare dalla confezione. E poi gli Atene, quelli con i tre buchi, dolcissimi, dal sapore che ancora oggi mi sembra di sentire.<\/p>\n\n\n\n<p>A pranzo, il sabato, c&#8217;era il brodo. Ma io pensavo gi\u00e0 al catechismo delle due e mezza.<\/p>\n\n\n\n<p>Abitavo proprio alle spalle della chiesa di San Gerardo Maiella. Prima di andare in parrocchia passavo a chiamare la mia amica Daniela e insieme raggiungevamo la piazzetta, gi\u00e0 piena di bambini.<\/p>\n\n\n\n<p>In un angolo c&#8217;era un bar minuscolo, un piccolo ambiente quadrato occupato quasi interamente dal frigorifero dei gelati. Eppure, per noi, racchiudeva un mondo di tentazioni: ghiaccioli, patatine, popcorn, caramelle, lecca-lecca e gli immancabili Ciccio Polenta.<\/p>\n\n\n\n<p>Io e Daniela ci fermavamo davanti, ci consultavamo sottovoce e contavamo le monete che ci avevano dato i nostri genitori. Quale ghiacciolo scegliere? Di che gusto? Oppure sarebbe stato meglio prendere qualcos&#8217;altro? Erano decisioni importantissime, perch\u00e9 poi avremmo condiviso tutto. Quel piccolo acquisto era gi\u00e0 un premio per la settimana appena trascorsa.<\/p>\n\n\n\n<p>Intanto la piazzetta si animava. Ogni sabato si organizzavano gare tra le classi, con tanto di arbitro. Mi piaceva soprattutto il gioco dei birilli. Si gareggiava in coppia, uno di fronte all&#8217;altro, ai lati opposti della piazzetta. Bisognava stare pronti, con gli occhi fissi sul birillo e le gambe gi\u00e0 impazienti di scattare. Al fischio dell&#8217;arbitro partivamo di corsa, cercando di afferrarlo prima dell&#8217;avversario e tornare il pi\u00f9 velocemente possibile al nostro posto. Poi aspettavamo il verdetto, ancora con il fiato corto e il cuore che batteva forte.<\/p>\n\n\n\n<p>C&#8217;era anche il gioco del fazzoletto, mentre i maschietti inseguivano il pallone. In parrocchia si svolgevano inoltre i Giochi della Giovent\u00f9, ai quali partecip\u00f2 anche mia sorella Sandra. Ricordo ancora la gioia per la sua vittoria nella gara di salto in alto. Che orgoglio per noi!<\/p>\n\n\n\n<p>Era la nostra oasi del fine settimana, un luogo dove giocare, incontrarsi e sentirsi al sicuro. A guidarci c&#8217;era il nostro parroco, don Salvatore Grandioso, un sacerdote che aveva particolarmente a cuore i bambini e i giovani. La sua idea di educazione ricordava, per certi aspetti, quella di San Giovanni Bosco: farci crescere attraverso il gioco, la condivisione e lo stare insieme. Non si limitava alla domenica o al catechismo, ma organizzava attivit\u00e0 anche durante la settimana, cercando sempre nuove occasioni per coinvolgerci e tenerci impegnati. I nostri genitori lo sapevano e ci affidavano a quell&#8217;ambiente con serenit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>A volte eravamo cos\u00ec presi dai giochi che ci ricordavamo dei compiti del catechismo soltanto cinque minuti prima di entrare. Allora cercavamo di completarli in tutta fretta, tra una risata e l&#8217;altra.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando tornavo a casa, trovavo la mamma occupata nei preparativi. Stirava i grembiuli azzurri con i colletti bianchi ricamati da lei, pronti per il luned\u00ec. Anche i vestiti della festa erano gi\u00e0 sistemati: si indossavano soltanto la domenica e bisognava conservarli con cura. Qualche volta diventavano piccoli prima ancora di consumarsi.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Pap\u00e0, invece, si dedicava alle scarpe di noi quattro figli. Tirava fuori la sua scatola, dove custodiva spazzole, tubetti di crema e piccoli contenitori rotondi di latta, ciascuno con un colore diverso: blu, nero, marrone, testa di moro.<\/p>\n\n\n\n<p>Io lo osservavo mentre sceglieva la crema adatta, la stendeva con la spazzola e poi passava un panno di lana, strofinando con cura finch\u00e9 la pelle non tornava lucida. L&#8217;odore intenso di quelle creme si diffondeva per casa, mescolandosi agli aromi della cucina.<\/p>\n\n\n\n<p>La mamma, intanto, tra una faccenda e l&#8217;altra, si metteva i bigodini per prepararsi al giorno di festa. Io la guardavo mentre continuava a lavorare per casa, incuriosita da quei piccoli cilindri che le riempivano la testa.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi arrivava il momento del dolce. Tirava fuori il suo ricettario di Mariarosa e io mi avvicinavo subito. Mi piaceva sfogliarlo, guardare le illustrazioni, leggere gli ingredienti e aiutarla a tagliuzzare le scorze degli agrumi per la ciambella. Nella mia testa risuonava il ritornello della pubblicit\u00e0: \u00abBrava, brava Mariarosa\u2026\u00bb. <\/p>\n\n\n\n<p>Altre volte preparava la zuppa inglese o una crostata che faceva impazzire i miei cugini.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricordo un sabato in cui, mentre fuori cominciava a farsi buio, la mamma si accorse che mancava il lievito.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCorri dalla signora Gina a prendere il lievito Bertolini!\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, mentre mi preparavo a uscire, aggiunse altre cose alla commissione: un paio di calze collant per la domenica, con la misura e il colore scritti su un bigliettino, e i formaggini Susanna, che servivano per preparare la minestra, per i miei due fratelli pi\u00f9 piccoli.<\/p>\n\n\n\n<p>Non mi dava denaro.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abFai segnare, poi passo io a pagare.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>La bottega della signora Gina era a pochi passi. Appena aprivo la porta, la campanella cominciava a tintinnare e continuava anche dopo che l&#8217;avevo richiusa.<\/p>\n\n\n\n<p>Dentro c&#8217;era un mondo. Su una base rialzata stavano i sacchi di cotone pesante pieni di legumi e farinacei. Gli scaffali erano fitti di pacchi di pasta, zucchero, confezioni di uova, detersivi e tante altre cose necessarie alla vita di ogni giorno. Dietro il banco c&#8217;erano il pane, i salumi e i formaggi. Gli odori si mescolavano, mentre dalla cucina della signora Gina, nascosta dietro una tenda, arrivava talvolta il profumo di qualcosa che stava cuocendo.<\/p>\n\n\n\n<p>Era proprio quella tenda a incuriosirmi pi\u00f9 di tutto. Mi affascinava pensare che, dietro un semplice pezzo di stoffa, continuasse la vita di una famiglia, mentre davanti si servivano i clienti.<\/p>\n\n\n\n<p>La signora Gina, per vedere bene noi bambini, qualche volta doveva sporgersi oltre il banco.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abCome sta la mamma?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Io rispondevo, ma intanto guardavo vicino alla cassa. L\u00ec c&#8217;erano i contenitori di vetro con i coperchi di plastica che si chiudevano ermeticamente. Dentro custodivano caramelle e gomme da masticare, ognuna nel proprio incarto. Ricordo quelle di Rin Tin Tin e Tarzan, che nascondevano piccole immagini dei nostri eroi. Alcune, se ricordo bene, erano minuscoli tatuaggi da trasferire sulla pelle con un po&#8217; d&#8217;acqua. Per noi bambini era una meraviglia portare addosso un pezzetto delle loro avventure. Pi\u00f9 tardi arrivarono anche le Big Babol.<\/p>\n\n\n\n<p>Aspettavo il momento in cui la signora Gina sollevava un coperchio e infilava la mano tra tutte quelle piccole meraviglie. Le mie preferite erano le caramelle all&#8217;orzo, quadrate, di un marrone trasparente. Quando me ne regalava una, la scartavo con cura e la tenevo di lato nella bocca, lasciandola sciogliere pianissimo. Doveva durare il pi\u00f9 possibile.<\/p>\n\n\n\n<p>A casa i miei genitori erano severi con caramelle e gomme da masticare, perch\u00e9 dicevano che rovinavano i denti. Ma quel piccolo regalo della signora Gina era una tentazione alla quale non sapevo resistere.<\/p>\n\n\n\n<p>Lei segnava la spesa sul quaderno pieno di nomi e io tornavo a casa, ricordandomi soltanto allora che la mamma aspettava il lievito per la ciambella.<\/p>\n\n\n\n<p>Il sabato, prima di cena, arrivava il momento del bagno. Nella nostra casa nuova, non ancora del tutto completata, la mamma ci lavava uno alla volta in una grande vasca di metallo. Noi quattro aspettavamo il nostro turno e lei, con pazienza, si occupava di ciascuno di noi.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi dalla cucina arrivava il profumo della sua pizza fatta in casa, preparata in abbondanza per tutta la famiglia. Dopo cena ci sistemavamo davanti alla televisione in bianco e nero, coperta da una tendina che la mamma aveva cucito. Aspettavamo il tanto amato Carosello, con le sue avventure sempre nuove, e poi i programmi del sabato sera. Quando compariva Heather Parisi, cercavo di memorizzare i suoi passi per imitarli a scuola con le compagne.<\/p>\n\n\n\n<p>Quella era anche l&#8217;unica sera in cui potevamo andare a dormire un po&#8217; pi\u00f9 tardi. Io resistevo finch\u00e9 gli occhi me lo permettevano.<\/p>\n\n\n\n<p>E quando finalmente arrivava il momento di coricarci, ci aspettavano i pigiami puliti e le lenzuola fresche, che avevano quel profumo inconfondibile di bucato. Mi infilavo nel letto ancora emozionata per la serata, sapendo che, al risveglio, sarebbe stata finalmente domenica.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>La domenica entrava in casa insieme alla luce del mattino. La mamma alzava le tapparelle delle nostre camere e spalancava le finestre, in qualsiasi stagione. D&#8217;estate arrivava l&#8217;aria calda del giardino; a maggio, il profumo dei fiori d&#8217;arancio. Anche d&#8217;inverno, quando fuori faceva freddo, voleva che la casa respirasse.<\/p>\n\n\n\n<p>La luce si allungava sui pavimenti, dalla cucina arrivava il profumo del sugo e la radio a pile accompagnava i primi movimenti della giornata.<\/p>\n\n\n\n<p>A colazione avevamo grandi ciotole di latte, caff\u00e8 d&#8217;orzo e zucchero, con le pastarelle, i biscotti Atene o il pane raffermo spezzettato. Qualche volta ci mettevo anche i taralli all&#8217;olio. Mi piaceva mescolare tutto e mangiare quella zuppa deliziosa con il cucchiaio.<\/p>\n\n\n\n<p>Con gli Atene, poi, avevo inventato un gioco tutto mio. Infilavo l&#8217;indice in uno dei tre buchi e immergevo il biscotto nel latte, aspettando che si inzuppasse fino a cedere. Puntualmente si spezzava e precipitava nella ciotola, facendo schizzare qualche goccia sulla tovaglietta. Io ridevo, recuperavo i pezzi con il cucchiaio e ricominciavo con un altro biscotto.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo colazione bisognava prepararsi per la Messa. Piegavamo i pigiami, cercavamo di sistemare i letti come meglio potevamo e finalmente indossavamo i vestiti della festa. Pap\u00e0 metteva la camicia e la cravatta, e la mamma gli aggiustava sempre il colletto.<\/p>\n\n\n\n<p>Le campane della chiesa di San Gerardo suonavano tre volte: alle dieci, alle dieci e un quarto e alle dieci e mezza, quando cominciava la Messa.<\/p>\n\n\n\n<p>Dovevamo essere puntualissime. Fin da piccole io, mia sorella Sandra e la nostra amica Daniela eravamo impegnate in parrocchia e facevamo le ministranti.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, quando diventai pi\u00f9 alta, don Salvatore Grandioso mi affid\u00f2 un compito davvero particolare: fare da leggio.<\/p>\n\n\n\n<p>Durante la celebrazione prendevo il Vangelo con entrambe le mani e lo appoggiavo sulla testa. Don Salvatore leggeva, mentre io restavo immobile, attenta a non sbagliare. Quando chiudeva il libro tornavo al mio posto, ma bastava un suo cenno della testa perch\u00e9 mi avvicinassi di nuovo, pronta per la lettura successiva.<\/p>\n\n\n\n<p>Ero una bambina, ma quell&#8217;incarico lo prendevo molto sul serio. Mi sentivo parte di quella chiesa che conoscevo in ogni suo angolo e che, per noi, era molto pi\u00f9 di un luogo di preghiera.<\/p>\n\n\n\n<p>La mamma ci aveva insegnato che la domenica era dedicata a Ges\u00f9, alla famiglia e anche al ricordo dei nostri cari defunti. Qualche volta, dopo la Messa, si andava al cimitero.<\/p>\n\n\n\n<p>Altre volte pap\u00e0 mi portava a passeggiare. Andavamo verso il convento dei frati, dove salutavamo anche padre Egidio, oppure alla Grottella.<\/p>\n\n\n\n<p>E c&#8217;era una sosta che adoravo: quella per comprare le noccioline.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricordo la macchina che tostava le arachidi, il suo movimento continuo, il rumore regolare e quel profumo caldo che si spargeva nell&#8217;aria. Io restavo incantata a guardarla girare, aspettando che le noccioline fossero pronte.<\/p>\n\n\n\n<p>Di quel sapore conservo un ricordo cos\u00ec preciso che, ancora oggi, mi sembra di riconoscerlo. Eppure non l&#8217;ho pi\u00f9 ritrovato in nessun&#8217;altra arachide.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando rientravamo, il pranzo era quasi pronto. La mamma aveva sistemato ogni cosa e il sugo continuava a profumare la casa.<\/p>\n\n\n\n<p>C&#8217;era la pasta fatta in casa, con le polpette prima fritte e poi lasciate cuocere nel sugo, oppure con i pezzi di carne. Altre volte pap\u00e0 arrostiva la carne sul fuoco in giardino e la mamma preparava le patate fritte.<\/p>\n\n\n\n<p>Se la mamma non aveva avuto tempo di grattugiare il formaggio, ci pensava pap\u00e0. Tirava fuori una grande grattugia costruita dalle mani esperte di un bravo falegname, con la base di legno, un cassettino e la parte superiore d&#8217;acciaio.<\/p>\n\n\n\n<p>Era fatta cos\u00ec bene che avrebbe meritato di essere conservata per sempre. Io, invece, l&#8217;avrei bruciata volentieri!<\/p>\n\n\n\n<p>Non sopportavo quella puzza di formaggio. Appena pap\u00e0 cominciava a grattugiarlo, mi tappavo il naso e cercavo rifugio il pi\u00f9 lontano possibile. Lui continuava tranquillo il suo lavoro, mentre io aspettavo soltanto che finisse.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando finalmente ci mettevamo a tavola, la mamma era quasi sempre l&#8217;ultima a sedersi.<\/p>\n\n\n\n<p>Noi eravamo gi\u00e0 tutti ai nostri posti, ma nessuno cominciava a mangiare. Aspettavamo lei.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi ci facevamo il segno della croce e, a turno, uno di noi bambini recitava la preghiera. Pi\u00f9 spesso toccava al pi\u00f9 piccolo dei miei fratelli:<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSignore, benedici il cibo che stiamo prendendo e fa&#8217; che lo abbiano tutti i bambini del mondo. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Un altro segno della croce e finalmente potevamo cominciare. Io non vedevo l&#8217;ora che arrivassero in tavola le patate fritte, insieme all&#8217;aranciata e, naturalmente, al dolce.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo il pranzo, nelle domeniche pi\u00f9 fredde, pap\u00e0 arrostiva anche le castagne. Mi piaceva seguirne la preparazione, aspettando il momento di poterle assaggiare ancora calde, insieme alle altre bont\u00e0 che la mamma aveva preparato.<\/p>\n\n\n\n<p>Il caff\u00e8 portava quasi sempre qualche sorpresa. C&#8217;era qualcuno che suonava alla porta: zii, parenti, amici. Io correvo a vedere chi fosse, sperando soprattutto che arrivassero i cugini. E loro, quando venivano, cercavano spesso la crostata della mamma, che adoravano.<\/p>\n\n\n\n<p>Accanto a noi abitava una coppia senza figli alla quale eravamo profondamente affezionati. La loro casa era un po&#8217; anche la nostra, una seconda casa dove potevamo entrare e sentirci accolti. Ci volevano bene, e noi bambini lo sapevamo senza bisogno che qualcuno ce lo spiegasse.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra le nostre abitazioni c&#8217;era una parete in comune e la mamma aveva inventato un modo tutto particolare per invitarli a prendere il caff\u00e8. Prendeva lo schiaccianoci e dava qualche colpetto sul muro. Dall&#8217;altra parte capivano subito.<\/p>\n\n\n\n<p>A me divertiva quel linguaggio fatto di piccoli colpi, senza telefonate n\u00e9 parole. Bastava una parete a separarci, ma nell&#8217;affetto non c&#8217;era distanza.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Nel pomeriggio, quando si usciva, la mamma si preparava davanti allo specchio. Metteva la crema Nivea, si truccava gli occhi e passava il rossetto sulle labbra. Io la osservavo, attratta soprattutto da quel rossetto. Ogni tanto ci infilavo un ditino e provavo a metterne un po&#8217; anch&#8217;io, combinando qualche piccolo disastro.<\/p>\n\n\n\n<p>La mamma portava sempre vestiti e gonne, mai pantaloni, e la domenica era particolarmente elegante.<\/p>\n\n\n\n<p>Spesso andavamo a trovare i nonni o gli zii. Durante la settimana c&#8217;era poco tempo per fermarsi nelle loro case, cos\u00ec la domenica diventava il giorno degli incontri.<\/p>\n\n\n\n<p>E ogni casa aveva il suo sapore.<\/p>\n\n\n\n<p>A casa della zia China c&#8217;era una stanzetta nel giardino dove noi bambini giocavamo per ore. Quando ci veniva fame, erano le mie cugine pi\u00f9 grandi, sopratutto Maria figlia della zia, a prendere il pane e a condirlo con olio e aceto oppure con un pomodoro. Era una meraviglia, buonissimo! Lo mangiavamo tutte insieme, con un gusto che ancora oggi mi sembra di sentire, prima di tornare di corsa ai nostri giochi.<\/p>\n\n\n\n<p>A casa di nonna Antonietta, invece, sotto il camino c&#8217;era una piccola&nbsp;<em>capasa<\/em>&nbsp;con le friselle. Bastava dire che avevamo fame e lei era gi\u00e0 pronta a prepararne una. Qualche volta le mangiavamo persino secche, senza bagnarle.<\/p>\n\n\n\n<p>E poi c&#8217;era la casa della bisnonna Maria, che aveva una specialit\u00e0 tutta nostra: il pane bagnato con lo zucchero. I miei fratellini Tonio e Francesco ne andavano matti. Appena arrivavamo, lei ce lo proponeva subito, anche per convincerci a stare seduti almeno per un po&#8217;.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma appena finivamo di mangiarlo, i nostri occhi cercavano gi\u00e0 i cuginetti. Non vedevamo l&#8217;ora di tornare a giocare tutti insieme, e bastava poco perch\u00e9 le nostre voci e le nostre risate tornassero a riempire la casa.<\/p>\n\n\n\n<p>Io ricordo ancora il piacere di quel pane dolce, preparato dalle sue mani, e la gioia di ritrovare ogni volta qualcosa che ci aspettava proprio l\u00ec, a casa sua.<\/p>\n\n\n\n<p>Erano i sapori semplici delle domeniche, ma ognuno apparteneva a una casa, a un volto, a un modo particolare di volerci bene.<\/p>\n\n\n\n<p>A casa c&#8217;erano anche le voci familiari della domenica: la televisione accesa su&nbsp;<em>Domenica In<\/em>&nbsp;con Corrado, pap\u00e0 che seguiva le partite alla radio e poi aspettava&nbsp;<em>90\u00ba minuto<\/em>, con Paolo Valenti, per vedere finalmente in televisione le azioni e i gol della giornata.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma quando le giornate di primavera si allungavano e pap\u00e0 manteneva la sua promessa, finalmente si andava al parco Alaska di Veglie.<\/p>\n\n\n\n<p>Gi\u00e0 all&#8217;ingresso sentivo le grida dei bambini, il rumore delle altalene, le voci che si rincorrevano da una parte all&#8217;altra. C&#8217;erano le scimmiette nelle gabbie, i pavoni con i loro colori meravigliosi e il laghetto artificiale, dove le anatre nuotavano tranquille. Io passavo da una meraviglia all&#8217;altra, incapace di decidere dove fermarmi.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi vedevo le altalene e dimenticavo tutto il resto.<\/p>\n\n\n\n<p>Correvo a prenderne una e aspettavo pap\u00e0, che veniva a spingere noi quattro, uno alla volta. Quando arrivava il mio turno, mi tenevo stretta alle corde e gli chiedevo di spingermi forte, sempre pi\u00f9 forte. Sentivo la sua mano imprimere un&#8217;altra spinta, poi un&#8217;altra ancora, finch\u00e9 mi lasciava andare.<\/p>\n\n\n\n<p>E allora volavo da sola.<\/p>\n\n\n\n<p>Il vento mi accarezzava il viso, gli alberi sembravano avvicinarsi e allontanarsi, lo stomaco faceva un piccolo salto a ogni discesa. Avrei voluto restare sospesa lass\u00f9, almeno per qualche istante.<\/p>\n\n\n\n<p>Il terreno del parco era di terra battuta, con qualche ciuffo d&#8217;erbetta qua e l\u00e0. Noi quattro correvamo da una parte all&#8217;altra, ciascuno attirato da qualcosa di diverso. Mamma e pap\u00e0, seduti insieme sulla panchina, chiacchieravano senza perderci mai di vista.<\/p>\n\n\n\n<p>Soprattutto Tonio, il pi\u00f9 vivace di tutti, che ne combinava una dopo l&#8217;altra! Bastava distrarsi un momento e lui era gi\u00e0 partito verso un altro gioco, magari rischiando di finire lungo disteso sulla terra.<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni tanto cercavo i nostri genitori con lo sguardo. Mi piaceva vederli seduti vicini, mentre si godevano il pomeriggio e continuavano a sorvegliarci con quell&#8217;attenzione che soltanto i genitori sanno avere.<\/p>\n\n\n\n<p>Il parco portava il nome Alaska, proprio come il marchio di gelati al quale era legato. E i gelati erano parte della festa.<\/p>\n\n\n\n<p>Gi\u00e0 all&#8217;ingresso, grandi frigoriferi attiravano il nostro sguardo. C&#8217;erano gelati confezionati sfusi e vaschette di tanti gusti. Noi bambini sapevamo che, prima di tornare a casa, ci saremmo fermati l\u00ec a scegliere il nostro.<\/p>\n\n\n\n<p>A conquistarci erano soprattutto le Pipas, quei simpatici contenitori a forma di testa, con la pipa, che ricordo nei colori rosso e giallo.<\/p>\n\n\n\n<p>Dentro c&#8217;era il gelato al fior di latte. Mi divertiva soprattutto il modo di mangiarlo: man mano che si scioglieva, bastava tirarlo su per gustare anche quello diventato pi\u00f9 morbido, quasi liquido. E io non volevo perderne neppure una goccia!<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la meraviglia non finiva con l&#8217;ultimo boccone. Quelle piccole teste colorate non si buttavano. Le conservavamo, le usavamo a casa anche per bere l&#8217;acqua e, quando arrivava l&#8217;estate, le portavamo al mare, dove diventavano formine per giocare con la sabbia.<\/p>\n\n\n\n<p>All&#8217;uscita, dopo tante corse e giochi, arrivava finalmente il momento di scegliere il gelato. Ognuno aveva il suo preferito e noi ci attardavamo davanti ai frigoriferi, mentre mamma e pap\u00e0 compravano anche una vaschetta da portare a casa.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec lasciavamo l&#8217;Alaska con il gelato tra le mani e un altro po&#8217; di dolcezza da condividere in famiglia.<\/p>\n\n\n\n<p>D&#8217;estate, invece, la domenica ci portava spesso al mare. Restavamo fino al tramonto, quando la luce si faceva dorata e il sole sembrava scendere piano verso l&#8217;acqua. Prima di rientrare mangiavamo un panino vicino al mare, con ancora addosso il profumo della salsedine e negli occhi gli ultimi colori della giornata.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi si tornava a casa, stanchi, con la pelle che sapeva di sale e quella bella sensazione di aver trascorso una domenica intera all&#8217;aria aperta.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Nelle domeniche trascorse a casa, invece, c&#8217;era una tradizione che aspettavamo tutti: la sera pap\u00e0 portava un vassoio di rustici salentini, cos\u00ec la mamma non doveva rimettersi ai fornelli. Il loro profumo riempiva la cucina e noi ci avvicinavamo subito, impazienti di scegliere il nostro.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo cena ricominciavano i preparativi per il luned\u00ec. La mamma controllava le cartelle e i grembiuli, puliva la verdura selvatica raccolta da pap\u00e0 e metteva a bagno i legumi.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDomani che mangiamo?\u00bb chiedevo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLegumi\u00bb, rispondeva lei.<\/p>\n\n\n\n<p>Avrei potuto rispondere al suo posto.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Qualche volta dovevo ancora ripetere una poesia. Pap\u00e0 mi faceva mettere in piedi, con le mani incrociate dietro la schiena, la schiena diritta e lo sguardo attento. Mi spiegava come mantenere una postura corretta, dove fare una pausa, quando alzare o abbassare la voce. Erano consigli che avrei dovuto ricordare il giorno dopo, durante la recitazione davanti alla maestra e ai compagni.<\/p>\n\n\n\n<p>A casa la poesia la sapevo benissimo. Il luned\u00ec, per\u00f2, bastava trovarmi davanti alla classe perch\u00e9 l&#8217;emozione mi facesse dimenticare proprio quei versi che avevo ripetuto tante volte.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi arrivava l&#8217;ora di andare a letto. Il sabato si poteva fare tardi, ma la domenica no.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi infilavo sotto le coperte e ripensavo alla giornata: le campane, il profumo del sugo, le noccioline calde, le risate con i cugini, le altalene. E mamma e pap\u00e0, seduti vicini su quella panchina.<\/p>\n\n\n\n<p>Avevo aspettato la domenica per tutta la settimana e lei se n&#8217;era andata in un giorno solo.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi, raccontandola, mi sembra di aver riaperto per un momento la porta della casa della mia infanzia e di avervi lasciato sbirciare dentro, in una delle nostre domeniche. Avete incontrato la mia famiglia, ascoltato le nostre voci, respirato i profumi che ancora porto con me.<\/p>\n\n\n\n<p>E mi piace pensare che proprio oggi, che \u00e8 domenica, mentre leggete queste righe, quella porta sia rimasta aperta anche per voi. Magari qualcuno avr\u00e0 ritrovato un profumo, un sapore, una voce familiare. Qualcun altro avr\u00e0 sorriso ricordando una piccola marachella.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 certe domeniche non finiscono davvero quando arriva il luned\u00ec. Continuano a vivere ogni volta che qualcuno le racconta e qualcun altro le riconosce come un po&#8217; sue.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>___________________<\/p>\n\n\n\n<p><strong>( 14 \u2013 continua )<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di\u00a0Anna Maria Greco _________________ A casa nostra la domenica cominciava il sabato. Qualche volta, per\u00f2, io iniziavo ad aspettarla gi\u00e0 dal luned\u00ec, soprattutto quando pap\u00e0 prometteva che la domenica successiva ci avrebbe portati al parco Alaska di Veglie. Da quel momento contavo i giorni. 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