{"id":265060,"date":"2026-10-27T10:30:38","date_gmt":"2026-10-27T09:30:38","guid":{"rendered":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/?p=265060"},"modified":"2026-10-27T10:30:45","modified_gmt":"2026-10-27T09:30:45","slug":"nei-ricordi-di-paola-mattioli-nel-libro-viera-unitaliana-del-23-dedicato-alla-madre-un-destino-in-comune-condiviso-dalla-sua-generazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.leccecronaca.it\/index.php\/2026\/10\/27\/nei-ricordi-di-paola-mattioli-nel-libro-viera-unitaliana-del-23-dedicato-alla-madre-un-destino-in-comune-condiviso-dalla-sua-generazione\/","title":{"rendered":"NEI RICORDI DI PAOLA MATTIOLI NEL LIBRO \u201cViera. Un\u2019italiana del \u201923\u201d DEDICATO ALLA MADRE  UN DESTINO IN COMUNE CONDIVISO DALLA SUA GENERAZIONE \u00a0"},"content":{"rendered":"\n<p><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"540\" height=\"717\" class=\"wp-image-265061\" style=\"width: 1500px;\" src=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/aaacp.png\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/aaacp.png 540w, https:\/\/www.leccecronaca.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/aaacp-226x300.png 226w\" sizes=\"(max-width: 540px) 100vw, 540px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p>di <strong>Cristina Pipoli _______________<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>C&#8217;\u00e8 un\u2019Italia che non compare nei discorsi ufficiali. Non ha inaugurazioni da celebrare, n\u00e9 grandi nomi da consegnare ai libri di storia. Ha officine, magazzini, mani sporche di lavoro. Ha uomini che si alzano la mattina e non si domandano se ce la faranno: si mettono al lavoro, perch\u00e9 non hanno molta scelta. E ha donne che entrano in un ufficio e, senza proclami, cominciano a scrivere la propria parte di storia.<\/p>\n\n\n\n<p>Viera nasce nel 1923. Un anno, una data, e dietro quella data un Paese che non conosce ancora il benessere che verr\u00e0, che deve inventarsi il futuro con quello che possiede. La sua storia \u00e8 quella di una famiglia, certo. Ma \u00e8 anche la storia di un&#8217;Italia che non si limitava a consumare: produceva, trasformava, rischiava. E qualche volta riusciva a inventare persino il sapore di ci\u00f2 che non poteva permettersi.<\/p>\n\n\n\n<p>Prima c&#8217;era un appartamento da comprare, fuori Porta Santo Stefano, in via Verthema, al civico 30. Una casa, dunque. Un progetto domestico, una sistemazione, forse l&#8217;idea di una vita ordinata.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi arriv\u00f2 un&#8217;altra possibilit\u00e0. E le possibilit\u00e0, quando si presentano a chi lavora, non sempre hanno la forma che ci si aspetta.<\/p>\n\n\n\n<p>Un amico offr\u00ec al padre di Viera l&#8217;occasione di rilevare una piccola fabbrica di surrogati del caff\u00e8, d&#8217;orzo e di altre miscele. Non una fortuna piovuta dal cielo. Non un&#8217;impresa gi\u00e0 pronta a generare ricchezza. Una fabbrica da mandare avanti, macchine da far funzionare, materie prime da procurare, conti da far quadrare.<\/p>\n\n\n\n<p>Il padre accett\u00f2. E da quel momento il lavoro smise di essere soltanto un mezzo per vivere: divent\u00f2 una responsabilit\u00e0 che occupava le giornate, assorbiva le energie e pretendeva una presenza continua.<\/p>\n\n\n\n<p>Dalla mattina alla sera, era l\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma non era il genere di imprenditore che si chiudeva in un ufficio e impartiva ordini agli altri. Conosceva la produzione perch\u00e9 ci metteva le mani. Disegnava personalmente i rulli della macchina destinata a lavorare l&#8217;orzo macinato. Non delegava all&#8217;ingegno altrui ci\u00f2 che poteva capire, progettare e costruire da s\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi si chiamerebbe capacit\u00e0 tecnica, spirito d&#8217;iniziativa, integrazione tra progettazione e produzione. Allora, forse, aveva un nome pi\u00f9 semplice: arrangiarsi. E arrangiarsi non significava fare le cose alla buona. Significava trovare una soluzione quando non c&#8217;erano soldi per comprarla, competenze esterne da chiamare o margini per sbagliare.<\/p>\n\n\n\n<p>Il padre di Viera non si limitava a dirigere la fabbrica. La fabbrica la conosceva da dentro.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 un dettaglio? No. \u00c8 precisamente in questi dettagli che si riconosce un certo modo di fare impresa: non l&#8217;impresa raccontata nei convegni, ma quella che deve produrre davvero, ogni giorno, anche quando qualcosa non funziona.<\/p>\n\n\n\n<p>E intanto Viera cresceva dentro quella realt\u00e0. Fino al momento in cui non fu pi\u00f9 soltanto la figlia dell&#8217;uomo che lavorava in fabbrica. Divenne parte dell\u2019attivit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>PBG: tre lettere, tre cognomi, una storia di lavoro<\/p>\n\n\n\n<p>Viera entr\u00f2 in azienda come impiegata. La sua storia professionale cominci\u00f2 l\u00ec, tra le esigenze concrete di una piccola impresa e le responsabilit\u00e0 che una famiglia si portava dietro.<\/p>\n\n\n\n<p>Accanto ai familiari entr\u00f2 nella societ\u00e0 anche Pasturini. L&#8217;attivit\u00e0 prese il nome di PBG: Pasturini, Bruni e Galli, quest&#8217;ultimo legato alla torrefazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Tre lettere. Tre cognomi. Una sigla che non aveva bisogno di raccontare una filosofia aziendale: identificava le persone che stavano dietro al lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma dietro ogni sigla ci sono domande che vale la pena fare. Chi decideva? Chi produceva? Chi teneva i conti? Chi si assumeva il rischio quando gli affari andavano male? E quanto pesava, in un&#8217;impresa di quelle dimensioni, il rapporto personale tra i soci?<\/p>\n\n\n\n<p>Non abbiamo bisogno di inventare risposte. Abbiamo bisogno di cercarle.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 raccontare un\u2019azienda non significa soltanto registrare la sua nascita. Significa capire come funzionava, quali competenze la tenevano in piedi, quali rapporti la rendevano possibile. La PBG non era un&#8217;astrazione economica. Era un insieme di persone, di accordi, di capacit\u00e0 e di lavoro quotidiano.<\/p>\n\n\n\n<p>E poi c&#8217;era il prodotto.<\/p>\n\n\n\n<p>Il caff\u00e8 che caff\u00e8 non era.<\/p>\n\n\n\n<p>Chi ha conosciuto un&#8217;Italia diversa sa che non sempre ci\u00f2 che si desiderava era ci\u00f2 che si poteva comprare. Il caff\u00e8, oggi presenza quasi scontata nelle nostre case, ha avuto una storia fatta anche di scarsit\u00e0, sostituzioni e compromessi.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma attenzione: sarebbe troppo facile raccontare il surrogato soltanto come il simbolo della povert\u00e0. Per capire davvero la storia della PBG bisogna guardare dentro la miscela, seguire la lavorazione, chiedersi come si trasformava una materia prima in un prodotto vendibile.<\/p>\n\n\n\n<p>Il padre di Viera acquistava l&#8217;orzo attraverso un amico originario dell&#8217;Iraq. L&#8217;orzo arrivava in fabbrica e doveva essere lavorato. La tostatura era una fase decisiva: dal calore applicato ai chicchi dipendevano l&#8217;aroma e il gusto della bevanda.<\/p>\n\n\n\n<p>Non bastava avere una materia prima. Bisognava sapere cosa farne.<\/p>\n\n\n\n<p>La miscela non era composta soltanto da orzo. Comprendeva anche carruba, ceci, soia e altri ingredienti, combinati per ottenere una bevanda alternativa al caff\u00e8 tradizionale.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 qui che la storia economica incontra quella materiale. Un cereale, una macchina, una tostatura, una miscela. E poi il confezionamento, la distribuzione, il consumatore. Tra il campo e la tazza c&#8217;era un&#8217;intera catena di lavoro, e ogni anello doveva funzionare.<\/p>\n\n\n\n<p>Il prodotto si chiamava La Tazzina.<\/p>\n\n\n\n<p>Un nome semplice, domestico, quasi disarmante. Non prometteva lusso, non vendeva un mondo irraggiungibile. Richiamava un gesto quotidiano: preparare una bevanda calda, fermarsi qualche minuto, portare una tazza alle labbra.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma quella tazzina racconta anche una contraddizione. Il desiderio di bere caff\u00e8 e la necessit\u00e0 di sostituirlo. L&#8217;abitudine e il suo surrogato. La familiarit\u00e0 di un gesto e la differenza di ci\u00f2 che c&#8217;era dentro.<\/p>\n\n\n\n<p>E allora la domanda \u00e8 inevitabile: quanto c\u2019\u00e8, in un prodotto, del tempo in cui viene fabbricato? E quanto del tempo in cui viene consumato?<\/p>\n\n\n\n<p>La Tazzina non era soltanto una miscela di cereali. Era un prodotto pensato per entrare nelle abitudini delle persone. Per riuscirci, doveva avere un gusto riconoscibile, un nome facile da ricordare e un prezzo compatibile con il mercato a cui si rivolgeva. Su questi aspetti, per\u00f2, servirebbero documenti, listini e testimonianze: senza di essi, la storia deve fermarsi dove finiscono le prove.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 una distinzione importante. La memoria merita rispetto, ma non pu\u00f2 essere trasformata in certezza ogni volta che manca un documento.<\/p>\n\n\n\n<p>Le ragazze che lavoravano da casa.<\/p>\n\n\n\n<p>La PBG non era fatta soltanto dei soci, degli uomini impegnati nella produzione e degli uffici. Nel tempo furono assunte anche alcune ragazze, che svolgevano parte del lavoro da casa, con un sistema a cottimo.<\/p>\n\n\n\n<p>Ecco un particolare che merita pi\u00f9 di una riga.<\/p>\n\n\n\n<p>Il lavoro usciva dalla fabbrica ed entrava nelle abitazioni. La produzione non si fermava ai cancelli dello stabilimento: proseguiva nelle case di altre persone, si intrecciava con la vita familiare, occupava tavoli e spazi domestici.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma che cosa significava, concretamente, lavorare a cottimo? Quanto si veniva pagate? Quante ore occorrevano per completare una certa quantit\u00e0 di lavoro? Chi stabiliva i compensi? Le ragazze potevano organizzare liberamente la propria giornata oppure quel lavoro si aggiungeva ad altri obblighi domestici?<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 la parola opportunit\u00e0 non basta a descrivere ogni forma di lavoro. Un&#8217;attivit\u00e0 poteva offrire un reddito a chi ne aveva bisogno e, nello stesso tempo, richiedere una quantit\u00e0 di fatica che oggi vorremmo conoscere meglio. Le due cose non si escludono. Possono coesistere.<\/p>\n\n\n\n<p>Sarebbe ingiusto giudicare quelle donne senza conoscere le loro condizioni. Sarebbe altrettanto ingiusto cancellarle dietro una formula rassicurante.<\/p>\n\n\n\n<p>Erano lavoratrici. Facevano parte della produzione. E il loro contributo merita di essere ricostruito con la stessa attenzione riservata a chi dirigeva l&#8217;impresa.<\/p>\n\n\n\n<p>La storia del lavoro non \u00e8 completa finch\u00e9 racconta chi possedeva la fabbrica e dimentica chi lavorava, anche quando la fabbrica era casa propria.<\/p>\n\n\n\n<p>La camomilla e l&#8217;arte di farsi ricordare<\/p>\n\n\n\n<p>Il padre di Viera non si ferm\u00f2 all\u2019orzo e ai surrogati del caff\u00e8. Decise di ampliare la produzione introducendo anche la camomilla, acquistata a Faenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Diversificare significava cercare altre possibilit\u00e0 commerciali, non affidare tutto a un unico prodotto. Una scelta concreta, dettata dalla necessit\u00e0 di allargare il mercato e di dare continuit\u00e0 all&#8217;attivit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma l&#8217;uomo aveva capito anche un&#8217;altra cosa: non basta produrre. Bisogna farsi riconoscere.<\/p>\n\n\n\n<p>Per le scatolette di camomilla ide\u00f2 uno slogan in rima:<\/p>\n\n\n\n<p>&lt;&lt;Come finisce il fior di camomilla, la PBG lo raccoglie e lo sigilla&gt;&gt;.<\/p>\n\n\n\n<p>La frase ha qualcosa di immediato. Si ricorda facilmente, suona come una filastrocca, mette in relazione il fiore con il prodotto confezionato. In poche parole, racconta un percorso: la raccolta, la lavorazione, la scatoletta pronta per essere venduta.<\/p>\n\n\n\n<p>Non sappiamo quanto quello slogan abbia inciso sulle vendite. Per dirlo occorrerebbero testimonianze, materiali pubblicitari o dati commerciali. Sappiamo, per\u00f2, che qualcuno dentro quella piccola impresa aveva compreso il valore della comunicazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche questo \u00e8 fare impresa: non soltanto costruire una macchina, tostare un cereale o chiudere una confezione. \u00c8 pensare a come il prodotto verr\u00e0 percepito da chi lo acquista.<\/p>\n\n\n\n<p>E forse \u00e8 proprio questo uno degli aspetti pi\u00f9 interessanti della vicenda. In una realt\u00e0 che viveva di lavoro pratico e di conoscenze tecniche, c&#8217;era spazio anche per l\u2019invenzione linguistica. Il padre di Viera progettava rulli e inventava rime. Due attivit\u00e0 apparentemente lontane, unite dalla stessa esigenza: trasformare un\u2019idea in qualcosa che funzionasse.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Monopolio, la Guardia di Finanza e il controllo sulla tazzina. Poi c\u2019era lo Stato.<\/p>\n\n\n\n<p>Ed \u00e8 qui che il racconto si fa meno domestico e pi\u00f9 istituzionale. Perch\u00e9 produrre surrogati del caff\u00e8 non significava soltanto acquistare materie prime, lavorarle e venderle. L\u2019attivit\u00e0 era sottoposta al regime del Monopolio di Stato e a controlli che riguardavano la materia prima e il prodotto finito.<\/p>\n\n\n\n<p>Nell&#8217;ufficio accanto a quello dell&#8217;azienda lavorava un ufficiale della Guardia di Finanza. La sua presenza faceva parte della quotidianit\u00e0 della PBG. Controllava l&#8217;orzo in entrata, prima della tostatura, e quello in uscita, dopo la lavorazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Dalla materia prima alla merce pronta per il commercio, il prodotto veniva seguito attraverso le diverse fasi. Una volta completata la lavorazione, sulle confezioni si applicavano le fascette previste dal Monopolio di Stato, necessarie per gli adempimenti fiscali e il controllo del prodotto.<\/p>\n\n\n\n<p>La famiglia ricorda che la PBG era in regola e rispettava le procedure richieste. \u00c8 un elemento importante, ma va raccontato per quello che \u00e8: una testimonianza sulla condotta dell&#8217;azienda, non una verifica documentale compiuta oggi.<\/p>\n\n\n\n<p>E allora, da giornalista, mi chiedo: che cosa significava lavorare con un controllo cos\u00ec vicino? Come venivano registrate le quantit\u00e0? Quali procedure dovevano essere rispettate? Quali costi comportavano gli adempimenti? E come si conciliavano le esigenze di una piccola impresa con quelle di un sistema statale che regolava il settore?<\/p>\n\n\n\n<p>Non sono domande che mettono in discussione la correttezza della PBG. Sono domande che aiutano a capire il mondo nel quale operava.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo Stato, in questa storia, non \u00e8 una presenza lontana. \u00c8 un ufficio accanto a quello dell&#8217;azienda. \u00c8 un uomo che controlla l&#8217;orzo prima e dopo la lavorazione. \u00c8 una fascetta applicata sulla confezione. \u00c8 una regola che entra materialmente nella produzione.<\/p>\n\n\n\n<p>Ecco come la storia economica smette di essere una parola astratta: quando la si pu\u00f2 vedere, quasi toccare, su una scatoletta.<\/p>\n\n\n\n<p>Viera, oltre la nostalgia<\/p>\n\n\n\n<p>Che cosa resta, oggi, della PBG? Tre lettere, un nome commerciale, il ricordo di una fabbrica e la testimonianza di una donna nata nel 1923.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma sarebbe troppo poco liquidare tutto questo come una bella storia di famiglia. E sarebbe troppo comodo trasformarla nella solita celebrazione dell&#8217;Italia di una volta, quella in cui tutti lavoravano, tutti si sacrificavano e tutto, in qualche modo, finiva bene.<\/p>\n\n\n\n<p>La realt\u00e0 non \u00e8 mai cos\u00ec semplice. Non lo era allora e non lo \u00e8 adesso.<\/p>\n\n\n\n<p>Quello che emerge \u00e8 il ritratto di una piccola impresa nella quale competenze tecniche, relazioni personali, produzione, lavoro femminile e controlli pubblici convivevano nella stessa quotidianit\u00e0. Un&#8217;impresa che cercava di stare sul mercato con prodotti accessibili, che ampliava la propria offerta e che provava a distinguersi anche attraverso la comunicazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma c&#8217;\u00e8 un&#8217;altra cosa da ricordare: Viera non \u00e8 soltanto una figlia che ha assistito al lavoro del padre. \u00c8 una donna che \u00e8 entrata in azienda e ne ha fatto parte. La sua esperienza merita di essere ricostruita attraverso ci\u00f2 che ha visto, fatto e ricordato, senza ridurla a una comparsa nella storia di un uomo intraprendente.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 questo il punto. Non basta ricordare chi ha avuto l&#8217;idea di una fabbrica. Bisogna raccontare anche chi l&#8217;ha mandata avanti, chi ha lavorato alle confezioni, chi ha controllato le merci, chi ha acquistato le materie prime e chi ha portato quei prodotti nelle case dei consumatori.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 dietro ogni impresa c&#8217;\u00e8 una rete di persone. E quando la storia ne illumina soltanto una, lascia le altre al buio.<\/p>\n\n\n\n<p>Viera \u00e8 nata nel 1923. La PBG ha prodotto orzo e surrogati del caff\u00e8. La Tazzina ha dato un nome a una bevanda che cercava di somigliare a un&#8217;altra. La camomilla ha trovato il suo slogan. E lo Stato, con i suoi controlli, ha accompagnato la produzione.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono fatti che, messi insieme, raccontano qualcosa di pi\u00f9 di una fabbrica.<\/p>\n\n\n\n<p>Raccontano un Paese nel quale il lavoro passava dalle mani alla macchina, dalla macchina alla confezione, dalla confezione alla tavola. Un Paese in cui l&#8217;ingegno poteva essere disegnare un rullo, inventare una rima o trovare il modo di utilizzare una miscela di cereali per creare un prodotto da vendere.<\/p>\n\n\n\n<p>Non occorre santificare quel mondo. Non occorre nemmeno condannarlo con gli occhi di oggi.<\/p>\n\n\n\n<p>Occorre fare qualcosa di pi\u00f9 difficile: guardarlo senza abbellimenti.<\/p>\n\n\n\n<p>E soprattutto continuare a fare domande. Perch\u00e9 la memoria, quando diventa soltanto nostalgia, smette di raccontare. Quando invece accetta di essere interrogata, torna a essere storia. E lo Stato torna a controllare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Cristina Pipoli _______________ C&#8217;\u00e8 un\u2019Italia che non compare nei discorsi ufficiali. Non ha inaugurazioni da celebrare, n\u00e9 grandi nomi da consegnare ai libri di storia. Ha officine, magazzini, mani sporche di lavoro. 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