UN CARNEVALE SENZA MASCHERE. MANUELA CONGIU IANABELLA PARLA DEL SENSO DEI RITI SACRI IN SARDEGNA

| 13 Febbraio 2026 | 0 Comments

di Cristina Pipoli _____________

Ho intervistato Manuela Janabella Congiu, educatrice e “orientatrice del benessere”, come si definisce sulla sua pagina Facebook, dove descrive i trattamenti che adopera e da cui è possibile contattarla

https://www.facebook.com/people/Manuela-Janabella-Congiu/61569917849020/

per riflettere insieme a lei, partendo dalla sua Sardegna, sui significati di questo periodo.

 

Oggi vi svelerò che cosa significa scrivere di verità, ma lo farò con la verità sotto la maschera, oltre le bugie, quelle che vi raccontano sul turismo. E sia chiaro: è un viaggio brutale, quasi un’autopsia tra le fiamme e l’inconscio.

Se quello che cercate è la solita prosa ruffiana da ufficio del turismo, il solito articoletto che serve a vendere camere d’albergo e a incensare un circuito che ha dimenticato il valore del silenzio per inseguire il rumore dei soldi, allora abbiate il coraggio di cestinarlo subito. Io non scrivo per chi vuole la cartolina, io scrivo per chi non ha paura della cenere.

Qui si parla di ciò che la Sardegna nasconde sotto la pelle, del fastidio che l’arte di Maria Lai ancora infligge a chi preferisce restare nell’ombra di una cultura da vetrina. Prendetelo così, senza sconti, o continuate pure a svendere l’anima al primo passante.

La Sciamana Manuela Congiu Jannabella, oggi, risponde con sguardo deciso e parole dirette.

D- Ci dica la verità, non vogliamo i soliti giri di parole: cos’è che brucia davvero in quell’Isola? È solo cenere per i turisti o c’è un battito antico che ancora vi ostinate a seguire?

R- “Il 16 e il 17 gennaio, in tanti paesi della Sardegna, si celebra la festa del fuoco di Sant’Antonio, una tradizione secolare che segna l’inizio del Carnevale nella nostra Isola”.

Questo Carnevale non è che lo specchio di ciò che siamo diventati: un ammasso di maschere che non rivelano più il sacro, ma nascondono il tradimento della nostra intelligenza. Viviamo immersi in un falso giornalismo fatto di piccoli sotterfugi, di verità mutilate per obbedire a una politica del silenzio che non deve disturbare i padroni del vapore.

D- Ci spieghi questo furto, questo atto di ribellione: è un Dio che vi concede il calore, o è un uomo che ha dovuto sfidare l’Inferno per non lasciarvi morire al buio?

R- “Secondo la leggenda, Sant’Antonio rubò dagli Inferi una scintilla e la donò all’umanità sulla Terra, portando luce e calore per il sostentamento dei popoli. Il simbolo della celebrazione è proprio il fuoco, che viene acceso di solito dopo la benedizione del prete: gli abitanti dei paesi si riuniscono e si scambiano il vino ed il cibo preparato per la festa. In alcuni paesi c’è il tradizionale rito di compiere tre giri in senso orario ed altrettanti in senso antiorario intorno al grande falò. Il prete benedice il fuoco, certo, ma è un gesto di facciata, un pietoso tentativo di addomesticare l’abisso. In quel cerchio di fiamme non c’è il vostro catechismo fatto di colpa e di sottomissione; c’è l’urlo del richiamo dionisiaco, c’è il sangue vero delle maschere, c’è un passato sciamanico che la vostra Chiesa ha cercato invano di battezzare, di soffocare, di rendere decoroso”.

D- Perché quel fuoco dev’essere così specifico, così sacro? È forse un altare al caos prima delle ceneri?

R- “A Mamoiada, centro simbolo del Carrasecare (Carnevale sardo), la festa di Sant’Antonio segna proprio l’inizio del Carnevale e, nel corso della festa, si assiste alla vestizione e ha “sa prima essia” (la prima uscita in pubblico) delle tradizionali maschere dei Mamuthones e degli Issohadores. Solitamente il paese contribuisce alla festa con donazioni di cibo, bevande, soldi e legna. Il fuoco viene preparato secondo la tradizione del paese: vi faccio alcuni esempi, ci sono paesi in cui ci devono essere un certo tipo di alberi per il loro significato sacro, ad esempio nella mia zona si usa mettere nella cima un albero di arance. Così, in questa data, per tutto il popolo sardo si apre il carnevale che si conclude il Mercoledì delle Ceneri. Ci ostiniamo a voler vedere solo falsi sorrisi per non ammettere l’incendio che ci scorre sotto i piedi. Ma attenti: le maschere di Sardegna mostrano la morte e il sangue che la vostra ipocrisia cerca di lavare via con l’acqua santa del perbenismo. Potete provare a soffocare questo pezzo con il giudizio o a svendere l’anima per un titolo che non faccia rumore, ma ricordate: la maschera cade sempre”.

D- Lei crede davvero che basti dare fuoco a un fantoccio di paglia per lavarsi la coscienza dalle infamie dell’anno passato? Mi dica, cosa cercate in queste maschere e in questi riti sciamanici: la verità della morte, o cosa c’è dietro la morte?

R- “Il Carnevale tradizionale sardo porta con sé il ricordo di antichi rituali sciamanici e pagani sacri che vanno dall’uso di maschere e modi che si rifanno a riti dionisiaci, a tradizioni come il bruciare il pupazzo sul quale si ‘indossavano’ tutti i ricordi e i fatti brutti successi nell’anno precedente, sperando che il fuoco se li portasse via. Esistono quindi diverse maschere tradizionali con tipiche modalità comportamentali che vanno dal corteggiamento al senso della morte (capita che alcune siano sporche di sangue o figure mitologiche che, tipicamente nelle culture antiche greco-romane, avevano a che fare con la durata della vita come ‘sa Filonza’, che ricorda le Parche)”.

Non si può battezzare l’inferno, e questo fuoco non appartiene alle vostre sacrestie: appartiene alla terra, al caos, a una verità che non ha mai avuto bisogno dei vostri permessi per divampare. Preferiscono, loro i signori del perbenismo, il silenzio o la bugia rassicurante alla verità che scotta.

D- Oggi risponde perché il Suo è un tentativo di dare un volto all’anima attraverso l’arte?

R- “Vi dico che quello che è dedicato a questa festa, alcuni dei suoi simboli e la tradizione di mascherarsi del popolo sardo, nasce diversi anni fa col laboratorio “Il mito della mia nascita”, ispirato anche al senso dell’arte di Maria Lai. Questo laboratorio usa la giocosità e varie tecniche artistiche (dalla scrittura al collage alla teatralità) per andare a rinfrescare, in una visione sciamanica, il perché la nostra anima ha scelto di nascere e quale sarebbe il suo aspetto se non avesse un corpo”.

C’è chi delega l’istruzione dei figli a istituzioni polverose, a burocrati dell’anima che sfornano sudditi obbedienti, e chi invece, come la Fondatrice della scuola ‘Come la Fenice’ in Sardegna, fa la differenza. Lei ha capito che l’istruzione è un atto di guerra contro l’ovvio. Decidere di riprendersi il diritto di insegnare il mito e l’inconscio è una scelta che disturba il vostro quieto vivere, perché un bambino che conosce il proprio mito è un adulto che non si farà addomesticare. Mai.

D- Perché tanta segretezza quando racconta? È un timore razionale o è la paura di rompere l’incantesimo dell’inconscio e dell’infanzia?

R- Non posso raccontare troppo su questo laboratorio perché lavora molto con l’inconscio e, quindi, non posso svelare troppo, altrimenti si andrebbe a perdere tutta la spontaneità del lavoro che si andrà a fare. Questo laboratorio è inoltre nato durante un percorso in homeschooling (ciclo elementari) che, per l’appunto, metteva insieme la cultura della Sardegna, diverse tecniche di arte visiva, la teatralità e lo studio di Maria Lai attraverso diversi video in cui lei stessa si raccontava e raccontava la sua arte”.

Diciamocelo chiaramente: per molti fare giornalismo oggi significa essere schiavi del perbenismo, paralizzati dalla paura di perdere inserzionisti o favori politici. Questo articolo, invece, è vero: non ha nessuna delle due paure.

Category: Costume e società, Cultura

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