SI SCRIVE RAZZISMO E SESSISMO SI LEGGE CENSURA…UNA CENSURA CHE FA SORRIDERE

| 16 novembre 2015 | 0 Comments

(v.m.)______Il  moralismo (che è cosa diversa dalla morale) si sa va e viene è come le mode.
Negli anni Cinquanta le immagini di ragazze  a gambe scoperte o con una scollatura abbondante: nel cinema, a teatro, nella pubblicità o sui giornali, furono accolte come una liberazione dalla rigida morale imposti in Italia dalla Chiesa cattolica e dalla cultura del Fascismo, che sino a quel momento avevano impedito alle donne di vestirsi e mostrasi liberamente  superando pregiudizi e tabù.
Poi arrivarono gli anni Sessanta, sopratutto arrivò il fatidico Sessantotto, con la rivendicazione da parte delle femministe di poter disporre a piacimento del loro corpo: “il corpo è mio e lo gestisco io”, era la frase ricorrente nei cortei e nelle manifestazioni.
La moda lancia la minigonna, le ragazze, anche quelle italiane mostrano le loro gambe, e tutto ciò viene vissuto dai più come un fenomeno di cambiamento positivo e di libertà.
Da allora sono passati sessanta anni, più di mezzo secolo,  e tutti noi sappiamo come la nostra  società sia sia evoluta, o involuta, e dove il sesso ci viene propinato in tutte le salse.
I nostri ragazzini grazie ai loro smartphone accedono ad immagini e filmati porno e nessuno se ne interessa, le trasmissioni televisive, Rai compresa, in tutti gli orari ci propinano di tutto, compresi film di sesso esplicito, ma la cosa non turba i nuovi benpensanti.
Insomma viviamo in una società immersa nel sesso, ma….Sì, c’è un ma, guai a mettere una donna che non sia più che vestita su un cartellone pubblicitario o sull’etichetta di una bottiglia,  scoppia il finimondo.
Ecco, se a utilizzare il nudo femminile sono i registi, i produttori, se a spogliarsi sono le nostre attrici, allora tutto va bene, anzi costoro vengono osannati, divengono dei vip, sono il nuovi miti, se una trasmissione televisiva ha successo anche grazie grazie all’uso e all’abuso di cosce e tette si plaude, ma se un pubblicitario si azzarda a utilizzare una donna che non sia coperta da capo a piedi, allora SCOPPIA LO SCANDALO.
Oggi si vogliono censurare perfino immagini in uso negli anni ’50 .
Ora ai neo Catoni Censori  bisognerebbe ricordare che la nostra Costituzione salvaguarda la libertà di espressione, di tutte le forme di espressione, non solo di quella verbale, e se la signorina in minigonna o in vestaglia che pubblicizza la bottiglia di latte, fa scandalo perché secondo costoro rimanda ad un’immagine sbagliata della sessualità, questi signori ci dovrebbero spiegare perché non si sono scomposti quando in televisione passa lo spot in un porno divo come Rocco Siffredi che pubblicizza le patatine.
Comunque noi nelle immagini delle bottiglie di latte della Muller non ci vediamo nulla di scandaloso o di distorto, poi…giudicate voi.
In questo ritorno alla censura proprio da parte di coloro che a suo tempo inneggiavano alla libertà sessuale, c’è da chiedersi quanto ci sta condizionando la cultura dell’Islam.

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Razzismo e sessismo. Bufera sulle bottiglie Müllermilch con immagini di ragazze pin-up.Le immagini delle bottiglie di latte aromatizzato con impresse le immagini di donne semi-nude, fanno il giro del mondo. 

L’azienda casearia tedesca Müller ha scatenato un putiferio nei social a causa di una pubblicità sulle bottiglie di latte aromatizzato con immagini di donne semi-nude che ha innervosito e offeso molti utenti. La pubblicità che ha fatto subito il giro della rete e la notizia che è stata ripresa da importanti portali d’informazione, è stata sommersa dalle critiche sui social media. Infatti secondo i critici la grafica contiene un doppio senso perché unisce  razzismo e sessismo. Il latte al gusto di banana è rappresentato da una foto di una donna bionda in topless con una gonna corta e un cappello in testa. La bruna sulla bottiglia del latte alla nocciola è sdraiata sulla schiena che gioca con un frutto fuori misura. Più discutibile, la bottiglia di latte al cioccolato con una donna dalla carnagione scura, identificata con “Sharon Sheila Schoko” che nasconde la sua nudità dietro un pezzo di cioccolato fondente. Le bottiglie sono state solo sugli scaffali dei supermercati per pochi giorni, ma la protesta è stata immediata, con l’hashtag # #ichkaufdasnicht (non sto comprando che), è diventato un evento offline, un trend su twitter. Secondo la società latteria bavarese, invece la campagna pubblicitaria è un omaggio alle ragazze pin-up degli anni 1950. Provocare è diventato lo spot preferito dei pubblicitari, commenta Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”.

Mentre la nostra ssociazione si aggiunge alle altre forze che combattono il fenomeno diseducativo della pubblicità sessista, e al tempo stesso si pone come catalizzatore di quelle forze. Per pubblicità sessista si intende quella che della donna mostra prevalentemente l’aspetto di seduttrice, a volte affiancato da quello di casalinga-madre. Il divario tra questa rappresentazione e il mondo reale che presenta mille tipologie di donne è enorme e noi pensiamo che la riduzione della figura femminile a questi due ruoli favorisca nell’immaginario collettivo una distorsione. Questo vale anche per i bambini e i ragazzi, ai quali è presentata un’immagine di donna che si offre e viene offerta senza scrupoli: sempre disponibile, ancillare, subordinata, passiva, spesso provocante se non spudorata. In Italia il monitoraggio della pubblicità è affidato all’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria. Il codice dello IAP stabilisce, tra l’altro, che essa deve: “rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni”. Partendo da questo principio, lo “Sportello dei Diritti” quando individua uno spot manda una mail allo IAP affermando che esso contraddice quella norma. Il vantaggio di indirizzare le proteste a questo istituto è che così facendo ci rivolgiamo alle imprese, cioè a chi pianifica e sdogana le réclame. Il nostro intento non è la soppressione di un singolo spot particolarmente denigrante, perché ciò equivarrebbe ad accettare implicitamente tutti gli altri, ma quello di fare continua pressione perché l’intero fenomeno sia ripensato alla luce di una nuova sensibilità emergente.

Category: Costume e società

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