DA FRANCESCO ED EUGENIO, A FIORELLO E FIORELLA, ARRIVANDO FINO A FEDEZ E A NANDU POPU, IL DIFFICILE RAPPORTO DEI CANTANTI CON LA POLITICA

| 30 dicembre 2015 | 0 Comments

di Giuseppe Puppo______ 

L’ ultimo episodio, di una lunghissima, pressoché infinita, serie, del sempre difficile rapporto fra i cantanti e la politica, è di pochi giorni fa, e ha visto protagonista Fiorella Mannoia, a dire la verità in maniera un po’ confusa e contraddittoria. Prima, infatti, si è lamentata pubblicamente di non essere stata invitata al ‘concertone’ romano di fine anno, dandone la colpa a un diktat governativo, a causa delle sue prese di posizione ‘scomode’ per Matteo Renzi; poi, quando i militanti del Movimento Cinque Stelle le hanno manifestato solidarietà, se n’è uscita con una difficilmente comprensibile dichiarazione: “Penso che questa faccenda abbia assunto delle dimensioni esagerate, in fondo sono solo una cantante. Non mi piacciono le strumentalizzazioni, da qualsiasi parte arrivino. Non mi piace che attraverso questa vicenda si faccia campagna elettorale con il mio nome”.

E va beh.

Non è pentito invece Fedez, che per il M5S tempo addietro scrisse l’ inno “Io non sono partito”; e, nel sottolineare comunque che in ciò ha tutto da perdere e nulla di guadagnare, e che lo fa spontaneamente, perché ci crede, ha ribadito: “Non mi dispiace essere un teen – idol, ma ormai sono libero solo quando sono chiuso in casa. Non andrò mai in Parlamento con il M5s, ma con loro resto l’unico che si oppone al sistema».

Amen.

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Sempre a proposito di concertoni di fine anno e sempre nelle stesse ore, il ‘nostro’ Nandu Popu dei Sud Soud System, dopo aver partecipato in prima persona a tante recenti manifestazioni del ‘popolo degli ulivi’, ha impregnato di forte valenza ‘politica’, nel senso di partecipazione sociale, quello che doveva essere un semplice invito a partecipare all’ evento del 31 a Lecce: “Ci siamo prese tante, tante soddisfazioni, basta pensare ai nostri ulivi, a tutto quello che abbiamo fatto insieme, che continueremo a fare insieme, perché uniti si vince e se vogliamo veramente cambiare questa terra, se vogliamo renderla più bella, dobbiamo stare sempre uniti…per questo vi aspettiamo…tutti uniti…per cantare insieme”.

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La musica, come l’ arte, come la cultura, non ha / non dovrebbe avere colori, né appartenenze. Ma spesso, soprattutto negli anni passati, la politica ha tentato di mettere il proprio cappello sugli artisti, visti quali cinghia di trasmissione ideologica e ottimo strumento di propaganda, mentre, qualche volta, gli artisti, specie quelli in difficoltà, in cerca di rilancio di una carriera oramai altrimenti definita, alla politica si sono, diciamo così, appoggiati, per promuovere sé stessi e i propri dischi, scivolando su di un terreno su cui i confini fra disinteresse ed interesse rimanevano labili, se non del tutto inesistenti.

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L’ inizio del difficile, comunque sempre problematico rapporto, può essere datato 1969, al primo, quello sì, davvero “concertone”, il mega – raduno di Woodstock.

Accadde che, mentre stavano suonando gli Who, come è noto fra i gruppi più importanti e già famosi, in una pausa dell’esibizione, uno dei leader della così detta sinistra radicale americana, tal Abbie Hoffman, salì sul palco e si impossessò del microfono, pretendendo di leggere un confuso “proclama rivoluzionario”. Allora Pete Townshend, come è noto esponente carismatico degli Who, cominciò a inveire contro Abbie Hoffman, gridandogli “Vaff..” ..”.Comunista di…” e robe simili, e poi lo prese a calci in culo, fino a cacciarlo via dal palco. Il tutto avvenne alla presenza di alcune centinaia di migliaia di spettatori, nessuno dei quali ebbe alcunché da ridire su quanto aveva appena visto accadere sotto i proprio occhi.

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In seguito però la sinistra politica, parlamentare ed extraparlamentare, si prese le sue buone rivincite, arrivando infine ad instaurare la propria ‘egemonia culturale’, come si diceva allora. Per tutti gli anni Settanta, e buona parte del decennio seguente, non si muoveva foglia nell’ intero settore che il Pci e le altre organizzazioni ancora di più alla sua sinistra non volessero. Festival dell’ Unità e raduni giovanili ne erano gli strumenti, e diventarono tappa obbligata per chi voleva emergere, o continuare ad affermarsi. Se no, automaticamente, diventava “commerciale”, sempre come si diceva allora, con ciò bollato di inconsistenza ed emarginato dal giro che conta.

Non sono leggende metropolitane, i “compagni” che ascoltavano Lucio Battisti e Claudio Baglioni, gli unici sopravvissuti e anzi affermatisi al di fuori di quel sistema consolidato, di nascosto, nel silenzio delle loro camerette, senza osare confessarlo in giro.

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Questa estate Francesco De Gregori ha celebrato con un bellissimo concerto all’ Arena di Verona i quarant’ anni dall’ uscita di uno degli album storici della musica italiana, “Rimmel”. Io ho seguito l’ evento, per vedere se il cantautore romano facesse cenno di un memorabile quanto vergognoso episodio, del quale vu vittima, addirittura un processo politico pubblico. La presunta colpa? Aver scritto una canzone d’ amore – pardon: commerciale – come “Buonanotte fiorellino”. Niente, nemmeno una parola: deve avere rimosso del tutto.

Andiamo allora a rievocarlo noi, allora. Già, perché è vero,  “qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure”…

Il 2 aprile 1976 De Gregori era di scena al Palalido di Milano, ma sul palco salirono a più riprese decine di manifestanti, interrompendo il concerto, per contestare il cantante, ritenuto colpevole di praticare uno stile di vita lussuoso e di strumentalizzare i temi cari alla sinistra per arricchirsi.

Dopo avere eseguito sottotono e di malavoglia qualche altra canzone, alle 22.30 De Gregori chiuse l’esibizione, ma i contestatori, minacciando ulteriori tumulti, lo spinsero a tornare sul palco per rispondere in pubblico alle loro domande. Fu sottoposto a un fuoco di fila di accuse quali «Quanto hai preso stasera?», «Se sei un compagno, non a parole ma a fatti, lascia qui l’incasso», «Vai a fare l’operaio e suona la sera a casa tua». Dopo circa venti minuti di “interrogatorio”, in un clima di «delirante farsa», la polizia fece irruzione e disperse i contestatori.

Non prima dell’ ultima perla, urlatagli davanti la sua faccia sempre più pallida e terrorizzata: «La rivoluzione non si fa con la musica. Lo diceva Majakovskij che era un vero rivoluzionario e si è suicidato. Suicidati anche tu».

Non canterò mai più in pubblico”, giurò lui, dopo lo scampato pericolo.

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Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa, però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia; io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi: vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso… Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni, voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni”. 

Non se la passava bene, nemmeno Francesco Guccini, per dirla tutta era alquanto incazzato, anzi ‘avvelenato’ per la piega che avevano preso gli andazzi di quel mondo; qualche mese dopo consegnò a futura memoria versi rimasti memorabili.

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Ma la svolta, l’ inizio della fine di quel bruttissimo periodo, arrivò solamente nel 1980 ed artefice ne fu, a metà fra sacrosanta ribellione e liberatoria acquisizione, Eugenio Bennato: “Nella mia categoria è tutta gente poco seria, di cui non ci si può fidare. Guarda invece che scienziati, che dottori, che avvocati, che folla di ministri e deputati! pensa che in questo momento, proprio mentre io sto cantando, stanno seriamente lavorando! io di risposte non ne ho, io faccio solo rock’n’ roll, se ti conviene bene, io più di tanto non posso fare…Gli impresari di partito mi hanno fatto un altro invito, e hanno detto che finisce male, se non vado pure io al raduno generale della grande festa nazionale…No! non è una cosa seria, e così e se vi pare, ma lasciatemi sfogare, non mettetemi alle strette, e con quanto fiato ho in gola, vi urlerò: non c’è paura! ma che politica, che cultura, sono solo canzonette”.

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Pure il “commerciale” si prese le sue buone rivincite. Il nuovo deus ex machina risolutivo, la divinità taumaturgica divenne ben presto Pippo Baudo, con i suoi commercialissimi festival di Sanremo.

Era già cominciata intanto l’ era delle televisioni.

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Con le televisioni si affermò un fenomeno che va letto appunto come una sana e consapevole libidine nella riappropriazione di massa della musica popolare, finalmente ritornata sulle piazze libere di tutta Italia: il karaoke di Fiorello, per cui Amedeo Minghi valeva come Roberto Vecchioni, “Vattene amore” più di “Luci a san Siro”.

Ma i tempi non erano ancora maturi. Soltanto perché qualcuno aveva sottolineato semplicemente questo, il povero Fiorello fu accusato di essere ‘fascista’ e dovette ripetutamente negare e discolparsi: ‘La Repubblica” andò avanti per giorni con i suoi paginoni sul tema, sintomo ancora evidente della mal digerita insofferenza di una certa sinistra con la puzza sotto al naso nei confronti di tutto ciò che è autenticamente popolare.

Erano i primi anni Novanta. Di lì a poco, il ciclo si chiuse definitivamente solamente quando Fabio Fazio portò in prima serata televisiva, opportunamente sdoganati, anzi trionfalmente celebrati con vent’ anni di ritardo, i Cugini di Campagna e la loro  immarcescibile “Anima mia”.

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Poi, al posto della dittatura del proletariato, abbiamo avuto la dittatura delle televisioni, e dei loro così detti ‘talent’, oggi dominante.

Rosa Luxemburg col volto di Maria De Filippi. Anna Kuliscioff nelle sembianze di Mara Maionchi. Nilde Jotti che sorride con Antonella Clerici.

Da un eccesso, all’ altro, dal momento che oggi nella musica italiana decidono e decretano praticamente tutto, all’ interno del loro giro di meccanismi ferrei e predeterminati, all’ insegna delle logiche del mercato.

Tranne poche eccezioni, della politica i cantanti non ne vogliono proprio più sapere.

Rimane qualche integrato, come il confusionario Jovanotti, e, all’ opposto, qualche apocalittico, come il già ricordato Fedez.

Se no, diomenescampi: ci vuol ben altro, oggi, per prendere IL VOLO.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Category: Cultura

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