OMAGGIO A CRUIJFF / COSTELLAZIONE WOODSTOCK: UN QUINTO BEATLES SURREALE E RARO

| 25 marzo 2016 | 0 Comments

di Annibale Gagliani______

Alla fine dei floridi sixty years  la società di massa fu travolta da una tempesta giovanile che aveva a cuore tre problemi cruciali: pace, diritti femminili, svecchiamento degli ideali. Quanti hippie in giro per il mondo sognavano Woodstock nella speranza che in Vietnam cessasse la putrefazione. Full Metal Jacket docet, Stanley Kubrick scripta.

Quanti studenti prendevano in mano il loro destino mettendo sotto scacco licei, università e gabinetti politici. Pantaloni lunghi a zampa di elefante, capelli folti che toccavano le nuvole di piombo, barba e basette in libera circolazione, che non si curavano di vigili urbani matusa. Giusto per farci un’idea, Demetrio Stratos coi Pugni Chiusi quando urlava all’Italia i suoi moti Ribelli.

In quel frangente storico si assisteva a un cambio estetico stravagante, soprattutto nella moda, con le women emancipate e indossatrici di abiti courage, rivelatori di parti del corpo “scandalose”. Si respirava un’aria nuova, si consumava un amore libero e incontaminato da esauste limitazioni.

Siamo di fronte a un vero e proprio treno socioculturale che avvalorò diverse stazioni: New York, Washington, per citarne qualcuna. Eh si, la patria del self made man, nacque lì la coscienza operaio-studentesca che voleva bastonare l’argillosa corruzione politica. Si trasferì in pieno Sessantotto sotto la cintola dell’Eliseo trasformandosi nel Maggio francese. Tutta l’Europa risentì di questa febbre post-adolescenziale e ne prese parte ben volentieri.

A livello artistico quattro ragazzetti con la musica nel midollo, passarono da esibire la loro faccetta pulita nel locale Cavern Club in Mathew Street from Liverpool, a essere desiderati su ogni palco dell’emisfero. Grinta, disinvolta semplicità, stile da lord inglesi. Primo prodotto musicale tormentante, chiamateli “boyband”, volevano salvare la regina con il loro sound onesto (gli One direction dovrebbero prendere appunti).

Nasce anche un nuovo esemplare di donna: la frenetica ammiratrice. Dicevano che oltre Paul McCartney, John Lennon, Ringo Starr e George Harrison, esistesse un quinto Beatles. Per molti questo personaggio calzava la camicetta numero sette del Manchester United, ricordano si chiamasse George, ala irlandese fedele a San Patrizio.

Erroraccio da penna rossa, blu e amaranto. L’estensione dei quattro usignoli di Liverpool applicabile al calcio non può essere Best, no signori, ma Johan amazing fourteen Cruijff. Pensateci bene, The Beatles hanno attinto a piene mani dalla tempesta disarmonica racchiusa nella Beat Generation. Essi, esponenti lucidi della gioventù bruciata, hanno stradominato il mercato discografico internazionale con le varie Yesterday, All you need is love e Yellow Submarine, dando vita alla beatlesmania.

Johan Cruijff ha imparato a incantare le folle abbandonandosi all’intellegibile meccanismo totale del “Michels” pensiero. Pelé bianco o come lo definì Ciotti Profeta del goal. Si è caricato sulle gracili spalle i lanceri dell’Ajax, portandoli a debordare con tre Coppe Campioni di fila tra ’71 e ’73, senza contare le vagonate di scudetti e coppe nazionali annesse.

In Catalogna divenne un santo da pregare e sbaciucchiare, ma il mito assoluto dell’asso di Amsterdam abbraccia ogni continente grazie alle scorribande sciorinate con “l’Arancia meccanica” a Germania Ovest 1974. Mondiale che lasciò tutti a bocca aperta: 4-3-3 pelvico di un’Olanda che diventa metodo da studiare dietro le scrivanie più toste. Johan si apprestava a mettere le mani sul terzo pallone d’oro della sua epopea e a confermarsi il migliore in circolazione.

Era una lepre che fregava i cacciatori nascosti nei boschi della Baviera. Era il pennello a cinquanta carati di Salvador Dalì: un po’ pavone e un po’ sicario dall’iconografia kantiana, “ave maria piena di grazia” quando ti puntava. Gli equilibri di quel torneo si rivoltarono in finale con i tedeschi a fagocitare una vittoria insperata come il giudizio nel parlamento italiano. È da quel giorno che tutti amarono incondizionatamente la nazionale olandese: la sconfitta li rende umani e per questo idoli da onorare dinanzi a una Pilsner. Cruijff diventa un protagonista da romanzo beckettiano per ciò che non è riuscito a fare.

Ricorda maledettamente la scia di John Lennon, simbolo di successo pulito e di carismatica intellighenzia, che professava la pace tra i popoli mano nella mano con la sua Yoko Ono. Il genio di Amsterdam riverserà tutte le qualità umane immagazzinate col tempo nell’attività di mister che svolgerà verso gli anni novanta, togliendosi dolci soddisfazioni azurgrana.

Se Lennon conquisterà le coscienze di buona parte dei musicologi da poltrona con Imagine, un gesto del numero quattordici dei lanceri ha dato una mano di bianco alle tetre velleità di violenza che albergano nel football odierno. Johan decide di non partecipare ai Mondiali in salsa dittatoriale di Argentina 1978, poiché si sente in pericolo. C’è chi tirava in ballo motivazioni di carattere politico o perlopiù di matrice idealista, ma in realtà la verità è celata nella sfera privata dell’uomo Johan.

Confesserà a Radio Catalunya uno scenario agghiacciante a cui dovette far fronte: “Non andai in Argentina perché qualche mese prima subii un tentativo di rapimento che cambiò per sempre la mia visione della vita, e del ruolo che in essa ha il calcio… Qualcuno mi puntò un fucile alla testa, legò me e mia moglie, davanti ai nostri tre bambini, nella nostra casa di Barcellona…”. Intervista tratta dall’archivio della famosa radio iberica.

Immaginate se Cruijff, il giocatore che più di tutti era in grado di spostare irrimediabilmente gli equilibri di un match, avesse giocato la finale del Monumental di Buenos Aires vinta dall’albiceleste ai tempi supplementari con la firma fiammante di Kempes. Vinsero 3-1 i sudditi di Videla, graziati dal fato che mise fuorigioco la saetta impressionista del total soccer.

8 dicembre 1980, venne vigliaccamente ammazzato John Lennon mentre rientrava al suo appartamento di The Dakota palace in Central Park a Manhattan (Big apple, New York). L’assassino si chiamava Mark Chapman, un fan morboso dello stesso Lennon. L’ironia della sorte si esalta con la propria recrudescenza: Chapman strinse la mano al cantautore quando usciva di casa insieme Yoko Ono, addirittura si fece firmare un autografo sulla copertina dell’ultimo album da solista, Double Fantasy.

Ecco qua, due protagonisti assoluti, precursori di una nuova filosofia d’azione, distribuita parallelamente nel calcio e nella music art, sono stati privati della gioia di vivere. Le loro carriere da applausi vennero stroncate vigliaccamente dalla sorda violenza. Uno doveva scrivere dettami per raggiungere con leggerezza una pace interiore e perlopiù sociale. L’altro avrebbe dovuto incidere il suo numero fatato nella gipsoteca della Coppa del Mondo, impugnando la stilo col piede destro, quello alla D’Artagnan.

La violenza li ha messi fuorigioco, la stupidità li ha piegati, ma loro vinsero lo stesso. Li accomuna candidamente un pezzo tutto Rock and Roll con vibrazioni Beat e aperture Pop dei The Beatles: Come Together. La camminata verso la libertà che McCartney e Lennon auspicavano è ritratta nella proverbiale foto di Abbey Road del 1969 alla quale è ispirato il nome dell’album.

Questa unione d’intenti del gruppo, che marcia in fila sulle strisce pedonali con uno charme figlio della moda in continuo cambiamento dell’epoca, è la fotocopia della mentalità tattica dell’Olanda di Johan Cruijff. Provate a immaginare la stessa foto cambiando paesaggio e protagonisti. Ci troviamo in piazza Leidseplein nel cuore di Amsterdam, attraversano la strada sulle zebre pedonali Ruud Krol con una mise sportiva sul blu elettrico, Johan Neeskens ornato di vestito scuro e lucido, Johnny Rep ornato di nero con camiciona candida e Johan Cruijff in total white dall’eleganza accecante del suo giacca-pants elephant.

Riguardate una partita dell’Arancia Meccanica di Michels e ascoltate in sottofondo Come Together, constaterete come i movimenti degli orange si sposeranno perfettamente con il ritmo paziente e incessante che i quattro ragazzetti di Liverpool emanavano. Il basso e la batteria dettano un tempo cadenzato ma deciso, la stessa cosa che fanno i metronomi della mediana olandese; la chitarra che appare e riappare elevando il pezzo è come la pressione stimolante che la nazionale totale attuava sulle fasce senza sosta, quasi a ciclo continuo.

The voice è quella di Jonh Lennon, è quella di Johan Cruijff. Le parole indicano il cammino, una nuova corrente di pensiero, la bio-arte che abbraccia un’incontenibile avanguardia. Solo camminando insieme si può essere liberi, ce lo avete insegnato inconsapevolmente.

Hello Johan, hello Jonh, due gemelli invincibili, che hanno rivoluzionato stoicamente un pianeta arrugginito.

Category: Costume e società, Cultura

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