MATTATORE DEL PALCOSCENICO, PERDENTE DI SUCCESSO CHE NON RINNEGO’ MAI IL SUO PASSATO

| 28 maggio 2016 | 3 Comments

(a.r.)_______Si è spento all’età di 92 anni Giorgio Albertazzi l’attore, regista e mattatore del palcoscenico.
Una carriera, la sua, che ha spaziato dal cinema alla televisione, da film indimenticabili come «L’anno scorso a Marienbad», a sceneggiati altrettanto indimenticabili come «L’idiota» e «Jeckyll».

Tra le sue interpretazioni teatrali di maggiore successo, «Memorie di Adriano» della Yourcenar con la regia di Maurizio Scaparro: uno spettacolo che, da quando debuttò alla Villa Adriana di Tivoli nel 1989, ha raggiunto quasi mille repliche, in Italia e all’estero.

Ma un numero infinito di titoli affolla la sua storia di mattatore: «Ci ho messo un paio d’anni a imparare a recitare come Ricci e Benassi. Ci ho messo tutta vita a imparare a non recitare più. Io non recito, io sono».

Ciò che lo animava era il «duende», il suo genio creativo e per questo amava le provocazioni: tra le tante, anche quella di apparire nudo in pubblico, sia pure per un attimo fuggente, all’età di 87 anni, nello spettacolo «Cercando Picasso» diretto da Antonio Calenda.
Giorgio Albertazzi non solo è stato uno dei più grandi artisti italiani, è stato prima di tutto un grande uomo che si è distinto dalla moltitudine dei voltagabbana e degli ipocriti di cui il mondo dello spettacolo è pieno.

A chi gli chiedeva del suo passato di combattente nella Repubblica Sociale Italiana, raccontava:

Sì, sono stato fascista e, dopo l’8 settembre, ho militato nell’esercito repubblichino. E’ vero, un tempo mi vergognavo di parlare di quella esperienza, anche se non l’ho mai negata, poi ho scritto un libro sulla mia vita di attore, inserendovi anche un lungo capitolo sul mio passato di militante fascista, ed ho potuto così liberarmi di quel rospo. Sono stato anche accusato (ingiustamente) di complicità nell’assassinio mediante pubblica esecuzione di un giovane partigiano e incarcerato per diciotto mesi: assolto poi con formula piena, per non aver commesso il fatto”.


E poi da provocatore quale era, così come gli artisti dovrebbero essere, aggiungeva:

“Tra i militanti fascisti che rimasero fedeli a Benito Mussolini dopo la disfatta del regime,   c’erano anche gli attori Amedeo Nazzari, Gilberto Govi, Sarah Ferrati, Nuto Navarrini, Salvo Randone, Wanda Osiris,  Carlo Dapporto, Marcello Mastroianni, Walter Chiari, Enrico Maria Salerno, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello, Tino Carraro,  il regista Luciano Salce, gli scrittori Cesare Pavese, Dino Buzzati, Salvator Gotta, Rosso di Sasn Secondo, Filippo Tommaso Marinetti, i musicisti Gorni Kramer e Cinico Angelini, gli sportivi Gino Bartali e Pieno Dordoni, i giornalisti Enrico Ameri, Gianni Granzotto, Vittorio Pozzo,  Emilio Radius, Ugo Ojetti,  Alberto Giovannini, Mauro De Mauro, e tanti altri”.

Category: Cultura

Comments (3)

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  1. Francesca Nicolì ha detto:

    Albertazzi disse molto di più, creando grande imbarazzo a tanti che si erano riciclati e con disinvoltura si erano fatti portavoce e strenui difensori dell’antifascismo.
    Ad un giornalista che gli chiese:
    “Maestro, per lei cosa fu piazzale Loreto? Era l’epilogo naturale di una rivoluzione?”. Secca la risposta: “Piazzale Loreto fu solo macelleria messicana. Niente altro. Fu uno schifo, per chi l’ha voluto e chi l’ha portato a termine quel disegno. Ma non poteva essere evitato, non nel senso politico del termine, ma perché l’uomo è quella cosa lì. Il peggiore degli animali. E quello che accadde a piazzale Loreto mi ripugna, mi angoscia e mi fa rabbrividire ancora il ricordo. Peserà come una macchia indelebile. E tutti gli altri piazzali Loreto che abbiamo dimenticato e che ci sono ancora oggi, in mondo apparente- mente lontani come la Siria, la Libia, l’Iraq”.
    Non sono stati in molti ad aver avuto il coraggio di raccontare certe verità scomode al regime partitocratico.

  2. Pino Ambrosoli ha detto:

    Se è per questo anche Dario Fo, premio Nobel per la lettueratura e “giullare” della sinistra ed estrema sinistra, aderì con entusiasmo alla Repubblica Sociale di Mussolini, dopo che il Fascismo cadde.
    Giorgio Albertazzi diceva: “Lui non ha mai amato parlare di quella nostra comune vergogna, ignorata per sua fortuna dai giudici di Stoccolma (sempre molto sensibili alle tematiche delle sinistre) che gli diedero il premio nonostante il suo passato fascista. Certo, non poteva nasconderlo, quel passato di militante repubblichino nella X Mas di Salò, ma non gli è mancato mai l’ardire (chiamatela anche “faccia tosta”) di esibirsi nei circoli comunisti come un verginello della politica. Ed i vecchi militanti fascisti lo hanno attaccato duramente, bollandolo come il più illustre e sbottato voltagabbana del ventesimo secolo”.

  3. Toni Barba ha detto:

    «Andai a Salò da ribelle e ho visto solo scappare chi faceva la Resistenza»

    «Forse non dovrei dirlo – non sta bene! – ma io i partigiani li ho sempre visti scappare, le poche volte che li ho visti».

    Dall’ autobiografia di Giorgio Albertazzi Un perdente di successo (Rizzoli, 1988)

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