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RAOUL BOVA RITORNO AL MIELE, CHIARA FRANCINI ARRIVO PROROMPENTE: LA COSTRUZIONE DI UN AMORE, DI UN LETTO, DI UNA VITA LA SI FA IN “DUE”

| 8 marzo 2017 | 0 Comments

di Annibale Gagliani______

A volte capita, nel via vai lento delle adolescenziali pioggie di Marzo, che l’attore più suffragato dello Stivale ritorni a fare teatro dopo una pausa scoppiettante di vent’anni. Ultimo, Nassirya e gli occhietti di Madonna incollati addosso sono stati solo alcuni dei pretesti dell’onesta lontananza. Bova Raoul, nato a Roma quasi quarantasei primavere fa, porta sulle prestanti spalle da nuotatore origini meridionali, sogni da professore di educazione fisica e una carriera da tuttologo della scena.

In Due, scritto dall’ambo vincente Miniero-Smeriglia, interpreta in parte se stesso: un prossimo sposo intento a montare un letto nuovo di zecca per la sua vibrante amata.

A volte capita, nel via vai affannato delle mature lune teatrali brindisine, che una delle attrici più competenti e qualitativamente più dotate dia prova di come non esista solo “il classico personaggio” – ornato di leggerezza e giunonica forma – che padroneggia il salottino domenicale di Rai Uno. Sprazzi lucenti e irritanti in differenti commedie all’italiana, scenette carucce in radio, gli occhietti di Dolce e Gabbana puntati dappertutto e gag su gag a Colorado. Francini Chiara, nata a Firenze (l’età per una donna è dettaglio insignificante), laureata con lode in Lettere, poliglotta, premiata sia a Venezia che a Roma come attrice rivelazione qualche annetto fa.

In Due, interpreta Paola, futura sposa di Marco, che continua a montare il letto senza capirne però le istruzioni. Marco, professore di educazione fisica e devoto della filosofia tranquillizzante di Epicuro. Paola, che smania di stringere nel suo domani un marito controfigura di Ken, si proprio quello, il fedele compagno di Barbie.

Scenografia minimalista ed essenzialmente in grado di fare immedesimare il pubblico. I protagonisti sono due, solo loro, e bastano, anzi avanzano. L’inizio è un pò farraginoso, tra una lite e l’altra in mezzo al proscenio – rimurginando le pressanti tensioni che il matrimonio conserva – si arriva lentamente al momento clou: il letto.

Simbolismo diretto ed efficace, figlio di un teatro antico e sempre contemporaneo. La costruzione del letto, dell’amore, di tutta una vita. Le uniche istruzioni da prendere in considerazione non vengono dall’immaginizione proiettata verso un futuro maldestro, ma dalla consapevolezza che l’esistenza è un soffio bruciante – carpe diem – da afferrare necessariamente in due.

Cambierà il mondo, cadranno e si rigeneranno governi criminali, i killer diverranno garanti di pace, ma la coppia è l’istituzione che può resistere alle intemperie. E poi da lì, culminante punto di partenza, arriva il completamento dell’unione: one, two or why not tre figli, è famiglia!

Un Bova puntuale e desiderato dal sesso gentile come ai primi sguardi sgranati di Piccolo grande amore. Evidentemente ha raccontato in questo intellegibile lavoro un pezzettino del proprio percorso terreno (anche se non tutti lo hanno capito). Voto 8, il perché arriverà presto.

Una Francini che si intona perfettamente con il suo personaggio, ma che attraverso questa performance mi ha fatto capire una cosa che mai avrei sospettato: lei è una straordinaria attrice di teatro drammatico. Il livello di preparazione della linguista fiorentina le permetterebbe di sperimentare qualsivoglia genere cinematografico o teatrale, e di riuscirci con risultati altissimi, perciò bisogna spogliarla (calma lettore) dall’immagine di macchietta sensuale che in molti tendono a farle indossare.

Chiara Francini, un’attrice di drammi e tragedie dallo spessore strepitoso. Credete a me. Voto 8 per questo.

Se la matematica non è un’opinione, Due si moltiplica per quattro e conquista un bel 8 pieno nella nostra sezione di Cafè Barocco dedicata alle bellezze teatrali e chiamata E poi arrivò Godot. Il giudizio in questo senso è doveroso: se due attori riescono a tenere platea e galleria sulle spine (e poi sulle piume d’oca) per più di un’ora e mezza, senza aiuti scenografici o speciali, e restando sempre in due sul palco – avvalendosi solo dell’arma verbale – ebbene si, allora sono davvero bravi. La 3 gli aveva scoperti come coppia ben assortita, la suggestione della prosa gli ha riuniti con saggezza.

Il Teatro Verdi di Brindisi non ha potuto che applaudire, e applaudire, e applaudire, e applaudire…

Pienamente d’accordo con la frase finale che Marco sussurra alla sua Paola mentre ella gli chiedeva “che cosa avrebbe detto Epicuro in una circostanza così delicata”:

Scopiamo!

Niente di scortese o irriverente, sia chiaro, ma il giusto monito per le generazioni vecchie e nuove: fate l’amore spesso e vedrete che l’odio dai vostri distruttibili corpi evaporerà come senso a Palazzo Chigi.

Category: Costume e società, Cultura, Eventi

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