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ABBIAMO ASCOLTATO IN ANTEPRIMA “Lo scambio” DEI PARTELESA. A leccecronaca.it FANNY E MARCO PARLANO DI COME SIA NATO QUESTO LORO NUOVO DISCO, E RACCONTANO LE LORO ESPERIENZE MUSICALI

| 28 settembre 2018 | 0 Comments

di Roberto Molle______

Non si è ancora spento l’innamoramento per quel disco magnifico che è “Memory Of Mine of Memory To Be”, un concentrato di folk, rock e blues (ve ne abbiamo dato conto qualche mese fa da queste colonne) che porta la firma di Maurizio Vierucci (alias Oh Petroleum, brindisino sbarcato in più d’uno dei porti musicali disseminati tra gli States e il Salento), che un altro disco, arrivato per canali non ufficiali all’ascolto del sottoscritto, fa capire subito di avere tra le mani un altro capolavoro, con ben due “gradi di collegamento” a quello succitato.

Il primo dei due gradi è rappresentato dalla zona di provenienza: Brindisi; il secondo è che, uno dei musicisti che ci suona, ha lo stesso cognome di quel Vierucci di cui sopra, si chiama Marco ed è il fratello di Maurizio.

Il titolo del disco è “Lo scambio” ed è accreditato a Partelesa, che, come si appurerà dall’intervista che segue, è costituito da un combo di musicisti destinato a diventare, dalla sua pubblicazione in poi, un duo: Fanny e Marco (nella foto).

“Lo scambio” ha avuto una gestazione particolare, con principale protagonista la cantante Fanny Calò che già aveva suonato insieme al chitarrista Marco Vierucci per più di un lustro a partire dai primi anni Ottanta.

In quel periodo, dalle ceneri del punk, in tutta Europa si erano innescate tutta una serie di esplosioni di nuovi percorsi musicali, che comunque, al punk si ricollegavano: new-wave, post-punk, gothic, dark, new-rock e via dicendo. E Fanny e Marco furono presi in pieno da quell’onda d’urto che non risparmiò neanche il Salento.

Inutile dire che quelli che oggi sono due musicisti cinquantenni, all’epoca erano due adolescenti che attinsero a piene mani a quei movimenti di controcultura musicale facendo propri: atteggiamenti, stili di vita e soprattutto, il suono quella musica.

Nel 1990, Le strade di Fanny e Marco si dividono: la prima si concentra sullo studio del canto lirico e collabora con mille realtà locali sempre legate alla musica e al canto; il secondo si stabilisce a Novara per quello che si potrebbe definire un lungo periodo sabbatico.

Più recentemente nasce il progetto Partelesa con Fanny, il chitarrista Paolo Celeste e altri due musicisti. I territori battuti sono più o meno quelli che li riportano al suono delle origini: punk, rock, hard-core. C’è un primo disco, poi un altro a cui cominciano a lavorare solo Fanny e Paolo Celeste, con quasi tutto il materiale scritto dalla stessa Fanny.

A quel punto rientra in gioco Marco Vierucci che da Novara, comincia a collaborare come terzo elemento di Partelesa, da lì il gioco è fatto: nasce “Lo scambio”, un album bellissimo, originale, moderno ma con un mood antico, difficile da catalogare, destinato a mille ascolti prima di poter essere decifrato nella sua interezza.

 

La prima cosa che colpisce è l’energia, non si riesce a credere che a suonare e a cantare siano dei maturi signori di mezz’età, tutt’altro, le sferragliate di chitarra sembrano scaturire dall’euforia di ventenni scafati e brufolosi che da poco hanno scoperto il suono elettrico e ci vogliono dare dentro.

Un fatto che sconcerta, almeno all’inizio, è la totale assenza di tastiere e synth, una controtendenza che proietta tutto direttamente indietro nel tempo di almeno trent’anni.

Ma non si fa in tempo ad adattarsi a quelle atmosfere sorprendentemente rétro, che una voce di donna, calda e possente, si incunea tra i giri poco rotondi delle sei corde appoggiate una sull’altra in più d’una occasione, lo fa, prendendo in mano il gioco portandosi dietro gli strumenti in salti vocali, gorgheggi, grida strozzate, cantilene e sortilegi in repentini cambi di direzione, tenendo l’ascoltare col fiato sospeso e elevando l’emozione a mille.

Canta anche Marco Vierucci in più di un brano, e succede un’altra magia: i suoi interventi saltano di registro fino alla pura trasposizione cantautorale, con le parole che si fanno poesia come nella migliore tradizione dei menestrelli.

 

Si potrebbe continuare per molto a dire de “Lo scambio”, ma mi fermo qui, ammetto di aver compreso solo una piccola parte delle sue peculiarità.

È un album che necessita di ripetuti ascolti perché il suo essere caleidoscopico scrigno di tesori sedimentati nell’estro dei suoi autori è fatto di codici che vanno aperti di volta in volta, senza fretta, per permettere alla mente di assimilarne passaggi, suggestioni, bellezza.

 

L’INTERVISTA

In un pomeriggio ventoso di fine settembre che non permette di accomodarsi al tavolino di un bar fuori, optiamo per il confortevole interno della libreria Feltrinelli di Lecce, così di fronte a un paio di ginseng e un caffè, circondati da libri, ci accodiamo, accendo il registratore, e comincio a raccogliere le parole di Marco e Fanny.

 

D.) – Dove e quando inizia il vostro percorso?

R.) – Fanny: La nostra storia musicale comincia nei primi anni ottanta a Brindisi, quando, poco più che adolescenti iniziamo a suonare con una formazione a tre, influenzati dalla musica (post-punk, dark, new wave) che arrivava da oltremanica e, naturalmente, dalle band che animavano quella scena. Se vogliamo fare due nomi potremmo dire Siouxie and Banshees e The Cure, ma in prevalenza molti dei musicisti che in quel periodo hanno contribuito al fenomeno della cosiddetta British invasion ci hanno lasciato qualcosa.

 

D.) – Beh, i primi anni Ottanta sono stati importanti per certo rock in Italia, era il periodo della “nuova musica italiana cantata in italiano”, molti gruppi (The Gang, Underground Life, Diaframma) che si erano approcciati alla scena cantando in inglese per una serie di motivi, forse in primis, quello della musicalità della lingua, di colpo cominciano a cantare in italiano; dando modo di far ascoltare l’idioma italiano associato al rock con risultati sorprendenti. Dunque, voi avete fatto lo stesso passaggio o siete “andati” direttamente cantando in italiano?

R.) – Fanny: cantiamo da subito in italiano, una scelta precisa che ci accompagna fino al 1990 quando per molto tempo le nostre strade si dividono.

Marco: sì, poi ognuno prese strade diverse, altre esperienze musicali e di vita…nel frattempo Fanny si è sposata, io sono andato a vivere a Novara. Il contatto con la musica non si è comunque mai interrotto.

 

D.) Tornando alle vostre esperienze degli inizi, all’epoca in Italia, o si faceva prevalentemente musica leggera, oppure si prendeva la strada più impegnata, che era quella di fare musica alternativa. Detto delle vostre influenze iniziali, come vi muovevate per proporre la vostra musica?

Fanny: Eravamo aggregati a un centro sociale di Brindisi, dove provavamo anche; e il nostro era un tentativo di fare dell’hard-core-punk, al limite quello di una new-wave italiana che apparteneva al filone dell’epoca, tipo Diaframma e Litifba.

 

D.) Da un primo ascolto preparatorio del vostro disco (“Lo scambio”) per quest’intervista, istintivamente, mentre ascoltavo, ho scarabocchiato su un foglio delle parole che vi rileggo: dark, gothic, paisley underground, e su tutto sbarrato: alt-rock. Poi ancora altre suggestioni: i Franti di Stefano Giaccone e Lalli (gruppo seminale della scena rock indipendente italiana attivo dal 1982 al 1987 con suoni classificabili tra il folk e il jazz. n.d.r.). A questo punto incuriosisce la vostra formazione musicale, come sono andate le cose?

R.) – Marco: Io ho studiato pianoforte per un certo periodo, poi mi sono avvicinato alla chitarra (complice un padre chitarrista).

Fanny: Io studiavo già canto lirico al conservatorio di Lecce, dopo quell’esperienza “alternativa” ho continuato a farne delle altre nei teatri, anche come cantante in formazioni bandistiche.

 

 

D.) –  Per quegli anni, essere musicalmente avanti, qui al Sud era un po’ complicato per dei ragazzi che facevano della musica quasi uno stile di vita, come sono andate le cose?

R.) – Fanny: Detto che ero già stata a Londra, avevo lasciato gli studi ed ero andata a vivere nel quartiere di Brixton; quindi mi sono trovata immersa in quelle atmosfere che in qualche modo mi sono portate dentro. Ci vestivamo più o meno come tanti ragazzi che seguivano quella musica come una filosofia di vita: capelli viola, o di altro colore, piuttosto che vestiti tutti di nero per darsi quel tono dark (oggi diremmo “quel mood” e lo scrivente all’epoca non ne fu per niente immune. n.d.a.).

Marco: All’epoca i gruppi locali suonavano prevalentemente progressive, l’arrivo della new-wave che portava con se strascichi di punk, post-punk e dark, sembrò avesse colto di sorpresa la maggioranza dei giovani. L’aspetto culturale intrinseco a quella musica nuova, imbastita con frammenti di una rivoluzione che aveva falciato parte della musica dominante, spiazzava i meno disponibili a scenari sonori nuovi.

 

 

D.) – Veniamo al vostro disco “Lo scambio” che dalle scarne note di copertina è accreditato a Partelesa: mi ha colpito molto l’assenza delle tastiere. Solo Chitarre, basso, batteria (unico artificio sintetico) e due voci, una: maschile, delicata, sempre nei ranghi, l’altra: femminile, calda, suggestiva, dominante. Quali sono le dinamiche di quest’alchimia?

R.) – Fanny: Il progetto Partelesa è antecedente alla nuova collaborazione con Marco, insieme ad altri musicisti avevamo già realizzato un disco.

A “Lo scambio” ci stavamo lavorando io Paolo Celeste che suona le chitarre in alcuni pezzi, poi si è aggiunto Marco che ha partecipato all’arrangiamento dei brani che avevamo già in cantiere e ha contribuito all’album con una sua composizione (“L’errare” in cui collabora anche al testo), e riscrivendo la musica del brano “Lo scambio”.

Inoltre, Marco suona il basso, la batteria sintetica e la chitarra, io ho scritto tutti i brani (due portano anche la firma di Marco)… a quel punto eravamo diventati un trio. L’esperienza di Partelesa si chiude però con L’album “Lo scambio”, Il futuro ci vedrà come Fanny e Marco, un sodalizio tra due musicisti che continuerà sulla strada della proposta di progetti musicali originali.

 

 

D.) – Come si fa a realizzare un disco così moderno con un background “ingombrante” come quello che vi accomuna ai gruppi che si sono formati nel vostro stesso periodo (tra gli Ottanta e i Novanta) o sulle stesse basi? Band di prima grandezza che hanno ancora estimatori in tutto il mondo e sono considerati seminali per molti musicisti – un nome su tutti: Siouxie e the Banshees – faticano a smarcarsi da quel marchio sonoro che hanno creato, e che oggi, rischia di farli apparire sbiaditi replicanti di stessi.

R.) – Marco: È stata una sfida. Tornavamo a collaborare e a suonare insieme dopo un lungo periodo, c’è stata la volontà di mettere a frutto anche le esperienze fatte in quegli anni, la fantasia e l’inventiva accumulata da quando non suonavamo più insieme. Abbiamo iniziato a ripensare il tutto alla luce dello stato attuale, naturalmente attingendo anche a quel background arricchito da tematiche nuove. Nei primi periodi abbiamo lavorato a distanza, io ero a Novara, loro a Brindisi, quindi comunicavamo via internet, ci scambiavamo i file dei brani, suggerimenti, modifiche. Un lavoro fatto sostanzialmente via I-pad.

Un’altra parte della sfida è stata quella di registrare tutto home-made senza entrare in studio di registrazione, salvo per il master finale che abbiamo effettuato a Londra.

 

 

Domanda: Qual è il futuro del progetto Fanny e Marco?

Marco: abbiamo già dei brani pronti, quindi un nuovo lavoro che ci porterà probabilmente ad esibirci essenzialmente in acustico, in esibizioni dove cercheremo di coinvolgere il pubblico attraverso l’interazione anche con estemporanee incursioni teatrali.

Fanny: chi volesse scoprire di più e ascoltare la nostra musica può farlo andando sul sito fannymarco.it, iscriversi alla nostra newsletter o andando sulla pagina facebook: Fanny&Marco.

 

 

Roberto Molle

 

 

Category: Cultura

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