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LA LUNGA NOTTE COL CERINO IN MANO

| 9 agosto 2019 | 0 Comments

di Giuseppe Puppo_______

La lunga notte col cerino in mano da passarsi l’un l’altro quanto prima possibile, per evitare di bruciarsi, comincia col sole dell’agosto romano ancora caldo.

Matteo Salvini va a Palazzo Chigi e lo dà a Giuseppe Conte (nella foto) bello fiammeggiante.

Il presidente del consiglio capisce – c’è poco da interpretare: gli viene detto apertis verbis – che la sua prossima tappa è il capolinea.

Il dado leghista è tratto: non si tratta di fare un rimpasto, di cambiare qualcuno, di ridistribuire qualche delega, ma di rovesciare il tavolo.

L’obiettivo è di andare a votare e, con il presunto larghissimo successo elettorale, poter governare da solo, per fare tutto quanto più gli preme, dall’autonomia delle regioni del Nord, alle riforme del fisco e della giustizia, come meglio crede, senza condizionamenti e senza compromessi.

Poi se ne va a Pescara, a fare un bagno. Di folla, che nel frattempo gli hanno organizzato.

In tarda serata parla in diretta delle televisioni a reti unificate per un’ora e mezza, manco fosse il discorso dell’ Indipendenza, per fare uno stanco riepilogo del suo oramai scontato repertorio affabulatorio.

Giuseppe Conte aspetta che finisca, poi, sempre in diretta televisiva a reti unificate, quando è ormai notte parla lui, una decina di minuti, con tempi, modi e contenuti del tutto inediti, leggendo puntigliosamente da un foglietto surriscaldato di suo.

Rivela il contenuto del colloquio precedente (‘Mi ha detto che vuole capitalizzare l’attuale consenso elettorale ottenuto alle europee’).

Rifiuta di andare a dimettersi.

Sfida l’oramai ex alleato ad un dibattito parlamentare, in cui presumibilmente sarà impallinato, sì, e con ciò si precluderà ogni possibile sviluppo da protagonista, almeno, a quanto la prassi dimostra e insegna, ma almeno così tutti vedranno chi lo ha impallinato.

Gli ricorda che le Camere in via straordinaria non le convoca il ministro dell’Interno, bensì i presidenti dei due rami, tutt’al più il presidente della Repubblica, oppure un terzo dei componenti.

E giacché ci si è messo, caccia tutte le unghie che nemmeno sapeva di avere, e fa altri graffi.

Infine, buon ultimo arriva, con una dichiarazione dettata alle agenzie, anche Luigi Di Maio, che tanto si è già bruciato, non solo le dita, ed evoca lo spettro del provvedimento della riduzione dei parlamentari in complicata via di elaborazione, il che, se l’iter fosse rispettato, allungherebbe i tempi per nuove elezioni di almeno un anno.

Ma ormai è notte fonda.

Non ha portato consiglio a nessuno.

Questa mattina, mentre già sono arrivati a volteggiare gli avvoltoi dei così detti investitori internazionali e le iene degli speculatori finanziari, la Lega, incassato lo schiaffone, lo restituisce, e formalizza in Senato una mozione di sfiducia contro Conte.

Che succederà ora?

L’ipotesi generale è che si vada ad elezioni a ottobre.

Non sono d’accordo.

Intanto, intanto come dicono i politici: non si è dimesso nessuno.

Voglio poi proprio vederlo, questo dibattito parlamentare a Ferragosto.

Poi, voglio vedere tutta la liturgia con cui al Quirinale si celebrano le crisi di governo: vecchi e nuovi giri di consultazioni, mandati esplorativi, incarichi con riserva, mandato pieno, altri mandati.

Dopo, solo dopo, se proprio non ci sarà altro da poter fare, però in realtà può succedere ancora di tutto, Sergio Mattarella scioglierà il Parlamento, anche se prima le tenterà tutte, pur di assicurare in un modo o nell’altro un governo al Paese, sempre come dicono i politici.

Quando, quando poi a questa estate caldissima saranno da tempo subentrati i primi freddi dell’inverno, si andrà a votare?

Voglio proprio vederle, ché non si sono viste mai, queste elezioni di Natale.

 

 

 

 

 

Category: Cronaca, Politica

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