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LA STORIA / IL FUTURO OGNI GIORNO SOSPESO NEL VUOTO

| 27 dicembre 2019 | 3 Comments

di Giuseppe Puppo______

Lui ha undici anni, si sveglia tutte le mattine insieme ai primi raggi del sole, quando c’è, quando non piove, perché arrivano i monsoni, comunque quando non c’è, uguale, sempre alle sei.

Si lava sommariamente fuori di casa al rubinetto della vasca, ripensa ai suoi sogni: da grande, vuol fare il pilota di aereo, “voglio vedere il mondo“. Ma è solo un attimo,  già chiama la dura realtà.

Intanto, deve andare a scuola. Una parola.

Lui vive in uno sperduto villaggio sui monti del Nepal e per poter cullare i suoi sogni deve ogni santissimo giorno affrontare una pericolosissima avventura, prima, un’anabasi disperata di stanchezza, poi, insomma un’odissea  quotidiana.

Con lui la sorella appena più piccola.

Eccoli, già con la divisa della loro scuola addosso, bellissima, come erano belli i grembiulini che anche in italia esistevano un tempo e facevano tutti uguali, e tutti più seri e distinti, comunque elegantissimi, ricchi e poveri, senza differenze, almeno a scuola, almeno per la Scuola, senza zaini griffati, diari col logo e abiti firmati, le invasioni deleterie del consumismo.

Però, prima c’è da aiutare i genitori nel lavoro dei campi.

Già, se no che si mangia, al ritorno?

Le prime due ore della giornata passano così, di fatica.

Quando sono le otto, lui e lei sono pronti e si mettono in cammino, con le ciabatte sui piedi nudi, sotto lo sguardo preoccupato e triste della loro mamma. Se tutto va bene, ci vogliono un paio d’ore, infatti, per arrivare a scuola.

Scendono a valle, percorrendo in discesa un sentiero impervio e pericoloso, sia per il dislivello notevole, sia per la caratteristica dei luoghi, di flora e fauna selvaggia.

Non è facile, arrivare al fondo valle, dove scorre il fiume.

E’ fatta? No, per niente, anzi il più difficile deve ancora cominciare.

Già, perché non c’è un ponte sul fiume. Sulle sue acque gonfie e minacciose, c’è solamente un sistema di funi, due, ché la terza si è rotta, e di ferro, che reggono in precario equilibrio una cabina, sospesa nel vuoto per sessanta metri.

Qualcuno lo costruì così, per alleviare l’atavica solitudine dei villaggi di montagna della zona: oltre il fiume, infatti, c’è una strada asfaltata, si vedono correre auto e camion, si va in città, ad una decina di chilometri di distanza, c’è insomma tutto un altro mondo da cui essi sono esclusi, che è a loro negato.

Tranne che per questa specie di filovia.

I bambini ora, tutti provenienti dai villaggi di alta quota, sono una dozzina, la più  piccola ha quattro anni. Aspettano che un mercante vada a recuperare la cabina dall’altro lato e la porti sulla riva dove sostano, pazienti e silenti.

C’è bisogno di fare due viaggi. I più piccoli si siedono dentro e guardano per alcuni minuti il fiume sotto di loro, mentre avanzano lentamente, verso l’altro lato, con occhi ansiosi e preoccupati.

I due più grandi – e nella piccola comunità è considerato un onore, significa che sei già grande, che sei diventato un adulto e dimostri affidabilità – si mettono in bilico in piedi sulle funi, perché, superata la prima metà del percorso, per l’altra metà bisogna spingerla a mano, la cabina, per farla muovere.

A mani nude, con le schegge di minerale che entrano nella pelle e provocano abrasioni e ferite, se va bene. Se va male, meglio non pensarci.

Due viaggi andata e ritorno, a grande fatica, con grande pericolo, ma alla fine tutti i bambini sono sull’altro mondo, di questa terra, quello da cui sono estromessi e a cui possono accedere solo in questo modo.

Alla fine? No, non ancora. Ai bordi delle strade dove Dio è morto e pure quelli della religione Indù, sono morti tutti,  i bambini adesso aspettano un passaggio, da qualche automobilista caritatevole. La scuola è ancora lontana, qualche chilometro, però  dai, adesso, rispetto a quanto hanno affrontato, è una passeggiata. Anche se non priva anch’essa di pericoli, perché i camion sfrecciano veloci, sgangherati, e le auto avrebbero bisogno di una ristrutturazione completa, altro che revisione.

Qualcuno si ferma sempre, per la felicità di quella dozzina di bambini, che salgono stavolta ridenti su una stiva di prodotti alimentari, o dentro un carro bestiame.

Così, pochi minuti ancora, ed è fatta.

Alle dieci, trafelati, esausti, ma felici, sono anch’essi al loro posto, insieme al centinaio di altri bambini provenienti dalle zone più fortunate di quella zona, dentro l’ampio piazzale che sta davanti l’edificio della scuola.

Tutti in fila, divisi per venti o trenta, con  i gruppetti in verticale, a gremire l’orizzonte, e davanti a loro un solo uomo al comando che scandisce i numeri in inglese, e ad ogni numero corrisponde per loro un movimento, già, perché ci sono cinque minuti di educazione fisica obbligatoria.

Poi, prima di entrare nelle aule, impettiti nella loro uniforme, i bambini cantano tutti insieme in coro l’inno nazionale del Nepal.

Bellissimo.

La maestra, che pure non ha ricevuto lettere da don Lorenzo Milani, e non ha letto nemmeno Pier Paolo Pasolini, ha un occhio di tolleranza per quei dodici bambini, nelle rispettive classi regolarmente agli ultimi posti delle valutazioni, già pure in Nepal devono fare una specie di prove INVALSI, sa che le loro condizioni economiche e le loro difficoltà logistiche ne condizionano pesantemente il rendimento scolastico, cerca di aiutarli come può, comunque tiene vivi i loro sogni di un domani migliore che passano attraverso quelle lezioni, non li spegne.

Ha pure scritto più  volte alle autorità, chiedendo la costruzione di un ponte sul fiume, ma niente, la risposta è stata che dodici bambini, quelle dodici famiglie in culo ai lupi, anzi, alle tigri, sui monti, non interessano a nessuno.

Ma almeno qualche paio di guantoni da lavoro per proteggere le mani dei traghettatori in bilico sulle funi, almeno i guanti, quelli, avrebbero potuto regalarli, e che so? un paio di scarpe da ginnastica, pure usate.

E noi, noi che in Italia facciamo collette per ogni evento, e tanta sedicente solidarietà, una raccolta fondi per lui e lei e i loro coetanei di quella sporca dozzina, non riusciamo proprio a organizzarla?

Una missione umanitaria vera, non quelle di guerra camuffate, delle nostre Forze Armate, con i loro capacissimi genieri, non si può organizzare rapidamente, per mettere su rapidamente un ponte?

 

Le lezioni durano fino alle sedici, una pausa solo di un quarto d’ora per la mensa comune, che costa l’equivalente di quindici centesimi di euro, uguale per tutti, e per molti là è un costo considerevole.

 

Tutte le materie, classe per classe. Giorno dopo giorno, a nutrire un sogno, il sogno  del futuro, anche se ogni giorno se ne sta sospeso nel vuoto.

Poi, il ritorno. Inversamente uguale all’ andata: l’autostop, il carro bestiame, la funivia, la risalita sul sentiero scosceso.

Altre due ore, a pomeriggio, come quelle della mattina, e la giornata di lui e lei, dei quali mi è sfuggito il nome, si conclude sotto lo sguardo ora visibilmente sollevate della mamma che li abbraccia.

Ora, bisognerebbe fare i compiti, con le ultime energie, le pochissime rimaste.

Ma le membra crollano, di lui e lei, gli occhi si chiudono.

Un boccone a tavola, con mamma e papà, senza tv, senza cellulari, a scambiare qualche ultimo pensiero.

Poi, il buio porta finalmente una notte di quiete.

Domani si ricomincia, sei giorni su sette, tutto l’anno.

I sogni vanno cullati, dolcemente, anche se con estrema fatica.

 

Quegli sguardi sofferenti. Quei piedi nudi perennemente in bilico. Quelle mani ferite. E quella scatola arrugginita dove sono custodite come reliquie un righello consunto, quel che resta di una gomma, mozziconi di penne e matite consumate.

Questo documentario spezza il cuore.

E’ stato mandato in onda ieri sera, giovedì 26 dicembre, su Rai 3, nel programma Geo, senza ulteriori spiegazioni. Oggi pomeriggio la redazione del programma, contattata telefonicamente da leccecronaca.it, non ha saputo fornire ulteriori spiegazioni, se non che si tratta di una produzione francese, ed è recente.

Intanto, sui social è cominciato un passa parola, mosso da alcuni di coloro i quali l’han visto in tv ieri sera, magari per puro caso, magari per la giornata festiva di ozio casalingo.

Io, lo acquisterei e ne renderei la visione obbligatoria per alunni, docenti e non docenti il primo giorno di scuola di  ogni anno scolastico in tutta Italia.

Poi, ne darei una copia a tutti gli insegnanti.

Ne renderei obbligatoria la visione a quei genitori che bloccano il traffico per lasciare i propri figli a pochi centimetri dall’ingresso delle nostre scuole, o con i loro Suv accompagnarli per mano dentro il cancello.

E a quei genitori che cedono a tutti i capricci per il diario a colori o per le merendine della reclame.

Poi, a quegli studenti che vengono a scuola con gli accessori firmati e lo zainetto griffato, con un bel tema a seguire.

Infine, a qualcuno di loro scoperto a fare il bullo, con i propri coetanei, ecco, i bulli del bullismo di cui tanto si parla, ma poco si combatte, ecco, un bel programma Erasmus come dico io tutto per loro, farei: per almeno un mese li manderei a studiare insieme a lui e lei, in quello sperduto villaggio fra le montagne del Nepal, periferia di questo nostro mondo che abbiamo così costruito, artefici o in qualche modo complici, a far capire loro, solo così sarebbe efficace, che almeno, se non un mondo, almeno una vita migliore è possibile, grazie all’istruzione, e ai sogni che solo essa può far crescere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Category: Cultura

Comments (3)

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  1. redazione ha detto:

    Gianpaolo Celeste ci ha scritto via mail (abbiamo inoltrato la Sua mail direttamente a Sveva Sagramola di Geo, come leccecronaca.it non facciamo raccolta fondi; nel caso qualcuno possa e voglia aiutare Gianpaolo il suo indirizzo è gianpaoloceleste@gmail.com)______
    Scrivo a proposito di questo articolo (che è l’unico che si è interessato della cosa) poichè anche io ho visto il documentario e mi sono posto il problema di come riuscire a fare qualcosa.
    Ho letto che voi avete già contattato la Redazione di Geo e Geo che però non ha saputo fornire informazioni sufficienti.
    Vi chiedo se è possibile lanciare un qualche tipo di campagna di raccolta fondi (ovviamente anche io cercavo informazioni dalla Rai poichè non ho un minima idea delle normative in Nepal) e se avete esperienze di questo genere.
    Da parte mia ci sarebbe il supporto (economico per quello che posso) e di diffusione della campagna attraverso alcuni c.d “influencer” del mondo “social” che però possono contare su un target di pubblico di età in grado di capire questi problemi.
    So che la mail non è certamente di facile risoluzione ma io sono a disposizione nella speranza che qualcuno della Vs redazione sappia un minimo dove mettere le mani.______

  2. redazione ha detto:

    Sveva Sagramola, la conduttrice di Geo, ci ha scritto via mail (La ringraziamo e aspettiamo gli aggiornamenti):

    “A Geo ci stiamo informando sulla situazione del villaggio e dei bambini, e sulla possibilità di aprire una sottoscrizione visto le tante offerte ricevute. Appena sappiamo qualcosa vi facciamo sapere”.

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