RIAPRONO I TEATRI? / RIPARTIRE E’ UN PO’ MORIRE

| 13 giugno 2020 | 2 Comments

di Eugenio Limburgo______

Ah finalmente! Riaprono i teatri, si sono ricordati della Cultura.

(nella foto di Claudio Abate, Carmelo Bene in “Cristo ’63”).

Solo alcune regolette da osservare: mascherina obbligatoria per gli spettacoli al chiuso; gli spettatori dovranno sedersi alla distanza di almeno un metro, tranne i familiari o comunque conviventi, salvo separazioni in plexiglas; inoltre distanza tra artisti e pubblico di almeno due metri. Numero massimo di spettatori 200 per spettacoli al chiuso, mille all’aperto; al guardaroba, indumenti e oggetti personali devono essere riposti in appositi sacchetti.

Ancora, il personale (artisti e maestranze), durante le prove e in scena, deve usare la mascherina sotto il metro di distanza; i guanti sono obbligatori anche in scena se si devono manipolare oggetti; misurazione temperatura a tutti, accesso vietato sopra i 37,5°, e così via.

E’ Estate, aprono sapendo che i teatri resteranno chiusi, ma da qualsiasi punto di vista le regole sono un attacco alla libertà stessa dell’Arte teatrale.

Da quando è nato, il Teatro, in quanto Arte bisognosa di mezzi di sussistenza, è costretto all’equilibrismo fra  dipendenza dal finanziatore di turno (fosse lo Stato o il Mercato) e ricerca di spazi di libertà. Ma ora si mina alle fondamenta il suo senso fondante, che è l’incontro fisico fra gli attori, fra loro stessi, e il pubblico. Pensate alla fisicità della danza contemporanea.

Oggi, il Teatro si regge su risorse pubbliche; e come si fa ad essere oppositori di entità che sovvenzionano al 60% i budget del tuo lavoro? E’ un dilemma non da poco!

 

Il Tempo è una componente essenziale nel mestiere del Teatro. Il virus, o chi per esso, ha polverizzato mesi, anni di progetti, impegno e la creatività annullata ricade sulla comunità come impoverimento culturale e intellettuale. Un vero peccato, dato che il panorama teatrale italiano è molto vivace, anche rispetto ad altri Paesi a noi vicini.

 

Non si comprende, poi, perché si dovrebbe uscire migliori da questo Caos primordiale. A volte, proprio nei momenti difficili, di precaria solitudine gli esseri umani danno il peggio di sé.

 

La tensione sociale è aumentata. La tensione sociale può portare al cambiamento, ma bisogna vigilare che questo non avvenga in negativo. Evitare di cadere in una sorta di nichilismo collettivo.

 

I professionisti pugliesi dell’arte e della cultura hanno recentemente ribadito, in una lettera aperta alle istituzioni regionali, la centralità dell’azione culturale in presenza, dal vivo, che deve essere sostenuta con forza e non può essere in alcun modo sostituita con palcoscenici virtuali. Se il digitale può essere una risorsa, che venga utilizzata al servizio di una più ampia conoscenza delle loro attività dal vivo e delle loro competenze. Questo chiedono.

 

Ma bisognava fare di necessità virtù e non possiamo negare, in questi mesi, di avere conosciuto, tramite il web, tante realtà artistiche che ignoravamo; di avere partecipato a corsi, lezioni, conferenze che sarebbe stato difficile seguire dal vivo. Abbiamo visto retrospettive del Maestro Eduardo, assistito a prove di recitazione online, alcune riuscite, altre meno; ma tutte da ammirare per l’impegno, perché non deve essere facile mettere insieme uno spettacolo con i protagonisti ognuno a casa propria. E’ un ossimoro concettuale, qualcosa che svia dalla logica.

Tutto bello, interessante e formativo, ma il Teatro non è Cinema, non è Televisione, non è Letteratura; il Teatro è lingua in bocca, occhi negli occhi. Il virtuale è una esperienza impoverita della realtà; manca la bidirezionalità del ciclo di interazione fra artista e pubblico, il circolo di emozioni e stati d’animo. La relazione umana è alla base della cittadinanza e dello sviluppo personale e di comunità.

 

E adesso, cosa succede?

Le posizioni dei Maestri di Teatro sono varie. Per Gabriele Vacis, bisognerebbe aprire i teatri e tenerli aperti tutto il giorno, in modo che le persone possano entrare ad ogni ora. La platea sgombra dalle poltrone come nel ‘700, nel rispetto delle regole odierne. Per realizzare il sogno del Living Theatre e di Grotowski, di un Teatro come servizio sociale, da luoghi esclusivi a spazi d’inclusione. Portare in scena tutto, le prove, le letture, l’allenamento degli attori; condividere la Bellezza di questo lavoro.

Antonella Bertoni : “Non ci può essere Bellezza senza Verità. Il Teatro è finzione nella verità dell’Esserci. Questo virus ha creato uno spazio di indecisione che è necessario per la creazione, perché è uno spazio di grande ascolto di quello che ti sta succedendo attorno. E’ l’Uomo che si deve adattare all’Ambiente, a quello che succede. La distanza ci ha obbligato a stare molto più uniti”.

 

C’è chi pensa che il Teatro del divismo sia morto e che sopravvivranno le produzioni culturali più agili, i lavori più piccoli certo, ma con dietro una grande ricerca culturale. Ma non si deve abbandonare mai le proprie ossessioni perché sono vitali, produttive; e non tradire mai la Bellezza anche nei momenti più duri.

 

Ci sono anche sensibilità più radicali che pretendono solo il ritorno alla normalità di quattro mesi fa; che sono pronti a non andare in scena fino a quando verrà ripristinata la normalità di affluenza senza prescrizioni.

Rispondere con un rifiuto collettivo sarebbe l’ottimo. Lo Stato non deve fare il drammaturgo e imporre distanze e guanti sul palco. Non si può andare verso un Teatro fatto di reading e monologhi.

E comunque la paranoia del virus colpisce anche i più avveduti. Si ha paura a toccare anche chi conosci bene da sempre!

Per Altri, infine, il virus è arrivato in un settore già depresso da prima, perché il Teatro ha smarrito la via. Bisogna uscire dai recinti e guardare cosa c’è fuori; e se cambiamento ci deve essere, che sia di pertinenza e di riconoscimento dello specifico del Teatro da parte del pubblico e di chi lo agisce.

A mio parere, questa Arte ha valicato i millenni ed è sopravvissuta a tutti i regimi, nelle cantine e nei sottoscala e non perirà di certo ora.

Mi piace citare Eugenio Barba, fondatore dell’Odin Teatret, da un suo intervento, appunto online, di pochi giorni fa:  “Il Teatro è il rifugio di persone ferite. In futuro ci saranno sempre, nonostante tutte le tecnologie immaginabili, persone ferite che si rifugeranno nel Teatro”.

 

Category: Cultura

Comments (2)

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  1. Sandra Alessandra Maggio - tramite Facebook ha detto:

    … Maestro Bene, ovunque tu sia… Fulminali tutti, che la tua voce sia eco dell’urlo disperato di tutti coloro che sono feriti nell’animo!
    Animo nobile di ogni attore, che oggi più che mai, è punito! Senza aver nulla commesso, se non solo per aver donato magia agli spettatori.

  2. Stef Atrebil - tramite Facebook ha detto:

    “Rispondere con un rifiuto collettivo sarebbe l’ottimo. Lo Stato non deve fare il drammaturgo e imporre distanze e guanti sul palco. Non si può andare verso un Teatro fatto di reading e monologhi.”

    Questa è anche la mia posizione.

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