Tra passato e presente/ Raimondo Rodia ci accompagna in visita nella bottega artigiana dei fratelli Riso e ci spiega il valore della cartapesta leccese

| 29 settembre 2014 | 0 Comments

L’artigianato è un fenomeno globale, materia di studio, fatto economico, culturale e sociale; capace di ripercorrere i gesti dell’arte popolare, ma è anche in grado di riproporre opere appartenenti a periodi storici di alto valore artistico.

Per secoli, la netta distinzione fra artigianato e arte ha fatto in modo che i due momenti di una medesima operatività venissero etichettati sotto le voci di “ arte “ o ” arte minore “.

Nel Salento l’artigianato, oltre ad essere una fiorente realtà produttiva ed economica, è anche un fenomeno fortemente radicato nella cultura del luogo, tanto da poter essere il simbolo della memoria storica di una terra.

Così, inseguendo considerazioni di questo tipo,  come per incanto, mi sono ritrovato ancora una volta in una bottega di cartapesta di Lecce.

Tante volte in passato mi ero soffermato all’interno, ma o ero di corsa, oppure ero impegnato a descrivere ai turisti la bellezza di queste opere artistiche ed artigianali che sono l’artigianato tipico di Lecce.

Mi piace molto di più quando posso parlare e girare fra i banchi degli amici Riso, tre fratelli che ancora oggi portano avanti questo antico mestiere.

Claudio Riso ed i suoi fratelli sono quasi sempre lì in bottega anche nei giorni festivi, per loro oltre che un lavoro per campare, il mestiere del cartapestaio è una passione da coltivare.

In questi ultimi anni si assiste ad una riscoperta della cartapesta nell’artigianato e nell’arte. Accessibile, leggera, resistente, la cartapesta è un materiale poco costoso con cui si ottengono ottimi risultati in breve tempo.

Se l’arte barocca leccese lega la sua fioritura alla locale tradizione delle botteghe degli scultori-scalpellini della pietra e può essere considerata il risultato di un’autentica espressione popolare, la cartapesta nasce più come impegno religioso in un contesto mistico e pagano.

Nonostante le più antiche tracce risalgano al Seicento, è nell’Ottocento che si ha il culmine del suo fiorire, con una tecnica di lavorazione che è rimasta immutata attraverso i secoli, sino ai nostri giorni.

La cartapesta è un artigianato povero. La realizzazione dell’opera è costituita da carta straccia, lavorata con colla d’amido, con una struttura interna fatta di paglia e fil di ferro si aggiungono il gesso e i colori. L’artigiano, fissate le dimensioni della statua, modella in creta i volti, le mani, i piedi e li fissa nel gesso per lo stampo.

Così cominciano le fasi della lavorazione; dall’impagliatura del manichino attorno ad un asse di legno, nelle grandi statue ed in filo di ferro per quelle più piccole, infisso in verticale in una base, alla modellatura, con stoppa e paglia.

Il manichino viene ricoperto con carta imbevuta di colla d’amido; la statua così modellata viene messa ad asciugare per vari giorni, quindi viene ulteriormente modellata con la focheggiatura, tipico ed originale marchio dei cartepestai leccesi, che poi iniziano con la vestitura e la coloritura.

I prodotti in cartapesta sono ancora oggi quelli classici: statue sacre di varie dimensioni, dove le figure non hanno subito grandi trasformazioni nel corso dei secoli ed i soggetti sono sempre quelli tradizionali. Anche la tecnica è ancora uguale, se si esclude il fatto che i pastori spesso non vengono più dipinti, ma finiti con la cosiddetta focheggiatura. Se pensiamo poi, alla stretta connessione tra questa nostra ricchezza artigianale e il turismo, comprendiamo ancora di più perché è importante mantenere vive le tradizioni artigianali.

Raimondo Rodia

Category: Costume e società

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