XYLELLA. L’ORGOGLIO SALENTINO PORTA LA FIRMA DI TORCHIAROLO

| 14 ottobre 2015 | 1 Comment

di Eleonora Ciminiello_________________  7 del mattino. 13 ottobre 2015. L’orgoglio, il senso di giustizia, la disobbedienza civile, viaggiano su due pullman diretti a Bari, mossi dalle coscienze di agricoltori, liberi cittadini ed attivisti che intendono raggiungere il Consiglio Regionale ed incontrare il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano. Scopo del viaggio avanzare 13 richieste, formulate dal Popolo degli Ulivi, ovvero: aprire la ricerca, bloccare gli espianti, modificare la Legge regionale 41/2014 sul tema degli ulivi, vietare l’uso di fitofarmaci, declassare il batterio XF dalla lista Eppo A1 alla lista A2 con tutto ciò che ne consegue (fine dello stato d’emergenza e abolizione del divieto di reimpianto) , utilizzare i fondi destinati all’Arif per i tagli a favore della ricerca, impugnare il Piano Silletti bis dinanzi al TAR, imporre all’Ufficio Fitosanitario di pubblicare tutte le analisi e i campionamenti prodotti sinora. Allargare la zona infetta verso Nord, comprendendo parte della provincia di Brindisi.

All’arrivo a Bari le forze dell’ordine non credono ai loro occhi: circa 200 persone stanziano dinanzi all’ingresso del Consiglio Regionale, chiedendo di incontrare Emiliano. Un incontro che si muove fra immensa gioia ed amarezza: la prima viene dalla notizia che il Tar Lazio, con decreto 11728/2015, ha sospeso le eradicazioni per i 21 proprietari di uliveti di Torchiarolo, i quali la scorsa settimana avevano ricevuto notifica di espianto. Sino al 4 novembre gli ulivi sono salvi. L’amarezza riguarda le parole di Emiliano: per l’ennesima volta il governatore di Puglia afferma: «Non ho i poteri per fermare il piano».

I cittadini si mobilitano bloccando il traffico a Bari, ma non basta. Non basta a farsi sentire, non basta a mostrare a tutti lo sconforto, la rabbia, la voglia di gridare forte GIU’ LE MANI DAI NOSTRI ULIVI!

La decisione è presa d’istinto ed è accolta da tutti: sulla strada statale 613 Brindisi-Lecce i partecipanti chiedono agli autisti dei due pullman di fare scendere tutti all’imbocco dell’ingresso San Pietro Vernotico – Torchiarolo. L’EPIFANIA HA INIZIO.

Si aprono gli striscioni e attivisti, agricoltori, cittadini impongono al traffico di fermarsi. Dalle campagne arrivano altri cittadini di Torchiarolo: il paese è insorto. Gli ulivi, la vita, la salute NON SI TOCCANO.

Arrivano i bambini sulla strada, bimbi piccoli ed adolescenti che accompagnano i loro genitori: «Il futuro è loro, ed è giusto che siano qui, che imparino a difendere ciò che gli appartiene: è una questione di cultura e di abitudine al senso di giustizia», dice una mamma. Arrivano gli anziani, che urlano più dei giovani. Sono sulla strada a difendere il loro lavoro, la loro storia e tutto ciò che sono e che gli appartiene: GLI ULIVI.

Arrivano le forze dell’ordine che cercano collaborazione non scontro: «Quando una battaglia è giusta e si svolge in maniera composta, noi vi appoggiamo», dice un ufficiale.

Siamo lì, e le auto, i tir, i camion, i pullman fermi dinanzi all’ORGOGLIO DI UN POPOLO suonano. Non si lamentano dell’attesa, suonano a festa. Applaudono la difesa e espongono sui parabrezza ramoscelli d’ulivo. Lo sanno tutti, lo vogliono tutti: il territorio è un bene pubblico e va tutelato.

Il blocco va avanti sino all’imbrunire. Al calare delle luci del giorno il corteo dei manifestanti accetta di lasciare la strada: non perché ha desistito nel lottare, ma perché è consapevole del pericolo che potrebbe provocare un blocco della strada di notte.

Pochi chilometri più avanti le ruspe hanno continuato a lavorare inesorabilmente per tutto il giorno. Trepuzzi non ha ascoltato le urla, non ha ascoltato il rombo del clacson dei tir, in questo paese schiacciato dalla paura e dalla minaccia delle notifiche non sono giunti gli applausi dei turisti che raggiungevano il Salento. Trepuzzi, chiuso sotto una cappa di vetro, non ha sentito e dorme, DORME ANCORA.

Ma gli agricoltori di Torchiarolo e i cittadini attivi provenienti da tutto il Salento, lo sanno, per questa ragione grideranno ancora ed ancora più forte, perché anche nel paese dei dormienti possa suonare la sveglia: essere proprietari della terra, essere proprietari di 10, 100, 1000 ulivi non significa possedere il paesaggio. Essere proprietari degli ulivi significa solo essere titolari provvisori di un bene che è di tutti.

Fra gli ulivi si contano le vittime, ma quando tutto sarà finito i responsabili dovranno pagare, pagare il prezzo della distruzione di un territorio che non appartiene ai singoli, ma al popolo, al Salento, alla Puglia, all’Italia.

La sveglia è suonata ma non per tutti: dal basso Salento sino al confine di Brindisi le ruspe e le motoseghe minacciano d’agire. Quante amputazioni dovremmo ancora subire prima che la Puglia insorga? Quale sarà il prossimo paese colpito dal dito inquisitore del Piano Silletti bis? Reagirà come Torchiarolo o avrà paura come Trepuzzi?

Ogni Patriarca che cade è una storia che muore: quando cadranno tutti non esisteremo più!

 

 

 

 

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Category: Costume e società, Cronaca, Politica

Comments (1)

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  1. Ennio Piccaluga ha detto:

    Questo è l’articolo inviato al quotidiano L’Attacco dal tecnico Domenico Demaio:

    DALL’ACQUA SUL PIANETA MARTE ALLA XYLELLA IN PUGLIA

    Quasi dieci anni fa, il nostro conterraneo di San Severo, ing. Ennio Piccaluga, giornalista, scrittore e direttore della rivista AREA di CONFINE aveva dimostrato, partendo da alcune scientifiche considerazioni di fisica tecnica, che sul pianeta Marte c’era presenza di acqua salata e l’aveva riportato sul suo best seller “Ossimoro Marte”.
    15 giorni or sono, la NASA, a seguito di alcune recenti osservazioni sul medesimo pianeta ne aveva avuto conferma, annunciando effettivamente la presenza di acqua salata.
    Alcuni mesi or sono, a seguito di un incontro con l’ing. Piccaluga, lo scrivente Domenico Demaio, tecnico agronomico e ricercatore nello specifico settore, comunicava che la Xylella, che stava colpendo le piante di ulivo della Puglia, era più il frutto di un deperimento organico delle piante che l’effetto di un accanimento del virus della xylella sulla medesimo ceppo. Dunque le premesse per la malattia e la morte delle piante erano da attribuirsi ad un coacervo di cause tra le quali il virus in questione. Pertanto l’espianto di migliaia di piante per centinaia di metri attorno ai facolai d’infezione era del tutto inutile, come era inutile l’uso massiccio di velenosi fitofarmaci sulle piante stesse che, come si comprende chiaramente, avrebbe causato congrui guadagni alle imprese chimiche del settore ma avrebbe soprattutto danneggiato economicamente gli agricoltori, avvelenando l’ambiente con fitofarmaci venefici che, come si sa, perdurano per decenni nel terreno e vanno anche ad inquinare le falde freatiche.
    In quella occasione l’ing. Piccaluga proiettò il frutto di queste mie ricerche con alcuni post su facebook e con un articolo giornalistico pubblicato dal quotidiano di Foggia “L’Attacco”.
    In quell’occasione feci un’attenta analisi dei danni creati dall’uso di diserbanti nella coltura olivicola, sia per gli effetti velenosi del fitofarmaco sulle radici dell’ulivo, sia per la conservazione di substrato di erbe che si lasciavano nei campi rimasti incolti che diveniva un ottimo rifugio per la sputacchina, vettore della xylella, e per altri insetti vettori di altre malattie della stessa pianta. Riportai anche sommarie indicazioni sulla lavorazioni da eseguire sugli alberi di ulivo e sul terreno, nonché sulle pratiche agricole di potatura e quelle di irrorazione, indicando l’uso di solfati e ramati per contrastare il virus e l’utilizzo di idrossidi per fini di prevenzione ed allontanamento degli insetti della sputacchina ed altri fitofagi. Ciò per prevenire diffusione di fitomalattie trasmessi da vettori entomologici.
    Il 7 ottobre 2015, la Gazzetta del Mezzogiorno, pubblicava un articolo sulla xylella con questa introduzione “Xylella, 400 ulivi rivivono dopo le cure”. Ciò è accaduto in un oliveto in agro di Alezio, dell’azienda agricola Coppola Giuseppe, annunciato dall’agronomo Gabriella Puzzovio. Quali sono state le cure?
    Precisamente quelle prescritte sopra dallo scrivente, con la sola differenza che in quel campo, contro l’insetto portatore, al posto di idrossidi caldamente raccomandato dal medesimo, è stato utilizzato un veleno contro i medesimi a base di Piretro.
    Personalmente resto fermo nel principio che se si vuol ottenere un risultato definitivo si deve passare all’uso degli idrossidi anziché del piretro sia perché gli idrossidi (specialmente di calcio) costano poco, durano a lungo nella prevenzione ed allontanamento entomologico dei vettori, sia perché non avvelenano il terreno e le acque di falda, mentre il Piretro ha un effetto più letale per gli insetti, ma ha anche un più breve effetto di prevenzione che dura solo pochi giorni, rischiando di compromettere i risultati raggiunti con eventuali altre infezioni della sputacchina se non si fanno successivi, numerosi interventi a base di piretrine od altri veleni per qualche anno finché non si spegne il focolaio infettivo in quelle zone.
    Domenico Demaio

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