LA RIFLESSIONE / ECCO S’ AVANZA UNO STRANO POP-UP

| 25 ottobre 2015 | 0 Comments

di Giuseppe Puppo______

Che cosa avrebbe detto Pier Paolo Pasolini – giacché ci siamo, in questi giorni – della pubblicità dei tempi nostri?

Ritornano oggi ancora con più forza di allora, dopo quaranta anni, le lucide polemiche – come non ricordare quella contro i jeans blasfemi? – e le straordinarie profezie che seppe delineare allora, quando di televisione ce n’ era una sola, pure in bianco e nero, esisteva solamente “Carosello”, i giornali mettevano inserzioni misurate, e tutto il resto che ci tormenta adesso non esisteva proprio?

Tanto però gli era bastato per intravvedere nella pubblicità uno strumento del tentativo allora in atto dell’ omologazione, della civiltà dei consumi, come egli le chiamava, mancandogli il termine contemporaneo di omologazione, di dominio, distruzione e asservimento, delle identità e delle differenze.

Il consumismo, così scriveva “è la tendenza, tipica delle economie caratterizzate da un alto livello di benessere, e rafforzata dalle tecniche pubblicitarie, a un uso accelerato di beni anche non necessari, i quali vengono proposti e assunti come simbolo di prestigio sociale“.

Ora, già Epicuro duemilatrecento anni fa parlava dei bisogni indotti che generano infelicità, d’ accordo.

E, sia chiaro, non c’è l’ abbiamo con quella pubblicità corretta e utile che dà informazioni commerciali, quale comunicazione, e che, in varie forme, serve da motore dinamico, soprattutto in momenti di crisi come questo.

Non voglio mica darmi la zappa sui piedi, ci mancherebbe altro: per esempio, la pubblicità è per leccecronaca.it come per altri organi di informazione che hanno rinunciato a contributi pubblici, cioè partitici, è la principale, se non l’ unica, fonte di introiti con cui potersi reggere in piedi.

Ce l’ abbiamo con quella pubblicità che ha finito di essere un contorno, un’ appendice, uno strumento, per i mezzi di comunicazione di massa su cui appare, e ne ha invece assunto il controllo, a tal punto, da limitarne la natura stessa, deteriorarla e diventarne protagonista.

Questo nemmeno Pier Paolo Pasolini avrebbe potuto prevederlo.

Eppure, ci siamo già.

Prendiamo le televisioni.

Oramai è pressoché impossibile guardare, non vedere, guardare, un film, massacrato da interruzioni prolungate e insistite.

Ma c’è di peggio. La pubblicità, sempre più becera e ripetitiva, ha invaso anche gli spazi dell’ informazione e i programmi per bambini, sacri fino a poco tempo fa. Infine, lo schermo stesso viene adoperato per lanciare altre inserzioni.

Tutto ciò – si badi bene – pur in presenza di leggi, che un qualche limite pur ponevano, per arginare l’ invadenza, ma che non si sa che fine abbiano fatto.

L’ ho presa alla larga, me ne scuso.

Vengo subito al motivo di questa mia riflessione.

Vorrei sbagliarmi. Vorrei che quanto ho notato e mi ha fatto riflettere con amarezza, sia dovuto alle mie scarse capacità tecniche, o alle bizze del mio computer: vorrei che si trattasse di un fatto personale, insomma.

Ma temo di no, da quando metto, o tento di mettere la password sulla casella di posta, a quando clicco un link per una ricerca.

Ho visto che da un po’ di giorni a questa parte certi siti sul web, peraltro di informazione, o intrattenimento (e oramai gran parte dell’ informazione e dell’ intrattenimento passa attraverso internet) sono rallentati, nella migliore delle ipotesi, se non bloccati, addirittura, comunque inficiati, resi difficilmente utilizzabili, da una pubblicità sempre più invadente e invalidante.

Menti raffinatissime hanno predisposto meccanismi per cui sei costretto a subire le inserzioni, in luogo di quello che volevi vedere, non solo, ma a volte addirittura le inserzioni stesse annullano e sostituiscono i contenuti, oltre a rendere difficilmente utilizzabili i siti stessi.

Impressione mia?

Credo, e vorrei sbagliarmi, che pop-up, banner e quantaltro come diamine si chiamano simili marchingegni infernali e coercitivi abbiamo già cominciato ad attaccare, limitare, restringere e costringere quello spazio di libertà assoluta che avrebbe dovuto rimanere internet per sempre, per sottometterlo invece al servizio del consumismo, dell’ omologazione, della globalizzazione, e quindi del potere.

 

 

Category: Costume e società

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