LA POLEMICA / CHE CE NE FACCIAMO DI UN ASPARAGO DI FERRO BLU ELETTRICO DAVANTI A SANTA CROCE?

| 7 Febbraio 2016 | 1 Comment

di Luca Fiocca * (architetto, per leccecronaca.it)______

E’ stato inaugurata ieri, sabato, in Largo Santa Croce, l’opera “L’Albero della Cuccagna” dell’ artista beneventano Mimmo Paladino, selezionata dal critico d’arte Achille Bonito Oliva, nell’ ambito di un progetto promosso e sponsorizzato da Art&Co Gallerie, in collaborazione con Expo 2015.

Bisogna premettere che le opere d’arte fin dall’antichità, hanno di continuo allarmato l’opinione pubblica, creando non poche perplessità per via di quelle inevitabili trasformazioni apportate al territorio, oggi denominate impatto ambientale. Le cronache infatti sono ricche di casi nel merito. Si narra, per esempio, di quando Le Corbusier, nel descrivere i suoi lungimiranti progetti sulla città ideale, facesse scappare i presenti a gambe levate, impauriti dall’arditezza di tali opere. Non di meno la torre Eiffel, simbolo di Parigi. Il monumento non è sempre stato apprezzato dai parigini, che all’inizio opposero non poca resistenza alla sua costruzione, poiché non la giudicavano gradevole esteticamente, definendola una mostruosità, e le appiopparono il soprannome di asparago di ferro. Nel 1909 la torre rischiò addirittura di essere abbattuta a causa delle contestazioni.

L’asparago di ferro leccese, fin de siècle, installato sul piazzale antistante la chiesa di Santa Croce, di color blu elettrico, ricorda molto da vicino, anche se in miniatura, il caso analogo accaduto in Francia, e presta il fianco per un excursus su quello che è oggi lo stato dell’arte nel Salento.

Nel 1926 Anatole France racconta sul Pierre Nozìere un aneddoto rivolgendo i suoi apprezzamenti ad un operaio sconosciuto che aveva realizzato un contrafforte nella cattedrale di Notre Dame; l’elemento strutturale, benché costruito postumo rispetto al progetto originale, risultava essere un capolavoro del Rinascimento francese perché l’ignoto scultore aveva concepito l’opera secondo il gusto del suo tempo. L’artista non aveva commesso un falso poiché non aveva imitato lo stile originale del XIV secolo che lo avrebbe indotto sicuramente in errore; ‘più istruito non avrebbe prodotto che una copia insignificante e dubbia, la sua felice ignoranza l’obbligò ad inventare’.

In effetti, in fatto di edifici antichi, sarebbe sempre meglio consolidare che riparare, meglio riparare che restaurare, meglio restaurare che sostituire, meglio sostituire che abbellire. Il progettista vandalo, invece, che non ha ora meno occasioni d’una volta di praticare la sua arte funesta, e che un tempo demoliva per ringiovanire, ora demolisce per invecchiare!

Sono rattristato da restauri ed arredi che snaturano l’anima dei manufatti della nostra meravigliosa terra: contenitori privi di quegli elementi che ne hanno caratterizzato la storia, ridondanti oggi d’oggetti provenienti da ogni dove. Antiquari che s’improvvisano architetti, negozianti in odor di laurea in scenografia, committenti che si assurgono a professori di storia dell’arte: potevano dircelo prima, perché è da cinquecento anni che non nasce un nuovo Michelangelo.

E se da una parte si celebra la magnificenza di certe dimore storiche imbalsamate a dovere, dall’altra se ne vede impotenti la distruzione e l’oblio. Brutte pietre, copie insignificanti e dubbie, prendono il posto di quelle antiche patinate dal tempo e nelle quali palpita la vita dei secoli che sembra rapire chi le contempla. Nuovi e scintillanti basoli, profanazioni legalizzate, adornano le nostre piazze ed i selciati dei centri storici, annullando secoli di storia.

Cosa dire poi di antiche masserie rivisitate da sapienti archistar e trasformate in eleganti harem orientaleggianti, o di palazzi nobiliari che somigliano più a mercatini dell’antiquariato?! Ville principesche che di principesco conservano solo lo stemma di famiglia, perché appaiono come veri e propri bazar. Finte le volte a faccia vista maldestramente recuperate da improvvisate maestranze, finti i pavimenti che ripropongono disegni d’epoca imprecisata, finti gli intonaci premiscelati, finte le tinte bianche che della calce non hanno traccia, finto il mobilio che sembra trovato nelle patatine, finte le pallide giare nelle quali perfino Ali Babà avrebbe ribrezzo a nascondersi con i suoi quaranta ladroni. Tutto è dura ed arida finzione.

Lecce, un tempo definita da viaggiatori e studiosi, la splendida, non è più, ahimè, la Firenze barocca, bensì la Firenze un po’ tarocca.

 

Category: Cultura

Comments (1)

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  1. Carla Di Chia - tramite Facebook ha detto:

    Obelischi, memoria pietrificata delle macchine da festa settecentesche, cioè né più né meno il medesimo senso di molti interventi di Palladino, che ben conosce questa tradizione, certo più campana (vedi i “ceri” di Nola) ma importata anche nel XVIII secolo a Nardò da Ferdinando Sanfelice, qui in versione divertita e divertente, e direi, parecchio ironica, visto che la “cuccagna” che fa sbavare è ferraglia, sfacciatamente distinta da un contesto, pur pesantemente manierista e ultradecorato. Opinione da architetto sblasonato

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