CAFE’ BAROCCO / ANTONIO DIMARTINO, CANTAUTORE TRA SPUTI DI LUNA E INDISPENSABILI UTOPIE

| 10 marzo 2016 | 0 Comments

di Annibale Gagliani______

Quando un cantatore navigato perde la rabbia dei suoi primi passi, diventa la copia sbiadita di se stesso. Antonio Dimartino, penna graffiante della Palermo neorealista, è rimasto coerente con la sua arte, trasformandosi in una versione più matura del ragazzino leader dei Famelika. Certo ha visto l’Italia cambiare vorticosamente davanti ai propri occhi e ciò si è riverberato sul proprio stile espressivo. Dalle corse a perdi fiato per promuovere un demo alle case discografiche di un tempo, fino ad amplificare la riflessione del popolo internauto, che ascolta in pochi istanti le sue scanzonate note indipendenti.

Ha 33 anni questo sognatore che passeggiava per Mondello, osservando le conchiglie più lavorate e intravedendo “schiene di sirene” all’orizzonte. La sua ultima fatica discografica si chiama “Un Paese ci vuole” e il titolo rappresenta una sintesi dei sentimenti contrastanti che attraversano l’artista quando pensa alla sua terra. “Un Paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene…”, eccola la frase intrisa di necessario dolore che ha ispirato il cantautore palermitano. Queste righe, manifesto del sottosuolo interiore di molti italiani del 2016, sono tratte da “La luna e i falò”, opera intensa del poeta torinese Cesare Pavese. Nel cafè preso insieme a noi Dimartino ci ha confessato che la scelta di titolare l’album col pensiero pavesiano (leggermente accorciato) ha due funzioni: quella di esprimere l’incazzatura che “un paese ci vuole e non può mancare” e l’altra di stimolare le giovani genti verso l’esigenza di “un Paese che ci vuole e ha assoluto bisogno di noi”.

All’interno del disco balza fuori un pezzo che farà tanto discutere i bacchettoni della discografia italica: “Niente da dichiarare”. Un brano di strettissima attualità che protesta contro l’approccio dell’Europa verso i poveri migranti. Il trattato di Schengen è tribolato da numerose crepe e la sua stabilità si deve discutere. L”artista siculo sceglie di lanciare una pacifica provocazione con tutt’altra strategia, “senza dichiarare niente”. L’aspetto politico del testo rimanda a una grossa riflessione sul vecchio continente ingessato dalla burocrazia, ormai radicata nella mente e nel cuore dei cittadini. Il canto che egli propone è liberatorio, crescente in ogni singola nota, e rappresenta l’emblema di un’utopia che ci vorrebbe cittadini di un mondo privo di frontiere.

Una pagliuzza nell’occhio di quei malpensanti che cercano di dividere l’Italia e a maggior ragione non concepiscono lo straniero.  “Un Paese ci vuole”, prodotto da Picicca dischi/Sony music, è un mistero da scoprire a cui hanno collaborato con trasporto Francesco Bianconi dei Baustelle e Cristina Donà. Allora cari amici “senza frontiere”, difensori di piccole utopie, appuntamento sabato 12 marzo alle Officine Cantelmo di Lecce per dare spazio alla vostra sana rabbia intellettuale. “C’è tuo figlio che sta correndo, come un dito sul mappamondo, in un cortile di sogni belli, sotto una pioggia senza gli ombrelli, c’è uno sputo di luna…”. Versi suggestivi di “Come una guerra la primavera”, nella speranza che l’unica guerra che uno possa vivere sia quella dei colori di un tramonto impareggiabile.

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