E NEL GIORNO DELLE IDI DI MARZO GLI ANTICHI ROMANI ASPETTANO IL TRAM…

| 15 marzo 2016 | 1 Comment

di Luca Fiocca______

Chissà cos’avrebbe pensato Gaio Giulio Cesare oggi: Tu quoque, Quide, fili mi! (“Anche tu, Quida, figlio mio!”). Si narra che queste siano state le ultime parole da Lui pronunciate in punto di morte (Idi di marzo del 44 a.C.), mentre veniva trafitto dai congiurati, riconoscendo fra i suoi assassini il volto di Marco Giunio Bruto.

E non è un caso, forse, se Raffaele Quida, proprio in questo periodo decida la sua ‘colta’ installazione, ponendo in rilievo la qualità del rapporto che si instaura tra gli oggetti nuovi e quelli vecchi.

Il Nostro ci riporta indietro di circa un secolo. Siamo nel 1914, ai tempi dell’arcano dipinto ‘Enigma della partenza’. Opera pienamente metafisica, a cominciare dal titolo, in cui ricorrono alcuni dei termini di maggior significato nella teoria e nella prassi dechirichiana: l’enigma, il mistero che la lettura dei filosofi aveva insegnato a scorgere dietro le apparenze più consuete, e la partenza, il momento mitico per eccellenza, quello che trasforma l’uomo in eroe, in errante, in esploratore dell’ignoto.

Partenze o arrivi, poco importa. Ciò che conta è comunque l’incedere eterno verso qualcosa che ci sfugge. Verso una dimensione metafisica che lo stesso De Chirico così aveva definito: “Per conto credo che ci sia molto più mistero in una piazza fossilizzata nel chiarore del meriggio che non in una camera buia, nel cuore della notte”. 

Nelle vicinanze, “obelischi, memoria pietrificata delle macchine da festa settecentesche, cioè né più né meno il medesimo senso di molti interventi di Palladino, che ben conosce questa tradizione, certo più campana (vedi i “ceri” di Nola) ma importata anche nel XVIII secolo a Nardò da Ferdinando Sanfelice, qui in versione divertita e divertente, e direi, parecchio ironica, visto che la “cuccagna” che fa sbavare appare come ferraglia, sfacciatamente distinta da un contesto, pur pesantemente manierista e ultra decorato” (Carla Di Chia).

Oggi, nell’anniversario delle Idi di Marzo, agli antichi romani non resta altro che attaccarsi al tram…

 

 

Category: Costume e società

Comments (1)

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  1. Carla Di Chia - tramite Facebook ha detto:

    Ringrazio per la citazione. Transitiamo, si, leggeri ed evanescenti, tanto da svaporare, senza lasciare che segni debolissimi del nostro transito. Mi pongo e pongo una domanda: chi potrà riconoscerci da queste impermanenze come noi riconosciamo gli antichi dalle loro materie pesanti? E se ci ponessimo, magari sussurrandolo all’orecchio degli amministranti, come prioritario il problema di dare dignità all’abitare di chi ha poco o nulla e ha ben poco da transitare o permanere, e provassimo a rendere qualità permanenti quelle implicate dal vivere dignitosamente nella propria città e magari poterci anche respirare?
    E poi ci sono altre opere d’arte permanenti, in questa città, i semafori ‘solari’, dedicati forse ad Apollo, dio del Sole… ma forse solo noi non l’avevamo capito

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