FOCUS / GRANDE ATTESA PER L’ ESITO DEI BALLOTTAGGI / GALLIPOLI E NARDO’, MA POI ROMA, MILANO, NAPOLI E TORINO. MOTIVI E PERSONAGGI DI UNA DOMENICA CHE SI ANNUNCIA DECISIVA

| 17 Giugno 2016 | 0 Comments

di Giuseppe Puppo______

Ultime ore di campagna elettorale – bis per le città interessate dal turno di ballottaggio per l’ elezione del sindaco: che poi qui da noi nel Salento sono le due più grandi, dopo Lecce, e nel resto d’ Italia le quattro principali. E scusate se è poco.

Anche perché è grande l’ attesa per il significato politico che inevitabilmente l’ esito assumerà sullo scenario nazionale.

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Nel Salento, sfide a Gallipoli e Nardò.

Nella prima, è una lotta interna al Pd e ai suoi consolidati apparati di potere, vecchi e nuovi, non solamente per ragioni anagrafiche.

Da una parte c’è Flavio Fasano, 60 anni, legato alla Gallipoli della ‘sinistra degli affari’ dalemiana degli Anni Novanta, sostenuto da una serie di liste ‘civiche’, con cui si è presentato, nonostante una condanna in primo grado a tre anni e sei mesi (legge Severino, se ci sei, batti un colpo), più l’ appoggio di Vincenzo Barba di ‘Forza Italia’; dalla stessa parte, non d’ altra, il candidato ufficiale del Pd, Stefano Minerva, 30 anni, amico del presidente della Regione Michele Emiliano, all’ insegna del ‘rinnovamento’.

Beh, a proposito di Emiliano, che ‘ stasera sarà a Gallipoli per un comizio col suo prediletto, ha studiato da magistrato, e non da politico, ma qualcuno dovrebbe spiegargli che cosa è un uomo delle istituzioni, e che cosa è un uomo di partito, perché, a proposito, e non solo a questo proposito, continua ad avere in testa una paurosa confusione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una campagna elettorale, in questi quindici giorni, perfino peggiore di quella pure da dimenticare del mese precedente, del primo turno: accuse di contiguità con ambienti criminali e infiltrazioni mafiose dappertutto; insulti personali; bassezze da sagra di paese, mica da città rinomata in tutto il mondo, e che d’ estate fa una metropoli di due milioni di abitanti.

Da non dimenticare, invece, il buon lavoro amministrativo fatto al Commissario Prefettizio che ha retto Gallipoli in questi mesi: chissà che non sia una solida base di partenza per la nuova amministrazione.

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Nettamente più interessante la sfida di Nardò, dove la ‘vecchia’ politica degli apparati di potere, degli interessi, dei trasformismi, dei gattopardismi, di centro-sinistra, si è arroccata intorno al sindaco uscente Marcello Risi; e il nuovo è Giuseppe Mellone, che tutti chiamano Pippi.

Trentuno anni, cresciuto nelle fila di Azione Giovani, di Alleanza nazionale, degli anni Novanta, ma con gli occhi rivolti qualche anno ancora più indietro, al missino eretico Pino Rauti, cinque anni fa Pippi si staccò da tutto e da tutti, e mise su un gruppetto di idealisti, che non a caso, ma proprio dal nome della ‘mitica’ corrente rautiana, chiamò ‘Andare oltre’.

E di strada ne ha fatta, indubbiamente. Entrato da solo per il rotto della cuffia in consiglio comunale cinque anni fa, è arrivato adesso al ballottaggio, convergendo su di sé i residui della estrema sinistra e dell’ estrema destra (beh, Pino Rauti sorriderà dalla tomba: in anticipo sui tempi di alcuni decenni, egli fu il primo che teorizzò il superamento delle etichette ‘destra’/’sinistra’); una parte dell’ elettorato del M5s, che alle precedenti elezioni europee e regionali aveva ottenuto risultati ottimi; qualunquisti di ritorno; giovani alla prima esperienza, un mix di entusiasmo e di voglia di protagonismo, dove a darsi la mano non sono più Nietzsche e Marx, ma Berto Ricci e Che Gue Vara.

Travolgerà, lo tsunami Pippi, il Palazzo del potere di pasoliniana memoria? O si fermerà a pochi metri, ritirandosi nello Jonio? Lo sapremo domenica notte.

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Beh, poi c’è Roma, caput mundi della notizia di queste lezioni. Roberto Giachetti, del Pd ‘rinnovato’, ma sempre con i suoi costruttori, Franco Caltagirone in primis, e le Olimpiadi dei sempre Montezemolo di ‘Italia 90’; contro Virginia Raggi, del Movimento Cinque Stelle, e la scommessa dei cittadini che vanno al potere, direttamente.

Comunque, chiunque vinca, sarà notizia, per il mondo intero: un Pd che nonostante tutto e tutti si riconferma e un M5S che non riesce a essere credibile; oppure, un Pd che accusa un duro colpo, il primo vero colpo all’ immagine renziana che si è dato, e un M5S che per la prima volta ottiene un risultato concreto di assoluto valore e prestigio.

Scusate se è poco, scusate se è poco.

Ultime ore bollenti, col candidato del Pd che le ha tentate tutte, ma proprio tutte, andando ad arrampicarsi sugli specchi delle presunte irregolarità lavorative della sua avversaria; e ‘arruolando’ nella sua squadra, in caso di vittoria, quale responsabile della comunicazione, una giornalista come Flavia Perina, una vita col ‘Fronte della Gioventù’, col Msi, con Alleanza nazionale, che non solo non ha declinato gentilmente, ma ha pure accettato: ultimo triste capitolo di queste elezioni romane tutte da dimenticare, per il centro – destra, di quel che ne rimane.

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Ancora più interessante, la sfida di Torino. Perché qui il Pd, l’ ex Pci, comandano da sempre, controllano tutto. Detengono da settanta anni un vero e proprio sistema di potere paramafioso, che controlla istituzioni, banche, assicurazioni, logge massoniche, affari, finanza, industria grande e piccola, sanità, cultura, informazione, volontariato, tutto insomma, proprio tutto, quando dico tutto, dico tutto.

Beh, non solo Piero Fassino non ha vinto al primo turno, come succedeva di solito per il candidato presentato dal partito, ma rischia addirittura di perdere al ballottaggio, contro la candidata del M5S Chiara Appendino, che, mentre il suo avversario aveva già fatto il pieno al primo turno, si è rivolta alla ricerca dei consensi che non aveva avuto quindici giorni fa, fuori dai simpatizzanti dichiarati, o degli a vario titolo interessati, dal fenomeno del Movimento.

Una partita per tutte queste ragioni interessantissima.

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Sì, lo so, poi c’è Napoli, ma Napoli, come sempre, dai tempi di Achille Lauro, o di Antonio Bassolino, fa storia a sé. E comunque qui la partita pare già abbondantemente delineata, con la riconferma dell’ esperienza originale e locale, ma non localistica, perché proiettata su scenari europei, di provincia, ma non provinciale, di Luigi De Magistris, che comunque sempre in chiave ‘anti renziana’ va letta.

Infine Milano. Ora, a dirla tutta, con chiarezza, dei due, uno vale l’ altro, sono praticamente interscambiabili, e l’ uno potrebbe tranquillamente stare al posto dell’ altro, e viceversa.

Però Beppe Sala ha la casacca del centro- sinistra marchiata Matteo Renzi: che vinca, o che perda, sarà una vittoria, o una sconfitta del capo del governo e segretario del Pd; mentre Stefano Parisi tenta di dare credibilità ad un centro – destra che altrove già praticamente non esiste più, con la variante tutta milanese, alla Silvio Berlusconi ancien regime e alla Roberto Maroni vetero leghista.

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Infine, i riverberi che saranno comunque accesissimi, sugli scenari del futuro prossimo: il referendum istituzionale di ottobre,  in cui, se vinceranno i sì, ci terremo Matteo Renzi per un ventennio; mentre, se vinceranno i no, si aprirà una fase nuova, passando da a quel punto necessarie elezioni politiche anticipate.

Lo scontro in atto fra:

– “vecchia politica partitocratica/ comitati di affari/ lobby/ alta finanza internazionale” da una parte;

– e “percezione di una nuova modalità /tentativi di superamento delle oligarchie / sovranità popolare / partecipazione organica dei cittadini” dall’ altra,

e ciò non solamente in Italia, ma un po’ dappertutto in Europa, insomma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Category: Cronaca, Politica

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