“Non piangere per me, Argentina!”…DEBUTTA A BARI IL CELEBRE MUSICAL DI WEBBER E RICE, PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIANO. MALIKA AYANE SARA’ EVITA. RIVIVE PER IL FUTURO LA FAVOLA BELLA DELLA POLITICA CHE SI BATTE PER I POVERI

| 27 ottobre 2016 | 0 Comments

di Giuseppe Puppo______

Venerdì 4 novembre, alle 21, a Bari, al Teatro Team, ci sarà il debutto di ‘Evita’, spettacolo firmato da Massimo Romeo Piparo che presenta per la prima volta in italiano, canzoni comprse, il celebre musical scritto negli anni Ottanta da Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, liberamente ispirato alla vita dell’indimenticabile moglie del presidente argentino Juan Domingo Peron.

Dopo venti anni dalla discutibile edizione cinematografica di Alan Parker interpretata da Madonna, ritorna – per una lunga tournée in tutta Italia, subito dopo la prima a Milano e poi nel periodo festivo al ‘Sistina’ di Roma (nella foto, un momento delle prove) – la figura storica di Evita, che sarà interpretata da Malika Ayane.

 

Un’ occasione per riscoprire, o riscoprire, magari attualizzare, un Mito suggestivo, e bellissimo, capace ancora di offrire concete suggestioni per il futuro, se non altro quale esempio di politica rivolta al popolo, e al popolo degli ultimi, degli esclusi, degli emarginati

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A volte le favole esistono nella realtà. Musical e film hanno insistito sugli aspetti spettacolari e hanno privilegiato gli elementi di fanatismo e di irrazionalità, che pure non mancano, in una vicenda talmente straordinaria, da sembrare incredibile.

Nessuno ne ha tratto però la morale, che è una morale politica.

A cominciare da quel termine, “peronismo” che, se non rimosso del tutto, è diventato di valenza negativa, mentre, al contrario, fu il modello più concreto di ridistribuzione della ricchezza e il tentativo più reale di giustizia sociale.

Ma cominciamo dalla favole.

C’era una volta un villaggio di poche case di campagna, in Sud America, Los Toldos, che cerchereste invano sulle carte geografiche, abitato da contadini poverissimi e sottoposti alle angherie di un feudatario. Non era il Medioevo, siamo già nel Novecento.

Qui, dalla cuoca della «fazendas» del proprietario terriero, di lui figlia illegittima, nel 1919 nacque quella che sarebbe diventata la personalità politica più carismatica mai apparsa sulle scene del mondo, a incarnare l’immagine della speranza del suo popolo alla redenzione sociale, non nell’ aldilà, ma già su questa terra, se non altro a un’esistenza meno miserabile e meno sofferente.

Eva Maria Duarte era una bambina inquieta e vivace. Un giorno, trafficando in cucina, si rovesciò una pentola di olio bollente sul viso: le rimase così una carnagione pallida.

Andava sempre di fretta, in un vitalità incantata, quasi magica. “Voglio affacciarmi al mondo come chi si affaccia a una collezione di cartoline“, spiegò alla madre.

Sensibile e intuitiva, correva incontro al suo destino, convinta che il tempo fosse l’unico suo nemico. A quindici anni, Cenerentola andò via di casa e si stabilì a Buenos Aires, dove cominciò a fare la ballerina nel locali notturni.

Intanto il suo Principe Azzurro aveva fatto l’accademia militare in Italia, dove apprezzò le realizzazioni di carattere sociale del fascismo. Tornato in Argentina, aveva fatto una carriera talmente rapida e brillante da essere nominato ministro del lavoro dalla giunta militare, una delle tante che periodicamente si alternavano al potere.

Si era sul finire del 1944, quando il destino accelerò il suo corso.

Una di quelle notti l’intelligente e ambizioso Juan Domingo Peron andò al night e trovò l’ amore. L’attrazione fu irrefrenabile e l’unione divenne solida quanto proficua.

Evita si tinse i capelli di biondo e cominciò a incidere sui progetti del suo Principe Azzurro, con il quale sarebbe di lì a poco entrato nel castello incantato, la mitica Casa Rosada.

Quando si rammollisce, lo risveglio io con un calcio!” confessò più volte in seguito, diventata sua moglie.

Aveva già comunque egli intuito che un regime non poteva reggersi sulla forza delle armi, come era sempre successo là, ma che aveva bisogno del consenso popolare, come invece non era successo prima.

Esercitando in maniera innovativa la sua carica istituzionale, aveva fondato un sindacato, che sarebbe diventato successivamente l’omonimo partito.

Promise al lavoratori quella giustizia da sempre a loro negata, e ai disperati quella dignità a loro sempre rifiutata.

La sua popolarità crebbe rapidamente a tal punto che i colleghi militari, un po’ impauriti, un po’ invidiosi, lo fecero arrestare nell’ estate del 1945.

Quando la notizia si diffuse, trecentomila lavoratori, pronti a tutto pur di liberare il loro leader, si radunarono a Buenos Aires, per ascoltare la parola della moglie, che li aveva prontamente mobilitati.

Faceva molto caldo quel giorno.

Aspettando il comizio, qualcuno cominciò a togliersi la camicia, subito imitato dagli altri.

Nacque così quel giorno il mito dei “descamisados” e insieme ad esso il mito di Evita.

Il regime militare dovette cedere alle pressioni della piazza e liberare Peron.

Nei pochi anni in cui rimase al potere realizzò buona parte del suo programma “giustizialista”: i lavoratori ebbero una legislazione che li tutelava, le ferie retribuite, l’indennità di malattia, la tredicesima mensilità, l’assistenza continuativa; i disoccupati trovarono lavoro; alle donne furono riconosciuti i diritti sociali, compresi quelli elettorali.

Valorizzò la produzione autarchica di grano e di carne e ridusse la preponderante influenza britannica sull’economia argentina.

Esautorò dai centri di potere decisionale la vecchia oligarchia e favorì l’ascesa della nuova piccola e media borghesia rappresentata dai figli degli immigrati, soprattutto italiani.

Non si scordò della sua patria di adozione, dove era stato educato, né di essere presidente di uno Stato – l’Argentina -che da tantissimi lavoratori italiani era stato fecondato: quando Alcide De Gasperi lanciò una richiesta di aiuto per gli Italiani affamati dell’immediato Dopoguerra, Peron mandò navi cariche di carne e di grano.

Nell’estate del 1949, inoltre, Evita soggiornò a Bordighera: e ancora oggi il lungomare della ridente località della riviera si chiama “degli Argentini”.

Contemporaneamente, in patria “la presidentessa” si incaricava personalmente di far costruire dappertutto case, scuole, ospedali, centri di assistenza per la maternità e l’infanzia.

Spediva in ogni angolo del vasto territorio argentino treni carichi di dolci, giocattoli, vestiti.

Riceveva ogni giorno alla Casa Rosada i bisognosi e nessuno se ne andava a mani vuote: fosse pure una dentiera per gli anziani, un abito da sposa per le signorine.

Poi il destino si compì.

Nel 1954, di fronte a un milione di descamisados che l’ acclamavano e che l’avrebbero voluta vice-presidente, Peron disse alla moglie che non poteva accettare e, alla sua richiesta di spiegazioni, le rivelò il terribile segreto, a lei ancora ignoto, di cui egli era invece già a conoscenza: le era venuta una forma inguaribile di cancro e le restavano oramai pochi mesi di vita.

La malattia ebbe infatti un decorso rapido e maligno, senza che nessuno potesse fermarla, tanto meno i tentativi di esorcismo messi in atto un po’ dappertutto.

Evita fu costretta a letto, fra atroci sofferenze e mori dopo pochi mesi, alla fatidica età di trentatré anni, il 26 luglio 1954.

Nel testamento stabilì che tutti i suoi beni fossero usati per aiutare il popolo argentino.

“Don’t cry for me, Argentina”, come nel titolo della celebre canzone nel musical di Webber&Rice…Aveva invocato l’Argentina di non piangere per lei.

Ma tutta l’Argentina la pianse a lungo.

Era stata prontamente imbalsamata e da morta sembrava ancora più bella.

Rimase nella camera ardente per tredici giorni: tutti vollero baciarla, o almeno sfiorarla con un dito.

La gente singhiozzava senza ritegno per strada; nelle città e nei villaggi si batteva il petto e si strappava i capelli senza pudore.

Le lunghe esequie furono letteralmente ricoperte di fiori, rose in prevalenza.

L’imperatore del Giappone fece bombardare di crisantemi i viali di Buenos Aires da aerei appositamente mandati in estremo e grandioso omaggio.

Il cadavere di Evita venne conteso fra gli ammiratori, che avrebbero voluto deificarla e chi invece, certi settori delle forze armate, per sete di potere, lo voleva far sparire, per liberarsi dell’ ingombrante fardello: Peron si era messo contro taluni ufficiali e taluni vescovi.

A Roma, in Vaticano, fra l’ altro, giunsero in due anni quattrocentomila lettere di Argentini che, adducendo prove della santità della loro amatissima venerata, ne chiedevano la rapida beatificazione ufficiale.

Nel 1955 un golpe rovesciò Peron, odiato da militari nemici.

Non si rivolse al popolo, come avrebbe potuto fare con sicuro successo, per rimanere al potere, ma, onde evitare una sanguinosa guerra civile, preferì andare in esilio.

A Madrid gli fu riportata nel 1974 la salma della moglie, sepolta nel frattempo a Milano sotto falso nome ed egli stesso la riportò a Buenos Aires nel 1974, quando ritornò al comando della nazione, sia pure per poco, giusto prima di morire.

Ma la favola bella era già finita.

Evita riposa in pace nel cimitero de la Recolata della capitale argentina.

Ancora adesso ogni giorno c’è qualche anziana signora che continua a piangere per lei.

 

 

 

 

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