LA SANITA’ PUBBLICA FRA STATO E REGIONI, VEDIAMO LE QUESTIONI SU CUI VOTARE IL PROSSIMO 4 DICEMBRE

| 1 novembre 2016 | 0 Comments

di Stefania Isola * (avvocato- per lecceronaca.it)______

Con il prossimo referendum costituzionale i cittadini dovranno esprimersi principalmente sulla riforma del Senato (con la fine del bipolarismo perfetto e il nuovo modo di approvare le leggi) e il nuovo rapporto tra Stato e Regioni.

Il rapporto tra Stato e Regioni è attualmente regolato dal titolo V della Costituzione e chi vuole riformarlo vuole promuovere un nuovo accentramento dei poteri, modificando sostanzialmente il cosiddetto federalismo.

L’attuale titolo V inserisce la sanità in questo rapporto facendo sì che lo Stato scriva i principi generali e lasci alle Regioni la potestà legislativa.

Nei fatti questo ha significato che dal 2001, anno della precedente riforma, si siano formati 21 sistemi sanitari diversi; ogni Regione ha creato, infatti, un proprio sistema sanitario decidendo quali prestazioni o servizi erogare a pagamento o gratuitamente.

“Forse per molti è difficile capire il funzionamento tecnico tra Camera e Senato, – ha detto il ministro della salute Lorenzin – il Titolo V invece viene vissuto dalla gente quotidianamente, soprattutto per la parte sociale e sanitaria”. Il nuovo testo cambierebbe in maniera più rigida le rispettive competenze di Stato e Regioni.

“Dal 2001 in poi ci sono stati numerosi contenziosi per quanto riguarda le norme concorrenti. Pensiamo quante leggi che riguardavano il sociale e la salute sono state impugnate. Con il nuovo testo – dichiara la Lorenzin – la materia non è più concorrente ma esclusiva: la funzione organizzativa è in mano alle Regioni e le norme generali per la salute, il sociale e la sicurezza alimentare in mano allo Stato. Si potrà ad esempio decidere un unico modello di piani diagnostici terapeutici da applicare in tutto il territorio. Il paziente ha lo stesso tipo di protocollo di cura in tutte le regioni. Oggi addirittura assistiamo a singole regioni in cui le aziende hanno Pdta (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale) diverse in Asl diverse. Immaginiamoci l’autismo o la neuropsichiatria, temi caldissimi per cui essere in un territorio piuttosto che in un altro oggi dà diritto a terapie diverse. Un altro esempio concreto è l’accreditamento: oggi ognuno fa accreditamento con norme diverse, ci potrebbe essere un unico modello valido per tutti”.

In realtà le prospettive non sono così chiare.

Se la riforma costituzionale del 2001 aveva lo scopo di avvicinare le amministrazioni al cittadino, in realtà si è rivelata fallimentare per quanto riguarda la gestione finanziaria.

Se consideriamo i Livelli essenziali di assistenza (Lea), ovvero i servizi e le prestazioni minime garantite dallo Stato e che sono uguali in tutta Italia, questi rappresentano la maggior parte dei fondi che lo Stato eroga alle Regioni, soprattutto per finanziare gli ospedali. I Lea sono stabiliti dal governo ma sono le Regioni che li applicano e che possono decidere, avendone le risorse, di fornire servizi aggiuntivi. Tale gestione genera 21 sistemi sanitari diversi in base, sostanzialmente, alle finanze regionali.

Le Regioni, in questi 15 anni di federalismo sanitario, hanno gestito in modo pessimo le risorse se si tiene presente il numero elevato di scandali per corruzione e inefficienza negli appalti indetti per garantire i Lea.

Dal 2012 si è cercato di rimediare questo processo attraverso la Gestione sanitaria accentrata (Gsa), cioè attraverso un centro di responsabilità regionale che tenesse i conti in ordine.

Le Regioni dovevano certificare la regolare tenuta dei libri contabili attraverso un ente o un responsabile imparziale.

Ma ciò, in realtà, non è avvenuto.

Le spese sono, poi, un altro punto dolente.

Un sondaggio gastrico in Campania costa poco più di 6 euro, in Piemonte più di 120. Una garza costa al Piemonte 3 euro, alla Sicilia quasi 9.

Il problema è generato dalle gare d’appalto dove dominano corruzione e clientelismo e se la questione sembrava essere risolta con le Centrali uniche di committenza che uniformassero i prezzi per un dato territorio, l’obiettivo non è stato mai raggiunto.

Addirittura nel 2015 sono state censite circa 32mila stazioni appaltanti presso un organo centrale, il Consip. Le stazioni appaltanti erano, in media, quattro per ogni singolo comune d’Italia e solo negli ultimi anni il governo ha cercato di portare questo numero, a dir poco esagerato, a circa 35. L’autonomia regionale dettata dall’attuale titolo V rimane un ostacolo a questa semplificazione.

Con la riforma del governo viene eliminata la competenza concorrente, aggiungendo alla competenza esclusiva dello Stato le “disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare”, mentre spetterà alle Regioni solo la “programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali”.

In altre parole, lo Stato deciderà e le Regioni si occuperanno solo di mettere in pratica tali decisioni.

I sostenitori del sì pensano di eliminare così tutte le distorsioni viste ed il premier ha sintetizzato tali ragioni affermando che “con il referendum si decide se lasciare tutta la sanità alle Regioni oppure dare stessi diritti a tutti i cittadini”.

Con tale centralizzazione verrebbero imposti (nel medio periodo) dei prezzi standard nelle forniture di servizi e prestazioni.

I detrattori sostengono che le novità della riforma non potranno modificare la situazione attuale.

La prima ragione è dovuta al fatto che, ormai, il livello di servizi e prestazioni non è più gestito dalle Regioni, ma è deciso dal ministero dell’Economia, attraverso i fondi che decide di stanziare (o di tagliare) alla sanità pubblica.

In secondo luogo, la riforma del 2001 del Titolo V voleva superare un centralismo che già aveva prodotto danni notevoli e quindi sarebbe un ritorno al passato.

Il terzo motivo del no si riferisce al fatto che, comunque, la programmazione e organizzazione della sanità locale rimarrebbe a livello locale: come oggi, lo Stato darebbe disposizioni generali e le Regioni si occuperebbero di metterle in pratica.

Cosa accadrà non è lecito saperlo ma sicuramente “le due più grandi sventure nella vita sono una cattiva salute e una cattiva coscienza”.

Category: Costume e società, Cronaca, Politica

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