IL ‘TERRA ROSSA’ SUGLI INDAGATI PER LE OCCUPAZIONI

| 24 Gennaio 2017 | 0 Comments

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Il ‘Collettivo Terra Rossa’ ci manda il seguente comunicato______
Ci giunge notizia di quattro nuovi indagati per l’esperienza del secondo Terra Rossa, nato dalla liberazione dell’edificio inutilizzato dell’ex-Inpdap oggi di proprietà Inps. Questi quattro si aggiungono ai tre già indagati per l’esperienza del primo Terra Rossa, nato dalle ceneri dell’ex-asilo Angeli di Beslan di proprietà comunale.

I reati imputati sono sostanzialmente due: invasione e danneggiamento.

In realtà, l’espressione “danneggiamento” ci fa sorridere. Se ripulire due edifici abbandonati e, almeno in un caso, lasciati in balia di vandali e spacciatori, se disinfettare gli ambienti, riparare bagni divelti con l’aiuto volontario di cittadine e cittadini residenti interessati alla riqualificazione del proprio quartiere vuol dire “danneggiare”, allora siamo proprio degli sciocchi, visto che eravamo convinti che la nostra azione fosse in realtà riparatrice di “danni” commessi da altri con responsabilità manifesta da parte di amministratori disinteressati alla gestione sociale dei beni comuni e piuttosto attenti a costruire le proprie sacche di clientela per riprodurre la propria posizione di potere all’interno di questa città.

Quanto al reato di invasione (art. 633 del codice penale), la sua origine storica ci dà il senso della sua portata repressiva e antisociale. Fu infatti introdotto dal legislatore fascista nel 1930 per reprimere il fenomeno delle occupazioni delle fabbriche e delle terre da parte di operai e contadini che chiedevano lavoro e condizioni di vita dignitose nell’epoca della grande depressione economica e tornò in auge negli anni Sessanta contro gli studenti medi e universitari che si mobilitavano per una trasformazione in senso progressivo della società di allora.

Oggi tale reato viene invece utilizzato per reprimere le pratiche di auto-organizzazione e autogestione sociale per il bene pubblico.

Rispetto all’atto dell’occupazione, il codice penale fa esplicito riferimento all’intenzione di chi occupa di trarre beneficio o profitto da questa azione “illecita”. Centinaia di cittadine e cittadini che hanno frequentato entrambi i Terra Rossa potranno confermare che il concetto di profitto era del tutto estraneo alle pratiche di chi, sacrificando le proprie esistenze individuali, ha dato quotidianamente corpo a quelle esperienze autogestionarie.

Decine di iniziative culturali e di mutualismo sociale, i corsi della Università popolare tenuti da eminenti professori della Università del Salento, le lezioni di musica, il circo per bambini, lo spazio ludoteca e il doposcuola, una biblioteca sociale, il veterinario e medico sociale, l’ufficio di patronato a cura di un sindacato, il sostegno alle tante forme di disagio sociale in una città dove ancora si muore di povertà; tutte attività svolte da volontari in forma totalmente gratuita e anche per questa ragione sostenute da un’ampia porzione di opinione pubblica.

La realtà dei fatti è un’altra. Il Terra Rossa, per quanto inedito in una città come Lecce, rientra nelle tante pratiche di welfare alternativo che in tutta Italia i cittadini mettono in campo di fronte al ripiegamento dello Stato su un terreno di mera gestione delle compatibilità dettate dai mercati finanziari e dai soggetti che ne sono protagonisti. In molti casi tali esperienze sono sostenute se non sollecitate dagli amministratori locali.

A Lecce questo non è successo. Al contrario, pur d fronte alla reiterate richieste di incontro e collaborazione, l’amministrazione comunale si è posta di traverso, sollecitando l’intervento della magistratura. Troppo grosse le contraddizioni che avevamo fatto emergere con la nostra azione di disobbedienza civile, troppi imbarazzi in una classe politica interessata ad affrontare una campagna elettorale che non venisse turbata da pratiche di opposizione sociale.

Meglio lasciare gli spazi pubblici in balia del degrado e riportarli allo stato di abbandono da cui erano stati liberati, piuttosto che consentire l’esistenza di esperienze di solidarietà attiva che dimostrano in realtà l’inefficienza amministrativa di una classe politica che oggi chiede le si venga confermato un consenso a-critico.

Hanno paura, vanno in trepidazione quando sentono parlare di autorganizzazione, autogestione, di donne e uomini liberi che acquisiscono coscienza di sé e dei propri bisogni, cercando autorappresentare i propri interessi e smascherando le contraddizioni attorno a cui il sistema di dominio si consolida.

Dal canto nostro continueremo a perseguire una società di eguali sollecitando una società cooperativa, fatta di solidarietà e non mera competizione individualistica. Continueremo a lottare contro un sistema economico violento e una classe politica ad esso subalterna. Continueremo a perseguire una società dove il libero sviluppo di ciascuno sia condizione del libero sviluppo di tutti.

Ma questo non potremo farlo da soli, abbiamo bisogno dell’aiuto di tutte e tutti i cittadini che hanno sostenuto la nostra opera, a partire dalle centinaia di donne e uomini che hanno frequentato le nostre attività e si sono indignati quando quella grande esperienza di libertà è stata bruscamente interrotta.

Affrontare una inchiesta giudiziaria, per quanto ingiusta, purtroppo presuppone dei costi, per questa ragione chiediamo di supportarci in questa battaglia come avete fatto in passato, sostenendoci anche finanziariamente per coprire le spese legali.

A questo proposito abbiamo deciso di lanciare una raccolta fondi straordinaria convinti che il vostro sostegno non mancherà neanche questa volta.

 

 

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