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“FILUMENA MARTURANO” AL VERDI DI BRINDISI: LA FAMIGLIA COME INSEGNAMENTO, NAPOLI COME DONO E TRE LACRIME LUNGHE VENTICINQUE ANNI PER UN ANELITO DI FELICITA’

| 2 febbraio 2017 | 0 Comments

di Annibale Gagliani______

Sono corsi in maniera fulminante, ma non impercettibile, ben settantuno anni da quella prima volta: 1946, anno di pace, di agognato suffragio universale femminile e di vita con la “v” maiuscola: Eduardo De Filippo termina la stesura di Filumena Marturano, commedia in tre atti che verrà poi inserita nell’eccelsa raccolta Cantata dei giorni dispari.

Primo febbraio 2017, tra smartphone, i pad e console di videogame cannibali non è semplice convincere il popolo, un tempo sovrano (forse), a calcare i corridoi placidi del teatro per gustarsi una necessaria lezione socio-sentimentale comodamente in poltrona: è un’epoca bislacca, ebbene si.

Eduardo dopo il 1984, anno della sua scomparsa, c’è stato sempre, in ogni regione, sulla bocca di ogni cittadino culturalmente valido, in ogni teatro che si rispetti. E il Nuovo Teatro Verdi della cittadina marinaresca – tanto cara a Virgilio – ne è un distinto esempio.

Liliana Cavani – cognome che tanto fece sussultare il Vesuvio in un mondo parallelo – ci ha provato a restituire al pubblico una Filumena Marturano semplice, di certo non da novelle heure, ma di sicuro dall’impatto emozionale inossidabile. Scenografia sobria e cooperativa, come Eduardo comandava, cast eterogeneo e succoso, come l’immemore tradizione napoletana germogliata al San Carlo richiede con intatto ardore.

Domenico Soriano, don sciupafemmene, sarto dai facili denari, scapestrato doc dell’opera, è stato interpretato con arguta esperienza e sedicente precisione dal buonissimo Geppy Gleijeses, vecchio lupo di teatro che in tutta maestria ulula da anni sui prosceni dell’Italia intera.

Gli altri buoni attori del cast meritano sicuramente un plauso: Nunzia Schiano, Mimmo Mignemi, Ylenia Oliviero, Elisabetta Mirra, Fabio Pappacena, Eduardo Scarpetta, Gregorio Maria De Paola e Agostino Pannone.

E Filumena Marturano? Raramente capita di focalizzare l’attenzione in una recensione dedicata al prodotto culturale di turno interamente sul singolo personaggio, ma in questo caso l’eccezione l’avrebbe chiesta anche Eduardo, i’m sure. Mariangela D’Abbracio ha personificato in maniera perentoria le sofferenze e le contraddizioni di Filumena, donna cresciuta a niente, calci nel sedere e incapacità di sfogare il proprio male. Fu costretta a cadere nelle braccia di molti “masnadieri dell’amore” per poter garantirsi la sopravvivenza e questo le portò tre figli da tre padri diversi, creature che dovette abbandonare per incapacità economiche.

Uno dei padri fuggenti era proprio don Mimì, che decise di portarsela a casa, di averla affianco sia per le funzioni amorose che per quelle canoniche della vita mondana, ma tradendola regolarmente con donne più giovani. Filumena ingoiò trecentocinquantamila rospi nei venticincque anni di anti-vita versati in quella casa avvenente, ma con savoir faire riuscì a rubare pecunia al compagno per destinarli segretamente ai propri figli che mai avevano conosciuto la madre. La protagonista cercherà di sposare con l’inganno don Domenico – che non ci pensava affatto a convolare a nozze – e di far riconoscere legalmente i tre figli “sconosciuti” sotto il cognome di Soriano.

Impresa ardua quella di donna Filumena, ma il finale, se non conoscete l’opera, di certo non lo saprete in queste righe.

Mariangela D’Abbraccio è stata travolta dal fiume in piena del linguaggio dialettale napoletano, di per sè teatrale all’ennesima potenza, e che riesce sempre a trasmettere puri sentimenti.

Trascinante, una maschera fortemente leale. Il registro utilizzato è impeccabile, lo stile narrativo, miscelato al look proposto, ha rispedito il pubblico direttamente in quel dopoguerra filo-americano di sogni a basso costo e amarezza ad altissimo prezzo. La mimica tragica, i movimenti lineari e mai banali e sourtout una forza ammirevole nei momenti chiave dell’opera (vedi il caldo asfissiante percepito dalla protagonista nel mare dei ricordi, oppure i colpi sferrati sul tavolo nelle decisive discussioni) hanno portato i presenti a sedersi nel salotto di casa Soriano e a partecipare con timore reverenziale ai litigi.

All’uscita i paganti hanno avuto un univoco sentimento mentre percorrevano le pensierose scalinate del Verdi: io amo davero i miei figli tutti allo stesso modo? I miei genitori mi amano davvero? Cosa c’è di più del valore della famiglia?

«’E figlie so’ figlie e so’ tutt’eguale!».

Ecco la key phrase dell’opera, quella che è rimasta scolpita nelle coscienze di chi ha gustato il grande classico.

Filumena morirà? Si avrà una sola famiglia composta da due coniugi spigolosi (ma complici), tre figli già uomini e tre servi umoristicamente saggi? Scorpitelo, se non lo avete già fatto.

Intanto Titina De Filippo, Regina Bianchi, Pupella Maggio, Valeria Moriconi, Isa Danieli, Lina Sastri e Mariangela Melato hanno finalmente una degna erede: Mariangela D’Abbraccio.

E poi arrivò Godot, sezione speciale del nostro irrinunciabile Cafè Barocco, per l’occasione assaporato su una terrazzina abusiva di via Toledo, valuta con un 7,5 la versione di Filumena della talentuosa regista Liliana Cavani. Alla super protagonista D’Abbraccio scriviamo un 9 pieno, lastricato di mille emozioni, sul nostro oculato registro artistico-culturale.

«Dummì,

o’ bello de’ ‘figlie l’avimmo perduto…

‘Figlie so chille che se teneno mbraccia,

quando so’ piccirille ca te danno preoccupazione

quanno stanno malate e nun te sanno dicere che se sénteno…

che te corrono incontro cu’ è braccelle aperte, dicenno: “Papà” …

Chille ca’ è vvide venì d’ ‘a scola cu’ ‘e manelle fredde e ‘o nasillo russo e te cercano ‘a bella cosa…».

 

Grazie Mariangela per la tua potente passione; buona giornata caro Eduardo, ovunque tu sia.

Category: Costume e società, Cultura, Eventi

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