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LA COSCIENZA DI ZEMAN

| 17 febbraio 2017 | 0 Comments

(g.p.)______ Anche a Lecce Zdenek Zeman ha lasciato il segno ed è ancora nel cuore di tutti.

Il calcio di per sé è un gioco semplice nelle sue dinamiche. Durante i novanta minuti della partita, senza usare le mani, portiere a parte, dieci giocatori devono costruire un’azione, tenendo palla, con ciò impedendo anche l’iniziativa agli avversari, per “ficcarla” in un modo o nell’altra nella porta avversaria e segnare, per vincere, almeno un gol in più degli altri.

Anzi, lo era.

Negli ultimi anni, soprattutto per le evoluzioni superiori delle tattiche di gioco, al di là degli aspetti propriamente tecnici individuali, in realtà il calcio è diventato oltremodo complicato.

Poi però magari succede che, con tutte le tattiche e tutte le tecniche di questo mondo, una partita si decide perché c’è un rimbalzo anomalo del pallone che favorisce l’uno anziché l’altro, o perché un tiro che sbatte sul palo finisce lo stesso in porta, anziché schizzare fuori: ma questo rientra nelle contraddizioni del calcio, nei suoi misteri gloriosi, di cui l’imprevedibilità e la casualità sono i maggiori e i più affascinanti.

Rimangono comunque la complicata gestione della squadra e la complessa organizzazione del gioco, di cui è responsabile l’allenatore.

Negli allenatori di calcio ci sono stati e ci sono tanti personaggi per tante ragioni affascinanti e assai amati, seguiti, anche discussi.

Ma ce n’è uno che più degli altri è da molti amato, con straordinaria intensità, di là della squadra per cui di volta in volta lavora e da qualche altro ferocemente detestato; uno solo che oltre a essere un tecnico del calcio è, partendo dal mondo del calcio, anche- direi: soprattutto- un intellettuale, non solo, ma uno degli ultimi intellettuali rimastici, capaci di prevedere, illuminare, affrontare le questioni, le dinamiche, le situazioni sociali.

***

La grande popolarità del calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie, o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio oggi è sempre più un’industria e sempre meno un gioco”.

Già, il suo gioco, il proprio credo calcistico: il mitico modulo 4-3-3, che segna la disposizione in campo dei giocatori e li predispone ad una spiccata vocazione offensiva, all’attacco, perseguita con azioni effervescenti, spumeggianti e incisive; con triangolazioni semplici e rapide; con la vicinanza costantemente mantenuta fra i reparti, la così detta “squadra corta”, capace in pochi secondi di capovolgere l’azione e arrivare nella porta avversaria.

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E’ il 1989 quando lo richiamano a guidare il Foggia, appena ritornato in serie B.

Non sarà uno solo: cominciano gli anni di Zeman, quelli della sua vera affermazione, con gli esiti del suo credo calcistico migliori, rimasti insuperati.

A Foggia gli inventarono un neologismo, rimasto nella lingua ancora oggi: “zemanlandia”, la favola di un gioco divertito e divertente, l’affermazione del calcio-spettacolare, che entusiasma e infiamma, diventata realtà.

Non mancarono i risultati. Con quella squadra di perfetti sconosciuti, la squadra vinse subito a mani basse il campionato di serie B e per tre anni si salvò non solo, ma ottenne lusinghieri piazzamenti, in serie A.

Altro che amalgama, dopo pochi mesi quel Foggia giocava a memoria, a occhi chiusi.

Asfissiava i disorientati avversari con pressing puntiglioso e aggressivo, rubava palla e innescava micidiali ripartenze. Sempre all’attacco, naturalmente: quando passava in vantaggio, non si preoccupava di difenderlo, ma di incrementarlo.

Metaforicamente, poi, il calcio come possibilità di riscatto, come promessa di leale affermazione, e di purificazione.

Il grande pubblico calcistico vide il Foggia di Zeman e si stropicciò a lungo gli occhi.

Alcune giocate collettive sono rimaste nella memoria indistruttibili.

Dalla propria area di rigore, sulla difensiva, conquistata palla per un tackle o un rimbalzo, quel Foggia, in pochi secondi, con due o tre triangoli disegnati dalla geometria dei passaggi veloci e degli agili “marcamenti” in proiezione offensiva, arrivava a mettere sotto la porta avversario un suo attaccante, al quale non rimaneva che indirizzare a rete l’ultimo passaggio filtrante.

Roba da non credere, appunto, da favola, eppure tutta vera.

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Ci sono sostanze che vengono definite dopanti e io, pur non essendo un medico, capisco che se non si prendono non ci si dopa. Tutto però dipende dalla definizione che si dà a certe sostanze. Per essere più chiaro, insomma, dico che ci sono altri farmaci che andrebbero inseriti in quell’elenco.

Al di là di tutto, io mi rivolgo ai ragazzi che fanno sport e a loro raccomando di non prendere alcun tipo di farmaco, perché se uno è sano non ha bisogno di prendere certe pillole a settimana e di farsi le flebo.

Del resto il discorso è semplice: dato che si presume che uno che fa sport è sano, non vedo perché debba prendere medicine. 

Soltanto se è malato uno si cura; se sta bene, non deve curarsi. 

Io non volevo denunciare niente, ho soltanto detto certe cose, ho espresso un mio parere, perché, per quello che mi arriva, so che nel calcio si usano troppi farmaci. 

Se fossi a conoscenza di qualche caso particolare, lo denuncerei immediatamente. E non penso di essere stato il primo a tirare fuori certi discorsi: anche in passato c’è stata gente che ne ha parlato, forse non è stata ascoltata. 

Mi sembra che negli ultimi tempi tutti hanno dichiarato che danno delle cose ai giocatori. 

Il problema principale di molte società oggi è quello di trovare un bravo farmacologo. 

Io come allenatore mi rifiuto di pensare che, invece di far fare due giri di campo, ad un giocatore do una pillola. 

Mi ripugna questo. 

Se a me ogni settimana arrivano decine di depliant di case farmaceutiche che pubblicizzano questo o quel prodotto, e mi viene assicurato che la usano la squadra x e la squadra Y e che migliora di un 50%-60% il rendimento, io sostengo che tutto questo non è morale. 

Quali squadre? Quasi tutte quelle di serie A”.

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Lo ammetto: se posso, preferisco allenare una squadra del Sud. Qui, più che altrove, la passione sopravvive alla svendita dei sentimenti, all’ipocrisia di quel gran carosello industriale che è diventato il calcio e un po’ pure la nostra vita. E se a volte al Sud si eccede, non importa: meglio un peccato d’entusiasmo, che il purgatorio dei contabili”.

Nell’estate del 2004, sulla panchina del Lecce, del Presidente Semeraro e del direttore sportivo Corvino, ottiene però di nuovo un’opportunità in serie A.

Non se la lascia sfuggire.

Il campionato di serie A 2004-2005 del “Lecce di Zeman”, come si comincerà a dire in un tutt’uno, è una stagione per tante ragioni memorabile.

E’ il trionfo, la sublimazione dello zemanismo, ecco.

Nel senso che si rivede per molti tratti zemanlandia.

A Lecce i tifosi non credono ai loro occhi. Abituati a salvarsi con l’acqua alla gola, a subire in difesa, a patire di stenti, a salutare un proprio gol come un evento, si ritrovano: un attacco stratosferico che segna a ripetizione e una squadra che impone il proprio gioco a tutti, che fa spettacolo e diverte, con giovani che emergono e tutti gli altri che sembrano rinati.

Ma la sublimazione dello zemanismo pure nel senso che è una squadra che prende tanti gol, specie negli ultimi minuti, finendo col perdere magari dopo aver dominato.

Una partita che sembrava chiusa sul 3 a 0, per esempio, finisce, non ci posso credere, 4 a 5!

Cose così.

Ma quei tifosi leccesi che erano abituati a eccetera eccetera, proprio perché erano abituati a eccetera eccetera, si innamorano follemente – e non c’è verbo, né avverbio migliore per esprimere il concetto- di Zeman.

Per tutta la stagione successiva, dopo che il loro beniamino aveva lasciato, per tante altre e diverse ragioni, la panchina, al di là degli allenatori succedutisi, espongono sempre in curva uno striscione che diceva. “Con Zeman contro il sistema”.

 

 

 

 

 

 

Category: Cronaca, Sport

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