UN ALBERO INFINITO A CAMAIORE / IL FUTURO NEL PENSIERO DI GIORGIO GABER

| 6 Giugno 2017 | 0 Comments

di Annibale Gagliani______

5 giugno 2017, una data poco importante per i roventi assetti mondiali: nessun attacco terroristico ‘occidentale’, nessuna esibizione circense di Trump, nessuna invasione di alieni democratici con in mano una buona legge elettorale da donare a Palazzo Chigi. “Ordinaria amministrazione”, direbbero i professionisti delle frasi fatte. O forse no: Rettorato dell’Università del Salento, Lecce, Salento per Gaber, il Signor G all’ombra del Barocco.

Capita che oltre mille kilometri di vituperata passione si annullino prosaicamente in un giorno: Milano e il Salento si toccano come Dio e Adamo ne La Creazione di Michelangelo Buonarroti. Il pretesto nobilmente popolare abbraccia due sillabe sinuosamente fisiche: Gaber!

Quando contattai a marzo il presidente della Fondazione Giorgio Gaber, Paolo Dal Bon, prospettandogli il minuscolo sogno di far echeggiare l’epicità del Teatro Canzone nel cuore pulsante dell’Università del Salento, fui subito accontentato. Dal Bon è uomo di umanità estrema, ha lavorato al fianco de Il Signor G dal 1984 fino ai suoi ultimi giorni di vita, e da lui ha carpito un’essenzialità contagiosa.

Per poter consegnare agli onori della cronaca un evento indelebile ci voleva però l’ausilio di notevoli personalità del panorama accademico e teatrale salentino. Il professore Marcello Aprile è un ottimo folle e subito ha offerto la sua esperienza linguistica alla causa corsaro-eretica. Il professore Francesco Colizzi è uno psicoterapeuta-romanziere che non si sarebbe perso per niente al mondo la possibilità di raccontare il lato freudiano del Teatro Canzone. E lo ha fatto. Il magistrato Salvatore Cosentino è un gaberiano incallito, un fiume in piena di intellighenzia e ironia ficcante. Quello che ci serviva, Salvo Gaber è tutto dire.

Andrea Martina, sceneggiatore, scrittore e interprete – giovanissimo ma già di alta caratura – ha stretto un patto con La paura, quella di tutti noi. Beatrice Perrone, la migliore attrice del Teatro d’Ateneo, gaberiana insospettabile, ha giocato con La coscienza della morte. Luigi Mariano, cantautore dalle venature da chansonnier, bravo a domandarsi intensamente Che cosa avrebbe detto Giorgio?

Salvatore Della Villa e Rosaria Ricchiuto, due fuoriclasse del teatro salentino, hanno dato quel tocco magico, utile per far luccicare gli occhietti al pubblico: una sintesi de Il grigio per Della Villa, Secondo me la donna per Ricchiuto, rappresentano la chiosa migliore possibile dell’omaggio in punta di piedi.

Eppure mancava qualcosa, o per meglio dire latitava un dato numerico, riversato in percentuale: il 99% dei media pugliesi. Una moria delle vacche assolutissimamente comprensibile, poiché raccontare – seppur minimamente – il multidisciplinare caleidoscopio di Gaber e Luporini è impresa ardua per chi divora toujours notiziette rosa dell’italietta da sorseggiare e non da buttare giù d’un fiato. Sì, perché bere cicchetti di realtà poetica – misceltati a lancinante disincanto – può portare la diarrea agli stomaci giornalistici più delicati.

Però il mondo non finisce domani, non è mai troppo tardi per fare una gita leopardiana nell’inconscio. Aprite le scuole di ogni grado, i teatri elitisti (meglio se di piazza), i centri associativi debordati, i corsi universitari rattrappiti, la comprensione dell’utlimo esemplare di filosofo italiano è fonte culturale non fossile, rinnovabile nel prossimo trent’ennio. La sensibilità accecante, decollata in via Londonio 28, a Milano, e posatasi in provincia, a Camaiore, zamplilla ancora oggi vibrazioni artistiche necessarie. C’è bisogno di un uomo nuovo, dell’Umanesimo per il ventunesimo secolo, di riconquistare la propria interiorità. Coloro che cavalcano l’onda televisiva ed editoriale del sapere più becero (quello consumistico) non sono attendibili modelli di studio.

Essi stanno gettando con passo fulminante la sostanza nel baratro, cementando le cellule tumorali dell’apparenza: sveglia intellettuale, l’Adorno del Giambellino può cambiarti la vita, rovesciandoti come un ottobre russo.

Svesto i panni di cotone del giornalista romanticamente incazzato, per calzare quelle di seta nera del poeta. L’unico vero omaggio che potessi fare nel mio piccolo all’opera umanitaria di Gaber e Luporini era una lirica, scritta di getto, senza curare le ferite e dando sfogo ai brividi più innocenti. Chiudendo gli occhi m’immaginavo in mezzo a un dipinto smeraldo, senza confini, a Camaiore, dove trionfava Un albero infinito. Guardandolo bene, mi ero reso conto che quel sommo monumento era lo stesso celebrato dal Signor G all’alba del Teatro Canzone:

Un albero infinito a Camaiore

Chitarra rock affresca le vibrazioni

polvere di cabaret su Francoforte

ellenica parola disarma i coglioni

sogno eretico contro coppe storte.

 

A cesellare lo scintillante slancio!

Equatoriale amarezza nelle labbra

come Carnera all’aurorale gancio.

 

Gli altri, maschera di culo glabra,

spirito genuflesso al proprio sesso,

sparpagliano l’intellettuale lebbra.

 

C’è chi canta consumo dalle narici

c’è chi caga opere rinascimentali:

occhio! Il monarca ti ruba la bici!

All’uccello realtà bacia le colte ali.

Languido bagliore di caste meretrici

orgasmo vetusto di poteri solidali:

se avrò un figlio sarà Giorgio, umile;

oplà! Un altro! Sarà Sandro, simile.

 

Bagnati d’iris nell’apocalittica sfida

tessono e armonizzano con corsara guida:

gli ultimi filosofi del piacere di Aida.

 

 

Category: Cultura, Eventi

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