UN ASCOLTO COMPARATO DI ‘THE BRIAN OLOTESTER’ DI GIUSEPPE CALIGNANO, MUSICISTA SALENTINO COSMOPOLITA: TANTE LE ATMOSFERE CHE EVOCANO GRANDI MAESTRI DEL ROCK

| 13 dicembre 2017 | 0 Comments

di Roberto Molle______

“The Brian Olotester” è il progetto musicale di Giuseppe Calignano, giovane ricercatore leccese (di stanza in Norvegia), musicista e polistrumentista; nipote d’arte: suoi zii sono i musicisti Biagio e Francesco Calignano.

Un passato nei conterranei Muzak, insieme ai quali ha inciso un disco: “In case of loss, please return to”, fatto con un concentrato di folk, post-rock, elettronica e psichedelia.

Da qualche tempo ha iniziato un percorso personale sulla strada di una sperimentazione folk-cantautoriale che, in qualche modo, si stacca dal discorso iniziale con i Muzak.

Due album all’attivo (“The Brian Olotester” e “Wash your blues away”) per questo musicista salentino che “tiene” anima cosmopolita.

A riprova che non esistono limiti per la musica e la sua capacità di influenzare qualsiasi percorso compositivo arricchendolo di un respiro internazionale, abbiamo provato ad analizzare i suoni di Giuseppe Calignano ponendoci all’ascolto di “The Brian Olotester” spogliandoci – per quanto possibile – di ogni preconcetto sul fatto che ad aver composto questa musica sia un musicista di casa nostra, e non un inglese o un americano.

Come in un ipertesto, i misteriosi rimandi della sonorità ci hanno messo di fronte ad un disco pubblicato una decina di anni fa che suona così attuale da far tornare in mente certi “gioielli” di Talkingheads-iana memoria (un titolo non a caso: “Remain in light”) che brilleranno per sempre di luce propria.

Si può dire che sia questione di mood? Lo si dica!

La copertina candida, con una rondine che si approccia ad un sole posticcio; una piuma all’interno che sovrasta un specie di grafico (del tipo da sismografo); e quel nome: Brain Olotester, che si fa vero rompicapo fino a quando non si approda al suo significato: Brain Olotester è un elettroencefalografo computerizzato che analizza le onde cerebrali; in parole povere, uno strumento che aiuta a far capire se i due emisferi del cervello sono in buona comunicazione tra loro o meno.

Tutto torna, si fa più chiaro, e non resta che ascoltarlo questo cd.

Cuffie, concentrazione, mente svuotata da possibili infiltrazioni, riflessione.

L’ascolto è tutto d’un fiato, in un continuum che impedisce pause e riporta a certi concept che, tali erano semplicemente per le atmosfere che legavano i brani tra loro. Ed eccoli, i demoni buoni che si materializzano suono dopo suono, parola dopo parola.

Si avvicendano nel buio della stanza ectoplasmi di vecchia conoscenza: lo sguardo enigmatico di Genesis P-Orridge che dirige i suoi “Psychic-tv” in quel magico capolavoro di olofonic-sound (primi anni Ottanta) che è stato “Dream less Sweet”. Poi le presenze poco rassicuranti, ma preziose di Pall Jenkins e Tobias Nathaniel che usano aprire con uno strano suono di carillon alcune delle loro oscure e magiche “murders ballads” segnanti il loro definitivo passaggio da “Three mile pilot” a “Black heart procession”.

Ancora, le schiarite di certi cieli plumbei al cospetto del canto doloroso di Jay Jay Johanson, lo svedese cantautore con ali troppo delicate per avvicinarsi al sole.

Inltre, figure più eteree vengono evocate dall’universo Brain Olotester: uno sciamanico Paul Roland che del rock ha cercato per lungo tempo di estrarne tutto il “gothic” possibile, con la sua voce così vicina a quella che imperversa in queste tracce; l’Isobel Campbell che prima di essere rapita dal machismo di Mark Lanegan, intesseva trame tenui di pop acqua e sapone nell’antro dei “Belle and Sebastian”. E ancora, altre suggestioni, mentre l’ascolto sta per finire: i “Turin breaks” cristallizzati nei vocalizzi di una canzone (“future boy”) che rimane attaccata alla pelle per tutto il glam che sprigiona; un Brian Eno stralunato che ogni tanto mette mano all’editing del suono, ed è lì, che il cuore s’impenna.

Altri nomi? Syd Barrett in una lucida e commovente versione di “Octops”; i “California snow story” di quel geniale Dave Skirving, chitarrista transfuga dei mai abbastanza celebrati “Camera obscura”.

Insomma, mille rimandi e atmosfere che evocano grandi maestri per un ottimo disco di “formazione” che già preconizzava sviluppi molto suggestivi per il progetto “Brian Olotester”. Tante altre recensioni hanno detto di psichedelia e di pop minimale a proposito di questa lavoro, potremo aggiungere anche disco intimista e tratteggiato da barlumi di Jazz minimale.

Nel disco, Giuseppe Caligano suona diversi strumenti (chitarra elettrica ed acustica, basso, banjo, drum machine e varie tastiere), e ad accompagnarlo ci sono gli ex compagni dei Muzak: Riccardo Fersini e Giuseppe di Marco (fiati), Luca Buccarella (accordion), poi altri musicisti: Stefania Cosi (arpa), Silvia Coppola (violino), Giovanni Saccomanno (violoncello), Gigi Calabro e Max Nocco (batteria).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Category: Cultura

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