STORIA / VALERIO MELCORE, I MIEI ANNI DI PIOMBO

| 3 giugno 2018 | 0 Comments

di Valerio Melcore______

Abbiamo ricordato tanto, e in tanti modi il Sessantotto. Abbiamo dimenticato, o corriamo il rischio di farlo, il decennio successivo.

La mia generazione ha vissuto la prima giovinezza, a volte in modo spensierato, altre volte problematicamente, e comunque quasi sempre senza avere piena consapevolezza di ciò che gli accadeva intorno, e certo non immaginava che quel periodo e gli avvenimenti che lo hanno caratterizzato sarebbero passati alla storia, come gli Anni di Piombo.

Il F.A.S., Fronte Anticomunista Studentesco, che agli inizi degli anni Settanta nasce a Lecce, e se vogliamo essere più precisi, nel Liceo Artistico che all’epoca si trovava in via Lombardia dalle parti della stazione, e poi, poco alla volta, prende piede nelle altre scuole leccesi,  è una sigla, una delle tante, che ai più non  dicono nulla; altri la ricorderanno vagamente, per tanti di noi invece era il nostro mondo, una comunità fatta di ragazzi e ragazze, di amicizie forti e di primi amori, di discussioni e di polemiche infinite e a volte di scontri anche fisici.

Lì, nella sede del Fas, una stanza di quattro metri per quattro, in quel posto fisico e virtuale al tempo stesso, abbiamo iniziato a costruire la nostra identità politica e la nostra educazione sentimentale, abbiamo imparato a non dare mai niente per scontato, e a mettere sotto la lente di ingrandimento della critica, le idee, i concetti, gli slogan che ci venivano propinati, dalla scuola, dai libri, dalla società.

E anche allora come adesso, proprio coloro che utilizzavano la violenza nelle scuole per imporre il proprio verbo, erano coloro che si definivano antifascisti.

Per esempio ben presto imparammo che la Storia la scrivono i vincitori, per cui gli errori dei vinti diventano orrori, e quelli dei vincitori danni collaterali.
A 16-17 anni studiammo gli orrori della guerra, ma studiando diversi testi compresi quelli dei vinti, per cui quarant’anni prima degli altri, scoprimmo cosa erano state le foibe, e venimmo a conoscenza di come i partigiani si erano macchiate le mani di sangue innocente, massacrando tanti preti per la loro fede, persone benestanti per spogliarle dei loro beni, o addirittura altri partigiani solo perchè erano di fede politica diversa.
Poi scoprimmo che persino i bambini erano stati trucidati perché a scuola la maestra aveva loro chiesto di scrivere un tema sul Duce.
Lo stesso periodo in cui operò il Fas, c’erano altri gruppi ed altre sigle, diverse tra loro che in comune avevano l’anticomunismo, come per esempio Impegno Studentesco ed Europa Occidente.

Dopo qualche anno, mi fu affidato il Fronte della Gioventù della provincia di Lecce, l’ organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano.

La sigla cambiò, ma non l’impegno politico. Come già detto si era alla ricerca della propria identità personale e politica, che all’epoca era difficile scindere. Anche perché come si diceva allora: “tu puoi anche non interessarti della politica, ma la politica si interessa di te”.
Poi c’erano i volantinaggi, gli attacchinaggi, le centinaia di manifesti scritti a mano con i pennarelli, le vignette satiriche disegnate e poi affisse davanti alle scuole, le mille riunioni, le assemblee, i cortei, gli scontri a scuola, nelle strade, nell’Università, poi per qualcuno arrivò anche una breve permanenza nelle patrie galere. Poi lo scontro si alzò di livello,  o meglio qualcuno a Roma lo pianificò, decise che la giovane destra a Lecce non doveva avere agibilità politica, e così arrivarono le pistolettate e le bombe molotov. Per fortuna alla città di  Lecce  furono risparmiati  i morti,  lo scontro non fu paragonabile a quello di tante altre città italiane. Forse perché la nostra città non era una metropoli e come dicevano in tanti perché la città delle chiese e del barocco era fondamentalmente una città di destra.

Strano a dirsi ma a quel tempo, nonostante uno sfrenato attivismo,si leggeva e anche tanto, e si passava da libri come “La psicologia delle folle” di Gustave Le Bon, a “Il manifesto dei conservatori” di Giuseppe Prezzolini, dalla “Filosofia della reazione” e a ” Quel che non ha capito Carlo Marx” del filosofo marxista Armando Plebe, ad “Umano troppo umano” ed “A così parlò Zarathustra” di Fredrich Nietzsche. Ma anche libri su quella che all’epoca si chiamava cibernetica, l’intelligenza artificiale, insomma quella che oggi chiamiamo informatica. Poi c’erano Sigmund Freud con la sua “Interpretazione dei sogni” ma sopratutto erano alcuni testi di Carl Gustav Jung come  ” L’uomo e i suoi simboli”, e “Psicologia e Alchimia” che ci appassionavano. Poi nella nostra educazione sentimental-sessuale non poteva mancare “Tutto ciò che volete sapere sul sesso e non avete mai avuto il coraggio di chiedere”. Dei  libri di storia poi, non si poteva proprio fare a meno. “Sangue chiama sangue” o “La generazione che non si arrese” di Giorgio Pisanò, raccontavano già allora ciò che 40 anni dopo,  lo scrittore di sinistra, Giampaolo Pansa rivelerà sui crimini partigiani. Poi c’erano libri storici ma divertenti, per esempio “Italia Fascista in piedi” nel quale venivano riportati i discorsi e gli scritti durante il ventennio, di tutti coloro che poi fecero dell’antifascismo la loro professione. Ricordo “Sciacalli” di Puglionisi, i testi di Giovanni Gentile, di Julus Evola, di Celine, di Codreanu. Letture le più svariate e che quasi mai avevano a che fare con il nostro percorso di studi. Era semplice cibo per la nostra mente, e spesso armi da utilizzare contro l’avversario.

Il Sessantotto contestatario, ma anche gioioso, era appena passato, ebbi modo di vedere forse l’ultima manifestazione organizzata a Lecce,  dai giovani di destra e di sinistra.
Era il 1971 e all’interno dell’Enrico Fermi,  Istitituto Tecnico industriale su via Merine, il Preside Capocelli diede il permesso, e fuori dalle aule sotto il porticato si tenne un’accesa assemblea, i ragazzi di sinistra del Circolo Lenin di Puglia si alternavano a quelli di destra del Circolo Giovanni Gentile, uno dopo l’altro, sciorinavano le loro ragioni, uno dopo l’altro, sostenevano la bontà delle loro tesi, dopo un’infinità di interventi, almeno così sembrarono a me appena quattordicenne, si decise di fare un corteo con in testa i ragazzi del Fermi, ma senza bandiere dell’una o dell’altra fazione, o frasi slogan che non fossero esclusivamente studentesche e che riguardassero i problemi della scuola. Ricordo che dopo aver preso il mio bravo posto nel corteo, mi ronzava in mente il motivetto di  Bandiera Rossa, e così cominciai a fischiettarla , venne uno dei ragazzi di quinto del servizio d’ordine, si avvicinò e in maniera molto premurosa  mi disse:” Compagno per favore oggi no, oggi combattiamo per la scuola tutti uniti”. Io lo guardai e gli dissi che non ero un compagno, quello mi guardò arrabbiato: “e allora a maggior ragione non fischiettare Bandiera Rossa”.
Quella fu l’ultima manifestazione in cui i giovani, senza distinzione marciarono compatti per rivendicare i loro diritti.
Successivamente i giovani saranno eterodiretti e più che difendere i loro diritti, diverranno strumenti al servizio di questa o di quella forza politica.

Essendo stato qualche volta protagonista, altre volte testimone, di tanti episodi che hanno caratterizzato le vicende politiche che coinvolgevano i giovani leccesi in quegli anni, spesso qualche amico mi ha invitato a scrivere un libro su quel periodo. Prima Antonio Cremonesini, Presidente del FAS che tanti anni fa mi consegnò un borsa piena dei documenti e dei volantini che stampavamo grazie al ciclostile di suo cugino Alcino Siculella. Poi di volta in volta quando ci vedevamo con i vecchi amici del Fronte, e come un fiume in piena raccontavo, fatti, risvolti, il più delle volte retroscena che neppure i miei amici conoscevano, mi chiedevano del perché non scrivessi un libro.

L’ultimo in ordine di tempo, e anche con una certa insistenza è stato il nostro direttore Giuseppe Puppo, che come sapete oltre ad essere il motore di del quotidiano leccecronaca.it è anche scrittore e non solo di romanzi, di testi teatrali, ma anche  di libri di cronaca. Ovviamente ho rispedito l’invito al mittente, chi meglio di lui poteva farlo. Ma lui è stato categorico, “sono storie” – mi ha detto – ” che tu hai vissuto da protagonista e che solo tu puoi scrivere, se le raccontassi a me e le scrivessi io, non sarebbe la stessa cosa”. Io non sono d’accordo ma ovviamente poco potevo dire, e nulla potevo fare.

Resta il fatto che  ho sempre declinato  l’invito,  cimentarmi in questa fatica, vestire gli abiti dello scrittore era fuori discussione, primo perché  se è vero che tutti possono scrivere, questo non vuol dire che tutti siano degli scrittori, e poi perché scrivere un libro richiede un grande impegno ed un rigore, non soltanto stilistico, che io non credo di possedere.
Ma sopratutto, per affrontare una simile fatica, bisogna che  alla base ci siano delle forti motivazioni che ti spingano a farlo. E io queste motivazioni non le avevo, almeno fino ad una settimana fa.

Infatti, quali potevano essere queste motivazioni? scrivere per gratificare quegli amici con i quali avevamo condiviso quelle esperienze? ma per fare ciò basta mettersi intorno ad un tavolo, meglio se una tavolata,  con un buon bicchiere di vino o di birra e rievocare i tempi andati.

Scrivere per mio figlio o per chi come lui, per raccontare cosa? che suo padre aveva vissuto la prima parte della sua gioventù in una sorta di Far West? E potevo raccontare a mio figlio, al quale ho sempre consigliato di non occuparsi di politica e di pensare solo a studiare e a divertirsi, che suo padre alla sua età, studiava poco e male, e passava buona parte delle sue notti a girare per la città, spesso in compagnia, ma a volte anche da solo per  avere la certezza  che i muri della città fossero ” sotto il nostro controllo”. E si perché all’epoca, la rete, ossia quello strumento che oggi è alla portata di tutti, erano i muri che parlavano ai passanti tramite le scritte realizzate con la bomboletta spray, o con i manifesti, i più delle volte scritti a mano dagli amanuensi del liceo artistico, coadiuvati dai ragazzi  delle altre scuole,  con i pennarelli che il buon Caiulo, proprietario dell’omonimo negozio di articoli di Belle Arti, situato a due passi da piazza S. Oronzo,  molto spesso ci regalava, era il suo contributo alla causa.

E quindi che cosa mi ha spinto a cominciare a mettere sulla carta, pardon a scrivere sul mio computer e affidare a leccecronaca.it  questi ricordi, che sia ben chiaro non vuole essere il primo capitolo di un possibile libro, ma pagine sparse, in libertà, scompostamente e disordinatamente redatte?

Quello che ha fatto scattare la molla è stato un invito a pranzo con tre amici dei tempi del liceo, uno dei quali Nicola, che oggi vive a Ceglie, non lo vedevo da quarant’anni, da quando andai a trovarlo a Roma dove lui studiava architettura, ed io ero nella capitale perché convocato da Gianfranco Fini a partecipare ad una riunione del Fronte della Gioventù in quanto facente parte della Direzione Nazionale dei giovani del MSI.

Non sto a descrivervi la gioia, potete immaginare,  era come se tutti questi anni non fossero  trascorsi, è stato come quando ci si ritrovava a scuola dopo le vacanze estive.
Sorvolando su tutto il resto, la cosa che però mi ha colpito, è stata come il mio amico non ricordasse episodi che lo avevano visto protagonista e per i quali la mia ammirazione nei suoi confronti era cresciuta a dismisura.

Eravamo, e credo siamo, due persone completamente diverse, e per quanto gli anni dovrebbero farci divenire più saggi, io resto comunque un reagente, anche con la vivacità e l’entusiasmo se vogliamo di un ragazzino. E ciò non sempre depone a mio favore. Lui invece sin dai tempi del liceo era un ragazzo compassato, ma quando meno te lo aspettavi ti arrivava una staffilata in pieno volto, e il colpo era sempre portato con intelligenza, mai una volgarità mai un tono sopra le righe. Io lo guardavo ammirato ma, mai avrei potuto emularlo, anche se avessi voluto non ci sarei riuscito.
Così mentre eravamo a tavola con le rispettive consorti, ognuno di noi ha raccontato di episodi che gli erano rimasti più impressi. E mentre lui ricordava quando la nostra scuola fu assalita da comunisti adulti, ultratrentenni, venuti appositamente per minacciarci sperando che il nostro impegno politico venisse meno, invece per tutta risposta, nonostante fossimo dei ragazzini, asserragliati nel liceo dal terzo piano, quando vedemmo giù una bandiera rossa, enorme, sventolare, non ci vedemmo più e cominciammo a gettare  giù sgabelli e banchi di scuola. Per fortuna qualcuno lassù ci volle bene, e nessuno si fece male. Resta il fatto che al Liceo Artistico quelli che Nicola chiamava i katanga, non vennero più ad infastidirci, e le discussioni e le polemiche continuarono tra noi ragazzi del liceo. Anche Maurizio e l’altro amico, che si chiama anche lui Nicola, la mia classe era inflazionata dai Nicola, hanno raccontato aneddoti  che ricordavano  e che avevano vissuto.

Io ho ricordato Nicola, l’architetto per intenderci, da non confondere con l’altro Nicola, il professore- scultore-pescatore, che stava sostenendo  gli esami di stato, potete immaginare la tensione e anche la preoccupazione, uno in quegli esami dove ci si gioca l’intero percorso scolastico. Doveva sostenere gli esami di italiano e storia, non so come funzioni oggi, all’epoca oltre ai lavori, come la cartella con i disegni, che venivano consegnati, bisognava sostenere due esami orali. Io andai ad assistere al suo esame di italiano, due giorni dopo sarebbe stato il mio turno, a differenza di lui io non avevo studiato, lo confesso, speriamo che mio figlio non mi legga.  Avevo si studiato, ma manuali di psicologia, il saggio esoterico sulla Divina Commedia, non avrei però saputo dire se “Il passero solitario” che pure conoscevo a memoria era stato scritto, da Pascoli o da Leopardi.
Insomma.

Nicola siede di fronte alla professoressa di italiano, e sta facendo un ottimo esame il viso della professoressa di italiano è più che soddisfatto, continua l’interrogazione perché ascoltare uno studente così preparato è un piacere per un professore. Non so come fu, io neppure mi ricordo se il programma comprendesse Nietzsche, fatto sta che Nicola sta parlando del filosofo tedesco, quando la professoressa di storia che sedeva affianco di quella di italiano interviene, e dice: ” si però non ci dimentichiamo che Nietzsche è il filosofo del Nazismo…”, lui immediatamente ne intuì la collocazione politica,  la docente aveva appena completato la frase che Nicola, perdendo completamente quel suo aplomb inglese,  reagì duramente pronunciando chiaro e forte:”così dicono gli ignoranti”.

La professoressa di storia che, ovviamente era anche professoressa di italiano, disse: “come sarebbe a dire gli ignoranti? lo dice chiaramente..” e citò l’autore del nostro libro di testo, in quel momento pensai che il mio compagno di classe avesse fatto una cazzata.  Nicola guardando fisso negli occhi la povera malcapitata, le replicò, dicendo che lei aveva studiato solo quell’autore, mentre nella sua qualità di insegnante avrebbe dovuto documentarsi meglio, e le suggerì tre quattro autori che evidentemente lui aveva studiato, o quanto meno consultato.

La scena era surreale, questa professoressa era sbiancata per l’imbarazzo,  la sua collega di italiano cercava di non far trasparire alcuna emozione dal volto, si comportò come se non avesse ascoltato nulla, come se lei non si trovasse proprio lì, capì che la sua collega aveva provocato, e lo studente aveva reagito, io che mi nascondevo il viso tra le mani perché non si vedesse che mi crepavo dalle risate, anche perché il giorno dopo sarebbe toccato a me sedere al posto del mio amico. La professoressa di storia cercò in qualche modo di replicare, e Nicola la zittii: ” cortesemente aspetti il suo turno, quando farò l’esame di storia mi interrogherà lei, ora sto facendo l’esame di italiano”, e rivolto alla professoressa di italiano,  la pregò di continuare l’interrogazione, lei lo guardò come si guarda un marziano, e lo congedò.

In quel momento mi sembrò di cogliere un’espressione compiacente, come se dicesse: hai fatto bene a metterla in riga. All’epoca la sinistra era egemone sia nelle scuole che nell’Università, e la violenza era all’ordine del giorno, per cui quegli insegnanti che non erano comunisti, ed erano la maggior parte, tendevano a dissimulare le loro simpatie politiche.

Questo episodio lo conservo con me da oltre quarant’anni, e dà una chiara immagine di Nicola, quieto tranquillo, sempre impettito, con quel paltò, all’epoca si chiamavano maxi, che non si capiva bene se era lui ad indossarlo, o se era il capo di abbigliamento che lo sosteneva, costringendolo a stare dritto come una colonna, veniva a scuola con i libri in quelle buste di carta che utilizzavano i negozi che vendevano capi di abbigliamento firmati. Passeggiava con calma e allo tesso modo, misurava le parole, ma all’occorrenza colpiva dritto al cuore quando meno te lo aspettavi.

Ecco perché ho scritto questo ‘pezzo’ unico: Nicola sarà costretto a ricordare, e gli amici del liceo che non assistettero a quella scena, potranno immaginarsi quello che accadde.
Dedicato agli amici e alle amiche della 4 F.

(Nella foto quattro ragazzi leccesi che partecipano al 1° Campo Hobbit che si tenne il 1977 a Montesarchio in Provincia di Benevento. La giovane destra cerca nuovi modi per esprimersi, musica alternativa, grafica, progetti editoriali, nuovi slogan e nuovi simboli, ci fu chi pensò persino a nuove forme di saluto, nella foto ne abbiamo un chiaro esempio).

Category: Cultura, Politica

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