LECCECRONACHE / FESTA DI PENSIONAMENTO

| 28 giugno 2018 | 0 Comments

di Raffaele Polo______

Non cambia granchè, meno male, nelle costumanze dei ‘poveri’ travet nostrani. Quando qualcuno va in pensione, infatti, le liturgie sono simili e conclamate, ormai, dalla consuetudine e dalla routine.

Anzitutto bisogna scegliere, con oculatezza, il giorno strategico nel quale i colleghi vanno in massa alla ‘pausa pranzo’, per fare in modo che non sprechino il buono pasto che oggi è elettronico, non lo vuole nessuno, ma serve, a fine mese, a fare la spesa al supermercato Dimeglio o all’Ipercoop, che se li prendono. Anche al Dok? Benissimo, anche lì.

Poi, si prospetta il ‘catering’ che, in fin dei conti, è l’aspetto più interessante, per il quale si è disposti a passare quell’ora clou tra discorsi, lacrimucce e convenevoli che paiono la caricatura dell’avvenimento e invece sono presi tutti sul serio, e guai a non partecipare, a non applaudire, a non commuoversi (sempre tutto in funzione dell’offertorio finale che viene sagacemente esposto in bellavista ed emana il tradizionale profumo di rustici, rosticceria e dolciumi, tipico delle inaugurazioni e/o pensionamenti).

Ogni aspetto della kermesse va come previsto: il regalo, la lettera spiritosa, il discorso del capo, e come sei stato bravo, e ammiriamo la tua professionalità, per giungere al momento culmine di tutti i discorsi che è la frase: ‘Torna quando vuoi, questa è sempre la tua famiglia…’

A questo punto, bisogna commuoversi: basta guardare in un cantone, su un tavolino a parte, le due pignate fumanti che promettono sicuramente qualcosa di speciale, e la commozione arriva.

Baci abbracci applausi, e poi iniziamo ad attorniare il tavolo principale, arpionando le minute prelibatezze senza trascurarne nessuna e ritirandoci in un angolo, per pregustare la sospirata conquista alimentare…

Un momento: c’è un assembramento davanti alle pignate fumanti, circola voce che, dentro, ci siano le polpette.

Le polpette!

Cade qualsiasi remora, in barba ad ogni forma di poesia e di etichetta burocratica, ci ammassiamo davanti al presidio polpettifero, guardando con invidia chi porta via il piatto con cinque, sei oggetti tondeggianti che galleggiano nella salsa..

Ahimè, quando arriva il nostro sospirato turno, inutilmente cerchiamo col cucchiaione nella densa salsa; polpette non ce ne sono più, proviamo d’un tratto quello che descrisse Milton nel ‘Paradiso Perduto’.

La festa continua, tra salamelecchi e complimenti, un occhio, adesso, al tavolo dei dolci e degli spumanti che vengono stappati con foga e bevuti tra mille auguri…

I dolci li lasciamo alle signore; mestamente, con un groppo in gola (da bere c’era il Cocktail San Pellegrino che, com’è noto, fa di questi effetti) ci avviamo al nostro posto.

‘Sono in ritardo, com’è stata la festa?’ ci chiede un collega che incrociamo sulle scale.

‘Commovente. Triste’ gli diciamo.

E non facciamo fatica ad atteggiare il volto alla sofferenza interiore.

Le polpette, pensiamo, non sono tutto nella vita.

Ma oggi erano il Vello d’oro, il Sacro Graal, la corona ferrea.

E le abbiamo perdute.

 

Category: Costume e società, Cronaca, Cultura

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