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MUSICA / “Armando mi disse…” DEI CERFEDA

| 24 dicembre 2018 | 0 Comments

di Roberto Molle______

Poco più di un anno fa da queste colonne dedicammo un articolo al mondo dei cantastorie, in particolare a uno: Antonio Cerfeda (nella foto), un salentino che vivendo per lunghi periodi tra l’Italia e la Svizzera ha contribuito a sfatare, in qualche modo, l’immagine stereotipata dell’emigrante. Metà della sua vita nel Salento, l’altra passata a Lucerna.

Di base pellettiere, molto apprezzato anche dai musicisti per le preziose custodie che nel corso degli anni ha realizzato per una miriade di strumenti (dai tamburelli, ai violini, alle fisarmoniche). Ho ancora negli occhi l’immagine di un dopo concerto e di un Salvatore De Siena (musicista del Parto delle Nuvole Pesanti) vicino alla sua bancarella rapito dalla visione di quelle stupende creazioni in pelle, tutte rigorosamente cucite a mano. Alla fine, De Siena scelse una custodia e ne ordinò delle altre che poi Antonio gli spedì.

Sempre in quell’articolo venne dato conto del suo percorso artistico musicale: Una lunga militanza in Arsura, storico gruppo di area etno-folk insieme ai quali incise un album bellissimo che, con una voce particolare e difficilmente catalogabile, aiutò a pennellare di pathos con due stupende canzoni (“La ballata di Antonio Verri” e “Mare”). Poi il progetto Samepicò, condiviso al cinquanta per cento con il musicista pistoiese Alessandro Bongi. Samepicò è quasi un concept, con al centro luoghi e storie che hanno animato buona parte del periodo salentino di Antonio Cerfeda. In realtà, nel disco convivono più temi accorpati in un impeto di omaggio e celebrazione. Dal sentire ambientalista, ai luoghi di culto e mistici, dall’omaggio a personaggi (in qualche modo epici) al dramma dell’immigrazione.

Chiuso il periodo salentino poco più di dieci anni fa, il ritorno in Svizzera per una seconda emigrazione, ma anche per mettere a frutto esperienze passate e presenti. Il lavoro in una piccola azienda che tiene a cuore i suoi dipendenti, l’incontro con nuovi musicisti che apprezzano subito quel suo modo di “cantastoriare”. In particolare l’intesa con Pascal Galeone (chitarra, violino e voce), di origini salentine ma vissuto per tutta la vita in Svizzera, e Pino Masullo (chitarra battente) anche lui italiano (di origini campane) di stanza da lungo tempo a Lucerna. Passa poco, e al nucleo principale dei “Cerfeda” (così scelgono di chiamare il gruppo, in onore di Antonio) si aggiungono Urs Kummer (fisarmonica, percussioni e voce) e Christian Hartmann (contrabbasso), entrambi svizzeri.

Seguono una serie frammentata di concerti un po’ ovunque tra i cantoni elvetici, con i musicisti a reggere il gioco al cantastorie Cerfeda che, con l’ausilio di alcune immagini in sequenza disegnate su una tela appesa, canta, racconta, illustra. Spesso sono storie vere raccolte da testimonianze e ricerche, trasformate in canti e ballate che spesso sconfinano nella canzone civile.

Proprio quando all’orizzonte si profilano dei cambiamenti nell’organico dei Cerfeda, si è deciso di cristallizzare su disco un po’ di quelle esperienze vissute insieme sui palchi e nella sala prove. È di qualche mese l’uscita di “Armando mi disse…”, prima prova ufficiale su cd. Nove brani di respiro popolare con forti connotazioni salentine, ma anche con un imprinting che profuma di Vesuvio e tarantella.

Apre il disco Vesuviana, uno strumentale con intro di violino, una chitarra a cadenzare il tempo ed evocazioni di navi saracene al largo della Sicilia, barche di pescatori sulla rotta scintillante della luna e un venditore napoletano che si asciuga la fronte all’angolo della strada.

Poi l’avvento di contrabbasso e percussioni suonate con le mani fasciate, tutto in un crescendo ipnotico e fascinoso. Le striare, omaggio ad una figura femminile misteriosa e ancestrale. Nella fattispecie le striare sono quattro streghe che ammaliano e circuiscono chi capita loro a tiro con la complicità di un fachiro. Nella realtà questa canzone è un omaggio a un gruppo di donne che si muovono in vari ambiti artistici, non ultimo quello musicale, al quale hanno dato il loro contributo con un’estemporanea formazione che per l’appunto si faceva chiamare Le striare. Un brano suggestivo in cui tutto vira verso un tango irregolare contrappuntato dalla voce di Antonio Cerfeda, capace di trasfigurare fino a farsi mefistofelica.

Terzo brano: Abdù. Il racconto di una clandestinità vissuta sul filo di un parallelo tra la terra di partenza e quella di arrivo che sa farsi ostile e xenofoba. Ha questo brano, un mood poetico che travalica la comprensione delle parole: “Agadhir e lu Salentu / tenine puru lu stessu jentu / è jentu te scirocccu / comu quiḍḍhu tu Maroccu…”. Suoni, afflato e atmosfere assolutamente mediterranee, a colmare ogni possibile differenza tra razze e culture. La splendida Agadhir situata sulla costa atlantica del Marocco e l’altrettanto bella Gallipoli città italiana di mare, unite dal mare e dal vento, ma divise da un pregiudizio. P.C.B. racchiude e sprigiona il grido disperato che la natura ha delegato a questo canto-manifesto che qualche anno fa Antonio scrisse in occasione della scoperta di una discarica abusiva nel Salento. Interrati nel terreno furono rinvenuti centinaia di fusti contenenti policlorobifenili. Connivenze, mafia e avvelenamento della terra sono elementi a cui fare fronte comune, chiedendo ad alta voce: “Oiu sacciu, oiu bisciu, oiu ssentu!” (voglio sapere, voglio vedere, voglio sentire!).

Due brani che affrontano il tema dell’emigrazione verso la Svizzera, l’integrazione e conseguente perdita di senso delle origini sono: La prima emigrazione e Babel. E ancora, sulla diffidenza verso lo straniero e il diverso, un brano che gioca sulla destrutturazione musicale (con puntate nella sperimentazione) e su un non sense che lo vena d’ironia, è Il mio vicino. A stemperare e gettare acqua sul fuoco su queste tematiche, arrivano Festa te Santu Vitu (una delicata ballata in odore di tarantella) e L’angiulettu, poggiata su arpeggi delicati di chitarra e carezzata da una fisa in sottofondo, libera dichiarazione d’amore e d’intenti alla donna amata.

In definitiva ottima prova d’intesa e di interazione inter-culturale tra due paesi per troppo tempo sbilanciati e finalmente (musicalmente) integrati.

“Armando mi disse…” è dedicato alla memoria di Angelo De salvo (recentemente scomparso) esponente storico della cultura salentina.

Qui, due video di Cerfeda.

 

 

 

 

Category: Cultura

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