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LEGA LADRONA, MA ROMA LA PERDONA

| 6 maggio 2019 | 0 Comments

di Giuseppe Puppo______

L’ affare si ingrossa. Nuove accuse oggi della magistratura, nuovi filoni di indagine a carico di Armando Siri, il sottosegretario ai Trasporti in quota Lega e consigliere economico di Matteo Salvini, già accusato nei giorni scorsi di aver accettato denaro per inserire una norma sulle energie rinnovabili nella manovra finanziaria, e indagato per corruzione.

Un caso politico vero e proprio, visto che non si è dimesso, che è diventato un problema per il governo, difeso dai suoi e incalzato dai 5 Stelle.

Fra parentesi, uno già condannato cinque anni fa a un anno e otto mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta in seguito al crack di “MediaItalia”, società da lui presieduta, indebitata per oltre 1 milione di euro.

 

I processi non si fanno sui giornali, si fanno nelle aule di giustizia: li fanno i magistrati, non i giornalisti.

Poi, come è noto, la responsabilità penale è personale, mica collettiva.

Ma è compito dei giornalisti ricordare e interrogarsi sui tanti, troppi, misteri finanziari della Lega, dal momento che sui giornali si può fare la Storia, almeno provarci, a tenere desta una memoria critica, sui motivi e personaggi disinvoltamente passati nel dimenticatoio, visto che la metà sarebbe bastata per un giudizio negativo su questo partito, che viceversa ora è al suoi massimi livelli di consenso.

Evidentemente agli Italiani la questione morale non interessa affatto, oppure han poca memoria.

Proviamo allora, sia pur in sintesi estrema, e senza in ciò entrare nelle idee, nell’ideologia, chiamiamola così, negli atti propriamente politici, ricordare qualcosa, che rimane a carico pendente, al di là dei singoli esiti giudiziari e processuali, di questo partito, che, quanto a questo, non è molto diverso dagli altri, anzi, al netto della propaganda oleografica, è peggio.

 

A cominciare dalla“madre di tutte le Tangenti” del processo Enimont, in piena Tangentopoli, da cui paradossalmente la Lega Nord uscì accreditandosi come il nuovo che avanza (“Roma ladrona, la Lega non perdona”), malgrado una condanna a otto mesi per Umberto Bossi, per aver intascato 200 milioni di vecchie lire dei fondi neri destinati ai partiti dalla Montedison, condanna confermata in secondo e terzo grado di giudizio.

Di altre, queste presunte, della Finmeccanica, tangenti al partito, si torna a parlare nel 2012, ma i magistrati non trovano prove, e archiviano l’indagine.

 

Nel 1988 la Lega Nord si fa una banca sua propria, La Banca Popolare CrediNord s.c.a.r.l., poi Banca CredieuroNord, con quote versate dai suoi iscritti e militanti.
Il presidente era Francesco Arcucci allora nel consiglio di Banca Intesa, vice presidente il leghista Gian Maria Galimberti.

Arcucci si auto sospenderà, denunciando poi cosa non andava nella banca dopo le prime sentenze giudiziarie.

Ispezionata da Bankitalia nel 2003, la banca rivelerà seri problemi gestionali, per cui verranno multati i vertici aziendali nel 2004 dall’allora ministro Giulio Tremonti.

La documentazione relativa, però, non è mai stata trasmessa ai magistrati.

Venne iniziata un’operazione di salvataggio da parte della Banca Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani, che però di lì a breve finirà anch’essa al centro di uno scandalo finanziario.

 

Secondo Rosanna Sapori, ex consigliere comunale leghista e giornalista di Radio Padania Libera, in cambio del salvataggio del Credieuronord da parte di Gianpiero Fiorani, Silvio Berlusconi avrebbe ottenuto la proprietà legale del simbolo del Sole delle alpi.

Più documentati, con numerosi riscontri, i due miliardi di lire che Silvio Berlusconi dà alla Lega Nord nel 2001, in vista delle elezioni politiche, in cui si ricompatterà l’alleanza di centro destra, con la presenza della Lega Nord, decisiva, come nel 1994, nei collegi uninominali del Nord Italia.

 

A proposito degli organi di informazione (di propaganda, di propaganda, a uso e consumo interno) il quotidiano della Lega Nord La Padania, ora estintosi, ha preso dal 1997 al 2013 un totale di oltre  61 milioni di euro di fondi pubblici regalati. Mancano le cifre dei contributi per l’editoria presi nel complesso dall’ altro organo di propaganda del partito, Radio Padania,  del resto favorita pure da tutta una serie di norme amiche per la compravendita delle frequenze, di indubbio tornaconto economico, per quanto oggi essa esiste non più in frequenza, ma solamente su intrnet, come webradio, appunto.

 

Dal 2012 al 2013 esponenti della Lega Nord sono coinvolti in Lombardia e in Piemonte, la così detta “Rimborsopoli”, negli scandali dei fondi destinati dai Consigli regionali all’attività politica dei gruppi consiliari, e utilizzati invece per scopi personali, dai videogiochi del figlio di Umberto, Renzo Bossi, “il trota”, alle mutande verdi di Roberto Cota.

 

Il 24 settembre 2017 il tribunale di Genova dispone la confisca di 49 milioni di euro dai fondi della Lega Nord a causa degli scandali che coinvolsero Umberto Bossi, all’epoca segretario, e Francesco Belsito, all’epoca tesoriere della Lega, riguardo ai rimborsi elettorali spesi in maniera non conforme – e qui siamo a ben altri livelli delle spese pazze dei consiglieri regionali- ‘investiti’ in beni di lusso come oro e diamanti o fondi d’investimento speculativi, in odore di riciclaggio.

Il 13 aprile 2018 la suprema Corte dà parere favorevole al ricorso presentato dalla procura di Genova che chiede di estendere il blocco dei fondi anche alle somme che arriveranno in futuro alla Lega.

Il 3 luglio 2018 la Corte suprema di cassazione estende la possibilità dell’Italia di rivalersi su ogni possibile conto o bene ricollegabile al partito per recuperare il danno erariale.

Il 6 settembre 2018 il tribunale di Genova conferma il ricorso rendendo esigibile dal partito i 49 milioni di euro sottratti dal pubblico erario.

Soldi, ben inteso, che non ci sono più, di cui insomma non c’è traccia: non si sa che fine abbiano fatto.

Il 18 settembre 2018 la Lega f un accordo con i magistrati: ridarà indietro i soldi pubblici, sì, ma in comode rate di 600.000 euro l’anno, in 76 anni avrà finito di pagare quanto dovuto.

 

Sul piano giudiziario, notizia di poche ore fa, ‘battuta’ dall’agenzia Ansa: “va estesa anche a Umberto Bossi e al figlio Renzo la querela presentata dal leader della Lega Matteo Salvini solo nei confronti dell’ex tesoriere del movimento Francesco Belsito. Lo sostiene la Procura generale di Milano che ha impugnato la sentenza con cui a gennaio la Corte d’Appello ha assolto per improcedibilità i due Bossi, ‘salvati’ dalla mossa del vice premier, e ha condannato l’ex tesoriere a 1 anno e 8 mesi e 750 euro di multa. I tre sono imputati per l’uso a fini personali dei fondi del partito”.

 

Alle ultime elezioni politiche del 23 marzo 2018 Matteo Salvini ha regalato un collegio blindato a Umberto Bossi, che viene eletto ancora una volta in Parlamento: continua a prendere soldi pubblici di stipendi e pensioni, gode dell’immunità parlamentare, gli fecero anche una legge apposita, la così detta ‘salva Bossi’, per evitare che finisse in prigione, e tutto questo dice molto, in termini di moralità della politica vecchia e nuova.

 

 

Category: Cronaca, Politica

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