IO E GIANNI RODARI

| 7 gennaio 2020 | 1 Comment

di Raffaele Polo______

Per quelli della mia età, Rodari è un mito. Lo seguivamo su L’Unità, poi nei libri che pubblicava, quei libri minuscoli e facilmente maneggevoli, ne avevamo sempre uno sottomano, aprivamo una pagina a caso, e c’era sempre qualche accenno, un’immagine, un guizzo letterario che ci affascinava.

Ci chiedevamo, spesso, come potesse spiegarsi il suo successo, fatto di semplicità e fantasia, in un mondo sempre più cupo e grigio. E lo abbinavamo al Calvino di Marcovaldo ma, soprattutto, all’immortale Collodi che, crediamo, con ‘Pinocchio’ ci ha insegnato tutto quello che la pedagogia contemporanea non è riuscita a completare…

Rodari, Gianni Rodari, riusciva a farci digerire anche le rime un po’ scombinate, quel non voler rispettare le immutabili successioni di ABAB e similia, imparate nelle scuole più tradizionali e che mai ci saremmo presi la briga di mettere in discussione. E, a proposito di scuola, sentivamo appieno e condividevamo in toto quando scriveva nella prefazione a ‘Un anno a Pietralata’ di Albino Bernardini:

«Un muro poco meno che razzistico divide quegli insegnanti dagli esseri umani -bambini, donne, uomini – tra i quali hanno la sensazione di essere capitati per castigo. Sognano, supponiamo, la bella scuola in centro: bambini docili, puliti, accompagnati fin sul cancello da signore ben vestite o magari, toh, da quel tipo di gente che definirebbero «povera ma onesta». Il sotto proletariato turbolento, gli immigrati che la città tiene nel ghetto della sua cintura miserabile, i loro figli cresciuti nella strada e nei terreni da costruzione, precocemente esperti e allenati a metodi da giungla sociale, fanno loro paura. Imporre comunque una «disciplina» è la loro unica preoccupazione: un modo, anche, per difendersi da contatti umani che stimerebbero degradanti. (…) Si può essere, mettiamo, «progressivi in politica e reazionari, se si è insegnanti, a scuola. Si può credere nella necessità che le classi lavoratrici si elevino fino alla direzione dello Stato, nella necessità di educare in un certo modo il sottoproletariato; e poi, trovandosi di fronte i figli dei lavoratori e i figli dei sottoproletari, trattarti con gli schemi tradizionali della disciplina, del dogmatismo, eccetera. Trasformare il proprio lavoro per riuscire a svolgerlo in modo coerente con i propri principi richiede sforzi».

Tanti sforzi che niente hanno a che vedere con la tecnica, l’apprendimento «implica un tipo di vita interiore che non si crea a comando, che, invece, ha bisogno di altre e più complesse stimolazioni. Una tecnica si può imparare a scapaccioni: così la tecnica della lettura. Ma l’amore per la lettura non è una tecnica, è qualcosa di assai più interiore e legato alla vita, e a scapaccioni (veri o metaforici) non s’impara».

 

Rodari era così, capacissimo di impartirci una lezione sul come essere maestri ‘di sinistra’ e, subito dopo, di incantarci con le sue rime malinconiche e  birichine:

Quest’anno mi voglio fare/ un albero di Natale/ di tipo speciale,/ ma bello veramente./ Non lo farò in tinello, lo farò nella mente,/ con centomila rami,/ e un miliardo di lampadine/ e tutti i doni/ che non stanno nelle vetrine./  Un raggio di sole/ per passero che trema,/ un ciuffo di viole/ per il prato gelato,/ un aumento di pensione/ per il vecchio pensionato./ E poi giochi,/ giocattoli, balocchi/ quanti ne puoi contare/ a spalancare gli occhi:/ un milione, cento milioni/ di bellissimi doni/ per quei bambini/ che non ebbero mai/ un regalo di Natale,/ e per loro un giorno/ all’altro è uguale,/ e non è mai festa./ Perché se un bimbo/ resta senza niente,/ anche un solo, piccolo,/ che piangere non si sente/ Natale è tutto sbagliato.

Ora, proviamo uno spontaneo raffronto con una composizione sullo stesso argomento di Giovanni Pascoli e vediamo come la cupa amarezza, la commozione, lo stimolo a cambiare le cose siano gli stessi, aggiornati ai tempi ed al modo di fare poesia:  La Befana vede e sente;/fugge al monte, ch’è l’aurora./Quella mamma piange ancora/
su quei bimbi senza niente./La Befana vede e sente./ La Befana va sul monte./ Ciò che vede e ciò che vide:/c’è chi piange e c’è chi ride;/ essa ha nuvoli alla fronte,/ mentre sta sul bianco monte.

 

Solo un esempio, certo. Ma nelle innumerevoli poesie di Rodari, si ritrovano tutti, ma proprio tutti, i poeti delle nostre infanzie, con i buoni sentimenti e le fragranze della semplicità che parlano direttamente al cuore.  Solo che Gianni Rodari è un monello, che riesce, allo sgorgare della lacrimuccia di commozione, a suscitare, con uno sberleffo, l’ironica condanna per la società dei benpensanti e dei luoghi comuni, lasciando interdetti con quelle sue chiusure imprevedibili che paiono amari singhiozzi ma che sono la vera essenza del suo fare poetico.

Rodari, poi, è ‘comunista’. Ovvero, un idealista deluso dalle sovente incredibili caratteristiche di ipocrisia e trasformismo che allignano nel mondo cattolico. E l’odore del suo incenso, la purezza dei suoi versi, non possono piacere certo a chi tiene le liturgie e la tradizione a far da guida esclusiva al proprio procedere: ci vuole altro, dice Rodari: il Messaggio, quello vero, è molto difficile da praticare e testimoniare. In questo, il Nostro si avvicina a certi interventi di don Tonino Bello, anch’egli reputato un prete difficile, scomodo. Perché si sforzava di entrare nel nocciolo delle situazioni, penetrando con occhio esperto e costruttivo nei nonsense della vita di ogni giorno, dove tutto è semplificato, i cattivi sono anche brutti e ignoranti, i buoni sono invece proprio il contrario.

 

Ogni giorno, nel mio paese, passo davanti alla via Rodari, ricordato con la targa posta all’inizio della strada. Alzo gli occhi e lo ricordo. Rivedo la mia giovinezza, sento il suo stimolo quando mi dice:

C’era una volta un uomo che andava per terra e per mare / in cerca del Paese Senza Errori./ Cammina e cammina,/ non faceva che camminare,/ paesi ne vedeva di tutti i colori,/ di lunghi, di larghi, di freddi, di caldi,/ di così così:/ e se trovava un errore là, ne trovava due qui./ Scoperto l’errore, ripigliava il fagotto/ e ripartiva in quattro e quattr’otto./ C’erano paesi senza acqua,/ paesi senza vino,/ paesi senza paesi, perfino,/ ma il Paese Senza Errori dove stava, dove stava?/ Voi direte: Era un brav’uomo. Uno che cercava/ una bella cosa. Scusate, però,/ non era meglio se si fermava/ in un posto qualunque,/ e di tutti quegli errori/ ne correggeva un po’?

E un po’ mi sento come quell’uomo.

Ma, con un sorriso e con Gianni, Gianni Rodari nel cuore, continuo per la mia strada.

 

 

 

 

Category: Cultura

Comments (1)

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  1. Clara Russo ha detto:

    Si’, Gianni Rodari per molti di noi e’ stato un mito! Ha segnato la strada. Chi e’ entrato nella scuola alla fine degli anni ’70, primi anni ’80, conosceva bene I suoi scritti o lo seguiva per radio. Era un rivoluzionario della scuola, di quella scuola che cambiava e diveniva, attraverso I suoi sostenitori, motore di cambiamento della societa’ civile e palestra di democrazia e cittadinanza. Peccato che ad un certo punto, dopo vent’anni di grande lavoro, tutto si sia fermato, abbia proceduto a balzi con continui scossoni all’indietro. Una lenta opera di restaurazione dai colori diversi.
    Spero solo che I giovani docenti conoscano oggi Rodari più di quanto lo abbiamo conosciuto noi e con Rodari tutti gli Altri Grandi che hanno cambiato la scuola, da Don Milani a Mario Lodi e prima ancora Bruno Ciari e poi gli studi di Canevaro, quelli sulla programmazione di Maragliano e Vertecchi e poi il Movimento di Cooperazione Educativa e il Gruppo Iard e tanti, tanti altri, che hanno operato nella scuola, in silenzio e di cui non si ha memoria.

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