LA RIFLESSIONE / LA MORTE DI FALCONE NON PUO’ ESSERE SOLO UNA COMMEMORAZIONE RETORICA

| 22 maggio 2020 | 0 Comments

di Valerio Melcore_______

Esattamente un sabato di 28 anni fa il magistrato Giovanni Falcone saltava in aria insieme alla moglie Francesca Morvillo e a tre uomini della scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani ed il “nostro”  Antonio Montinaro.

Sabato 23 maggio 1992, ore 17:58 gli uomini di Cosa Nostra schiacciarono il tasto del telecomando che azionò  il meccanismo collegato al tritolo, collocato all’interno di un canale di scolo, posto sotto quel tratto di strada che conduceva a Capaci, nel momento in cui la macchina del giudice transitava in quel luogo.
Un uomo lasciato solo, dallo Stato italiano,  a combattere la mafia.
Continuerà la sua battaglia, un suo amico fraterno, Paolo Borsellino, dimostrando un coraggio da leone, il quale pur essendo consapevole di non poter contare sulle istituzioni,  sapendo che,  come lui stesso ebbe a sostenere, era un morto che camminava, proseguì per la sua strada. A distanza di poco tempo dalla morte del suo amico,  fecero saltare in aria anche lui. Una macchina imbottita di esplosivo fu parcheggiata sotto casa della madre che lui andava a trovare tutti i giorni.

Due giudici, due amici fraterni, uniti nella vita e nella morte, due uomini che dichiaravano apertamente simpatie politiche differenti uno di destra  e l’altro di sinistra, il fascista e il socialista, e di questo ne ridevano e ci scherzavano su, senza che ciò incrinasse la loro amicizia o la loro visione di combattere  la mafia.
Anche in queste piccole cose questi due uomini hanno tanto da insegnarci.

Non so se il loro eroico comportamento, il loro sacrificio sia servito per combattere la mafia, ce lo dovrebbero dire gli addetti ai lavori, certamente è servito a noi cittadini per farci capire che gli italiani, non sono tutti disponibili ai piccoli e grandi compromessi, e che se è capitato a loro di essere isolati prima, e uccisi dopo, non ci dobbiamo meravigliare se anche a noi nel nostro piccolo vengono riservati ostracismi, tentativi di isolamento e discredito, quando ci opponiamo a quei comportamenti ”mafiosi” messi in campo in casa nostra dai potentati economici locali e dai loro servitori politici.
Perché spesso noi cittadini siamo convinti che siano i politici a comandare  gli imprenditori, ma invece è esattamente il contrario, specie quando si tratta di imprenditoria assistita.

Il sacrificio di questi nostri connazionali, il loro esempio in vita e, nel caso di Borsellino, anche la capacità di affrontare la morte annunciata, sono degli esempi  che ci fanno sentire orgogliosi di appartenere a questo popolo, mentre tutti i giorni la classe politica, quella delle ipocrite commemorazioni ci fa vergognare di essere italiani.

Per cui se loro arrivarono a perdere il bene più prezioso, la vita, allora ognuno di noi può donare un pò del suo tempo, della sua energia e del suo denaro per cercare di migliorare la società in cui viviamo e in cui vivranno probabilmente i nostri figli.

Il loro sacrifico a tanti italiani ha dato la forza di andare avanti, quando si sono combattute battaglie contro il malcostume politico e non era raro sentirsi ripetere: ” ma chi te lo fa fare, ci rimetti e basta, nessuno ti ringrazierà per quello che fai, ti farai solo nemici”, quando tutti ti   invitavano a fare appello al buon senso, pensando a loro, trovavi la forza e le motivazioni per andare avanti per la tua strada a testa bassa, magari pagando alla fine il tuo piccolo conticino, dovendo affrontare un processo per diffamazione, con il tuo conto in banca che si riduceva.
Ma ce lo ricordiamo il giorno in cui avvenne quell’orribile tragedia, ve lo ricordate, io si?

28 anni fa mentre Falcone e i suo accompagnatori venivano massacrati, io mi accingevo a tenere un comizio nella piazza a Cavallino un comune alle porte di Lecce, aprivo la campagna elettorale per le elezioni amministrative.
L’auto aveva girato tutto il giorno per annunciare che la lista che capeggiavo avrebbe aperto la campagna elettorale, una lista civica espressione di un circolo culturale.
“ Questa sera alle ore 18:30 La Lista Civica Il Cavaliere aprirà la campagna elettorale sul tema: la Mafia nel nostro paese”, e poi il ritornello rafforzativo, ” ore 18:30 per la Lista il Cavaliere parlerà Valerio Melcore”. Mentre ripercorro con la memoria mi sembra di risentire la voce dei miei amici e sostenitori che strillavano dal microfono dell’altoparlante. L’emozione era tanta, sapevamo di essere soli contro tutti, contro tutti i partiti, che in quel Comune per una strana alchimia i cui elementi e la cui combinazione in quel momento non comprendavamo, erano tutti d’accordo, partiti di destra e di sinistra, tutti d’accordo nella realizzazioni di grandi opere inquinanti, o di strutture che avrebbero impoverito il nostro territorio.

Invece  i cittadini che ci davano ragione erano tanti, venivano di nascosto a darci attestati di stima, ci incoraggiavano a fare quelle battaglie che erano sacrosante , ma ci confessavano anche, candidamente, che non ci avrebbero votato, a causa del solito ricatto occupazionale, e della capacità dei partiti, vera o presunta, di controllare ogni singolo voto.

Erano le 18:30 ero appena salito sul palco, Daniele Casilli, uno dei ragazzi della lista, improvvisò una presentazione, e siccome era notorio che le altre liste avrebbero aperta la campagna elettorale, con personaggi in vista, chi con il senatore x, chi con il deputato y, l’amico a dimostrazione del fatto che non avevamo padrini e padroni, come recitava il nostro slogan, ironicamente iniziò “ il nostro deputato purtroppo si è perso per strada cari concittadini per cui vi dovete accontentare del nostro capolista, che voi tutti conoscete”.

Dato che il tutto era improvvisato, ero così attento ad ascoltare cosa diceva chi mi presentava, che quando trafelata arrivò davanti al palco Giovanna, la moglie di Sergio Lettere, un altro nostro candidato, gli feci segno di non disturbare, ma lei insistette  mi chiese di abbassarmi mi si avvicinò e senti confusamente:“Falcone, Falcone con la moglie…l’ hanno fatto saltare “ io che dicevo Falcone chi? – il Giudice Falcone, l’hanno detto il televisione, dillo Valerio la mafia ha ucciso Falcone con la moglie”  in quel momento non ebbi né il tempo per capire, cosa mi stesse dicendo di preciso la mia amica, e se anche avessi compreso, forse lì per lì non avrei saputo cosa dire, di quanto era accaduto in Sicilia, in quel momento  la Mafia con la M maiuscola mi sembrava così lontana, così distante dalla nostra piccola battaglia, quella contro la mafia dei partiti e dei potentati economici locali.
Intanto l’amico al microfono si accingeva a darmi la parola, e mentre Giovanna tentava di informarmi, Daniele, l’improvvisato presentatore dopo aver piu volte ripetuto: “e ora lascio la parola a Valerio Melcore…e ora la parola a Valerio Melcore”, guardandomi dall’alto mentre io piegato su un ginocchio ascoltavo Giovanna, che  con le parole ma soprattutto con la concitazione dei gesti cercava di farmi capire la gravità dell’accaduto.
Intanto Daniele ignaro di ciò che avveniva al bordo del palco, dopo che per la terza volta aveva ripetuto che mi cedeva la parola, preso dallo sconforto, continuò:” cari concittadini stasera ci siamo giocati prima l’onorevole che si è perso per strada e adesso pure il capolista che si è inginocchiato davanti a questa bella signora, e pare proprio che non mi ascolti” , fu così che Piero Linciano che era la mia destra mi strattonò, presi la parola e tenni il comizio come previsto. Non feci cenno della morte di Falcone com’era giusto che fosse.

Quella campagna elettorale ci portò in Consiglio comunale, cinque anni di opposizione durissima, caratterizzati da lusinghe prima e minacce poi, trascurammo lavoro e tempo libero, pagando pesantemente di tasca nostra il piacere di poter liberamente dire quanto pensavamo, e di dare voce a chi non poteva o non voleva esporsi.
Questo ci diede anche la consapevolezza che volere è potere, che credere che certe battaglie si possano fare e vincere, è possibile, e che è anche possibile dimostrare ai cittadini che  fare politica in modo diverso, si può.

Molti mi chiedono se è servito a qualcosa, tutto quel tempo, quell’energia, quel denaro che io e i miei amici abbiamo speso per cercare di rendere il nostro paese migliore, mentre i partiti, tutti i partiti, si spartivano la torta.

Se aveva avuto un senso visto che non ho fatto carriera politica,  o non ho avuto alcun ritorno economico o professionale.

La risposta è certamente SI!

Quando abbiamo capito la portata delle battaglie combattute anche all’interno delle istituzioni da uomini come Falcone, abbiamo compreso che anche le nostre piccole battaglie avevano un senso, perché aiutavano la comunità a prendere coscienza della realtà che viveva, ma soprattutto è servito per la consapevolezza che cresceva in noi quando subivamo attacchi ingiustificati, quando tentavano di renderci ridicoli, ma sopratutto di isolarci, a volte anche riuscendoci.
Allora quando ascolti frasi come: ” la mafia prima ti isola e poi ti uccide“, comprendi davvero cosa vuol dire, se sulla tua pelle hai subito quell’isolamento isolamento. Comprendi i meccanismi, l’amico che fino al giorno prima prendeva il caffè con te e si fermava a chiacchierare, dopo che hai iniziato una certa battaglia, ti accorgi che quando l’incontri ha sempre un impegno urgente, che quell’altro amico fa finta di non vederti si gira dall’altra parte per non esporsi non far vedere che è un tuo amico.

E dover prendere atto che mentre tu tentavi di mettere insieme semplici cittadini, per renderli liberi dalla paura, per tentare di trasformarli da sudditi in cittadini attivi, dall’altra parte c’erano importanti uomini delle istituzioni di destra e di sinistra, o uomini del clero che rendevano omaggio pubblicamente al ras locale, tutto ciò ti rende consapevole del mondo e del tempo in cui vivi, e capisci che la mafia non è una parola lontana che riguarda la Sicilia, e non c’è la piccola e la grande mafia, ma ci sono comportamenti mafiosi, che generano atteggiamenti omertosi che solo una cittadinanza attiva può impedire che crescano e che nel tempo abbiamo a  ripetersi.
Certo è dura, ma cambiare si può, cambiare soprattutto si deve.
Ci vuole costanza e, le persone giuste, i giusti tempi.

Non è facile, ma oggi sicuramente è più facile di ieri.

Questo articolo lo scrissi nel 2015, mi è sembrato doveroso riproporlo oggi.

Category: Costume e società, Cultura

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