UNA STORIA D’AMORE NELLE LECCE OTTOCENTESCA, “La sposa del chiostro”. EMANUELA BOCCASSINI PER leccecronaca.it HA INCONTRATO L’AUTRICE DI QUESTO SORPRENDETE romance, SARA FOTI SCIAVALIERE

| 29 agosto 2020 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini______

All’inizio del 2020 la casa editrice Il Raggio Verde (182 pagg. – 15 euro – ISBN: 978-88-99679-86-6 ) ha pubblicato il romance La sposa del chiostro della scrittrice e giornalista Sara Foti Sciavaliere (nella foto, durante una recente presentazione editoriale).

Questo genere, considerato di serie B, negli ultimi anni è salito alla ribalta delle classifiche dei libri più venduti, conquistando una gran numero di lettrici, e per tale ragione rivalutato anche dal punto di vista letterario.

Un buon libro non dovrebbe essere stimato in base al genere o all’argomento, ma alla capacità dello scrittore di coinvolgere i lettori, di fare provare emozioni, di commuovere, far ridere o indisporre, desiderare di giungere all’ultima pagina per sapere cosa capiti ai protagonisti.

Un buon libro è tale se è valida la storia, se è ben scritto e nasconde tra le righe importanti messaggi. E allora perché i romance dovrebbero essere considerati “bassa letteratura”?

Piacciono e molto anche, perché permettono di evadere dalla realtà, di staccare dalla monotonia e inquietudine della quotidianità, permettono di immaginare ciò che tutti sognano, l’Amore (con la A maiuscola). Sentimento scelto e vissuto con intensità dalle protagoniste, che non rinunciano a loro stesse.

Virgilio, nell’ecloga X delle Bucoliche scrive «Omnia vincit Amor, et nos cedamus Amori» per indicare quanto l’amore sia forte e importante tanto da vincere su tutto. E ne La sposa del chiostro la scrittura gradevole, la storia intrigante e dai risvolti imprevisti, i personaggi coinvolgenti sono alcuni degli elementi che rendono il romanzo interessante e piacevole.

L’amore, poi, regna sovrano: l’amore tra i due protagonisti Virginia e Giulio, l’amore fraterno di Celeste per Giulio, quello della Badessa per Virginia. L’amore di una madre per la propria figlia, disposta a tutto pur di salvarla da una famiglia non amorevole.

Ed è questa scelta che segna il destino di Virginia, educanda del convento delle Benedettine di San Giovanni Evangelista. La sua nascita, infatti, cela un segreto che la condurrà nella casa dei conti Lubelli, palcoscenico del cambiamento non solo della sua vita ma anche del suo carattere. «…la verità, a ben vedere, era che c’era sempre qualcuno a decidere per conto suo. Madre Matilde e Suor Maura l’avevano spinta fuori dal convento, Donna Celeste si aspettava che diventasse una signorina di mondo. Nessuno si curava di chiederle quali erano i suoi desideri. Non cambiava in fondo nulla dal prendere i voti per naturale appartenenza al convento o sposare un uomo imposto dalla tua famiglia, Fu forse la prima volta che un fermento di affrancamento la scosse nell’intimo».

Virginia, insomma, si sente un pesce fuor d’acqua sia nel chiuso e ristretto monastero, che nell’elegante e pettegolo mondo della nobiltà leccese. Si domanda quale sia la strada da seguire, sembra irresoluta, impaurita, insicura. Ma, appunto, è solo apparenza, perché mostra da subito, nonostante i suoi dubbi su cosa sia meglio per lei, un carattere forte e volitivo, che manifesta con risposte sagaci e ferme, con la caparbietà nel ricercare le proprie origini.

A Giulio piace «la vita leggera, il tempo con gli amici, rischiare di tanto in tanto la sorte con il gioco… e la compagnia di signore compiacenti», ma anche lui nasconde dentro di sé un aspetto che mostra a pochi eletti e che Virginia scopre presto, «parlare con lui era facile, messi da parte i primi sospetti».

Poi c’è Celeste severa con il fratello, ma l’affetto è palese, nonostante i continui rimproveri, se ne sente responsabile. I loro litigi riguardano la reputazione di Giulio e il suo comportamento troppo libertino. Ma anche lei non è una donna come le altre. Il marito, infatti, ama prenderla in giro per la sua “esuberanza”, perché a lei non piacciono le convenzioni.

Sa bene quale sia il posto di una donna, l’Ottocento non è stato certo il periodo di maggiore emancipazione femminile, ma si prende la “libertà” di essere com’è e non come la società “perbene e benpesante” vorrebbe. Celeste, del resto, è un’eccezione sotto molti punti di vista: il marito la adora proprio per il suo carattere forte, energico e determinato. Il loro è un matrimonio d’amore e non di interesse. Forse questo le dà la fiducia di per incoraggiare la spaesata Virginia, alla quale suggerisce «carpe diem», massima che dovrebbe essere seguita da tutti, in qualsiasi tempo e spazio, soprattutto negli affari di cuore.

 

L’aspetto che, però, mi intriga di più del romance di Sara Foti è l’ambientazione storica. Grazie alle descrizioni dell’autrice si può andare in giro tra i vicoli della Lecce di duecento anni fa, conoscerne le precedenti denominazioni, vedere piazza Duomo e Santa Croce leggermente diverse da come si presentano ai nostri occhi.

Si può fare la conoscenza delle storiche famiglie nobili leccesi, che hanno lasciato il segno del loro passaggio grazie ai nomi che oggi hanno alcune strade. I loro cognomi si ritrovano su citofoni e stemmi di famiglia che campeggiano sui portoni dei palazzi e delle nobili dimore leccesi.

Un libro, questo, che andrebbe letto in giro per la nostra città…

 

Buon giorno Sara e ben venuta. Qual è la genesi de La sposa del chiostro?

Era un racconto che avevo scritto qualche anno fa, poi mi è stato suggerito di farne un romanzo e nel farlo ho deciso di cambiare l’ambientazione, da Roma a Lecce, scendere nei dettagli dei luoghi e della storia poteva essere, per certi versi, più semplici e per altri più stuzzicante considerando che è il mio ambito di lavoro, poiché come guida turistica nell’approfondire la mia formazione ho tante fonti sotto mano che potevano dare spunti interessanti. Così ha preso forma La sposa del chiostro.

 

Buona parte della tua attività giornalistica è dedicata al mondo femminile. Come vedi il ruolo della donna oggi? Quanto e cosa è cambiato rispetto al periodo storico in cui è ambientato il tuo romanzo?

Sicuramente sono stati fatti dei passi avanti, anche se si procede molto lentamente, se consideriamo che nel 2020 è ancora necessario parlare di quote rosa e l’integrazione e la partecipazione femminile in molti ambiti non avviene tutt’oggi in maniera spontanea, ma deve essere veicolata da apposite politiche di genere, non prive di pregiudizi: e questo solo se guardiamo al mondo occidentale, mentre altrove persistono consuetudini maschilistiche e pratiche contro le donne ingiuste, discriminanti e aberranti. Ma anche nell’Ottocento l’assoggettamento femminile aveva le sue eccezioni e le sue zone di luce seppure, chi magari sfuggiva ai certi canoni, spesso si muoveva in sordina per non compromettere gli “equilibri” sociali vigenti.

 

Considerando le tue ricerche di approfondimento, che idea ti sei fatta sulla nostra città? Cioè com’era Lecce nell’Ottocento?

Di certo ci sono degli evidenti cambiamenti urbanistici, leggendo ‘La sposa del chiostro’ si possono scorgere molti luoghi della città facilmente identificabili ma anche per alcuni aspetti diversi, per i processi di rinnovamento e ricostruzione che si sono verificati nel corso degli ultimi due secoli.

 

Come nasce il carattere, in un certo senso, anticonvenzionale di Celeste?
Donna Celeste, come tutti i personaggi del romanzo vogliono essere una fotografia realistica – spero più realistica possibile – di probabili cittadini della Terra d’Otranto di inizio Ottocento, quindi in realtà si presenta con luci e ombre e credo che in fondo sia anticonvenzionale quanto una perfetta donna dei suoi tempi, in base a come la si guardi o alle circostanze: da una parte cerca di rimanere aderente al suo ruolo di nobil-donna, ma consapevole del suo ruolo e del suo rango riesce, allo stesso tempo, anche scardinarne gli schemi, ambisce alla libertà – di parlare, di scegliere – ma senza fare clamore.

Celeste rende partecipe di questa sua visione anche Virginia, la protagonista, probabilmente perché riconosce in lei lo stesso desiderio seppure ancora inconscio.  

 

Quanto ha influito nella scrittura del romanzo il tuo lavoro di guida turistica?

È stato essenziale, come dicevo anche prima, molte delle conoscenze, delle informazioni usate nel romanzo derivano dagli studi di approfondimenti per il mio lavoro, quindi sono partita da quei dati e poi ho proseguito le ricerche degli aspetti che ritenevo più interessanti al “servizio” della trama che si andava sviluppando. E di certo la descrizione dei luoghi, degli scorci, ricordano una passeggiata ideale, come quella che potrei condurre in una visita guidata, ma calata in un’altra epoca.

 

Durante la tua prima presentazione hai dichiarato di aver trovato, durante le ricerche in archivio, molto materiale che hai dovuto scegliere. In base a quale principio lo hai selezionato e perché?

Quando si scrive un romanzo storico, penso che la fase più interessante e affascinate sia la ricerca, ma può diventare un dedalo nel quale si rischia di perdersi, perché un libro tira l’altro, un nome porta a un luogo, uno stemma a una famiglia e a un’altra storia, dunque il pericolo di dispersione è incombente e, a un certo punto, è necessario imporsi dei confini all’interno dei quali ricomporre le trama del romanzo. Quindi una volta che avevo deciso come sviluppare la trama a partire dal racconto di cui parlavo all’inizio, ho cercato di selezionare solo le informazioni che potevano arricchire e rendere più verosimile il canovaccio della mia storia. A volte si può avere anche l’impressione che io abbia aperto delle strade che non abbiano davvero trovato una destinazione ma in funzione della trama de ‘La sposa del chiostro’ hanno assolto il proprio compito, seppure potrebbero aver lasciato spazio a ulteriori approfondimenti e ad altre storie.

 

Category: Cultura, Libri

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