COME SI DICE LOCKDOWN IN FRANCESE? LA PRIMA NOTTE DI CONFINEMENT RACCONTATA A leccecronaca.it DA UNA GIOVANE POETESSA SALENTINA CHE VIVE E LAVORA A PARIGI

| 1 novembre 2020 | 0 Comments

di Mariangela Rosato______

Sono le 20.30 di un giovedì di fine ottobre a Parigi. Sono nella metro, mi manca ancora una stazione per arrivare a casa. La mia destinazione è Jules Joffrin vicino Montmartre.

La gente nei vagoni parla al telefono, gli sguardi si scontrano per poi ritornare a guardare per terra.

Le mascherine ci coprono i volti e non riusciamo a capire se si ride, se si piange, se si nascondono follie di massacri.

Mi alzo e vado vicino alla porta del vagone, mi allungo la manica del maglione sulla mano per non toccare le superfici, faccio forza sul braccio e alzo la maniglia. Si corre veloce verso l’uscita, alcuni si spingono altri non riescono a seguire il ritmo perché hanno nelle mani i sacchi della spesa e si portano avanti a fatica. Oddio, non riesco a mantenere la distanza di sicurezza, ma vado veloce per allontanarmi quanto prima possibile da quella calca.

Sono quasi fuori e tiro un respiro di sollievo lasciandomi dietro il rischio della contagione. Intanto apro la borsa, esco fuori l’amuchina e lascio che la frescura di quel gel miracoloso comprato nel bazar sotto casa solo qualche giorno prima- quando la paura del contagio ha iniziato a riprendere anche me- mi sanifichi dal batterio.

 

“Non, merci” rispondo alla ragazza che fuori della metro cerca di darmi il volantino di un ristorante, non ci sarà più nessun ristorante per il momento.

 

L’unica cosa che voglio fare è tornare a casa prima che arrivino le 21 e scatti il coprifuoco. Qualcosa mi fa sussultare, il rumore dei clacson è assordante come mai prima d’ora.

Sento la gente che urla “Allez allez”, i suoni sono stridenti tanto da farmi incrinare la testa e tapparmi le orecchie per non sentirli. Mi volto, non avevo mai visto a Parigi qualcosa di simile. Le macchine sono ovunque ed ognuno di loro clacsona prima uno e poi l’altro e poi l’altro ancora.

Una lunga fila di macchine prende tutta la grande Rue Ordener, non si capisce dove ci sia la fine. Si vedono solo tante luci e si sentono solo tanti rumori che mi rimbombano nella testa.

Non riesco ad attraversare, troppe macchine tutte intorno stanno ostruendoci il passaggio a me e a tutta quella gente sconosciuta che è uscita dalla metro. Ci scambiamo degli sguardi per cercare qualcuno che ci possa dire che bordel stia succedendo in questa città. Il semaforo è verde, ma tutte le macchine attaccate una all’altra hanno coperto le strisce pedonali, l’unica cosa che posso fare è passare tra le macchine. Intanto tutti continuano a clacsonare e qualcuno beve ancora, seduto ai tavolini del bar, l’ultimo sorso di libertà con rassegnazione.

 

Sono finalmente a casa, apro la finestra per vedere cosa stia succedendo ed accendo la radio. Sento dire che chilometri e chilometri di traffico intasano le strade di Parigi.

La gente sta scappando da questa città. La gente va nelle proprie case di campagna a godersi questo nuovo confinement in cui potranno di nuovo immergersi nella natura, dopo il primo, e riscoprire il contatto con la terra che avevano perduto o che, con molta probabilità, mai hanno avuto né mai conosciuto perché sempre lì a vivere la ricchezza di Parigi.

Quella gente scappa e lascia invece noi altri qui in case piccole da cui, scoccate le 21 di questa sera, potremo uscire solo per raggiungere il nostro luogo di lavoro portando con noi uno strano documento che ci permetterà  di essere liberi negli uffici, con le mascherine che ci coprono il volto e con i gel accanto alle postazioni.

Un documento che ci renderà liberi di passeggiare per le vie anche se solo per un’ora e non oltre il raggio di un km dal nostro domicilio e renderà i bambini liberi di andare a scuola e i genitori liberi di fare smartworking nelle loro case.

I minuti stanno scadendo: sono le 20.50.

 

Prima di sentire il discorso del Presidente ieri sera ero irrequieta. Scrivevo e guardavo l’orario del telefono in modo quasi compulsivo aspettando di conoscere quanto prima la nuova realtà che ci aspettava. Nei giorni precedenti qualcuno diceva che ci sarebbe stata una riduzione delle ore del couvre-feu, altri, invece, facendoci paura, che le restrizioni sarebbero state più severe.

Eppure, non tutti gli abitanti della città ci credevano. Continuavano a vivere, andando nei caffè, nei cinema, guardando gli spettacoli al teatro, passeggiando liberamente per le vie.

Era da tempo che la città non era più come prima quando l’affollarsi nelle lignee della metro e il correre come razzi a Gare du Nord era immagine quotidiana. La paura echeggiava impadronendosi giorno dopo giorno dei nostri corpi e intanto la fila d’attesa fuori al laboratorio, sotto il mio palazzo, dove farsi testare si faceva sempre più lunga.

I minuti stanno scadendo. Sono sempre affacciata alla finestra e riguardo il telefono, sono le 20.55.

Ci sembra di essere andati indietro nel tempo quando Macron parlava di essere in guerra con un nemico invisibile. Questo termine ci spaventava rendendoci sempre più turbati, sempre più nascosti nelle nostre case. Ogni giorno si aprivano le finestre di sera alle otto, si applaudiva cercando di memorizzare i visi, anche se da lontano, degli altri abitanti di Parigi rinchiusi così come noi. Ogni volta, dopo gli applausi, ci salutavamo dandoci appuntamento al giorno dopo alla stessa ora per ascoltare le canzoni dei nostri vicini che non conoscevamo e che, in quel momento, mi sembravano essere diventati fratelli.

Sono sempre affacciata alla finestra, guardo il telefono: sono le 21, il nuovo confinement è iniziato. Eppure le macchine continuano a clacsonare, la gente non è riuscita ancora a scappare da Parigi. Sembra che la città voglia svuotarsi. Noi, invece, rimaniamo qui nelle case a vivere una nuova realtà dove, questa volta, nessuno canta più.

Sono le 8 del mattino, suona la sveglia. Apro le finestre, le strade sono vuote, il silenzio invade il quartiere e il giorno assomiglia alla notte. Parigi ha spento le luci.

Category: Cronaca, Cultura

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